La poesia di Marino Magliani


di Riccardo Ferrazzi

All’ombra delle palme tagliate è il titolo della prima raccolta di poesie di Marino Magliani, che immediatamente suscita nella memoria l’eco del proustiano À l’ombre des jeunes filles en fleur.
Ma in realtà il richiamo di Magliani è a tutta la Recherche, al peso del tempo perduto, alle sensazioni provate da bambino, quando tutto era mistero e il futuro era una promessa di sempre nuove scoperte.
Cosa rimane di una vita spesa a cercare un significato che non c’è, o che è troppo sfuggente, elusivo, nascosto, o forse troppo grande per essere compreso? Rimane soltanto il ricordo delle sensazioni aurorali, la delusione di non averci dato seguito, il rimpianto di tante risposte inespresse, e sarebbe davvero riduttivo archiviare tutto ciò sotto l’etichetta di “nostalgia”.

Ora è legna prima era un albero
E per ultimo finisce a pezzi nella cesta

Corteccia ruvida di tronco, e liscia,
molto liscia di ramo, sottilissima, giovane e curata,
non doveva morire, e infatti non muore,
solo la vita è rimasta altrove, le urla
e poi il silenzio cosa sono se non destini
e stagioni di cenere.

E la ricerca del tempo perduto prende i toni di un meriggiare pallido e assorto, insinua la paura di aver sbagliato strada, di aver cercato in giro per il mondo ciò che era lì, dietro a una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia. Non è stato difficile vivere. Faticoso sì, spesso. Noioso, quasi sempre. Ma ciò che più ci pesa sul cuore è la sensazione di aver vissuto senza capire, senza aver trovato un senso che c’era, o senza averlo dato a un universo caotico. Ecco da dove nasce il ricordo. Ecco cos’è davvero la nostalgia. O, meglio, la saudade: la nostalgia di un orizzonte sconosciuto. Il ricordo di un sogno. E in fondo al ricordo c’è la rassegnazione per ciò che ci aspetta.

Immerso negli odori dell’infanzia,
ma piuttosto distratto, avrei dovuto viverla meglio
per poter ricordare tutto ora
e invece non si ricorda, e invece mi sembrava
di star lì, non come dentro una fiaba,
ma in attesa di andarmene e della sera
che alzava i voli dei moscerini,
e i rondoni, il becco aperto,
si abbassavano sui giunchi.

Poesia o prosa? Per versi come questi, che volutamente rifuggono dai ritmi ortodossi, ci sono precedenti illustri, dal Garcia Lorca di Poeta en Nueva York fino a Camillo Sbarbaro. Tutto il Novecento è percorso dalla smania di destrutturare le forme canoniche della poesia, dall’ansia di trovare un’altra armonia, quella vera, quella naturale, non ingabbiata, per esempio, nei soliti quattordici endecasillabi rimati.
Magliani, solido narratore, ricupera l’antica funzione della poesia, che non è soltanto lirica e non dovrebbe ridursi ad aforisma. La poesia di Magliani è narrazione, e dalla narrazione, dal fatto, trae il suo significato.

Cos’altro gli diceva prima di andarsene
quel vecchio. Che fin qui ci siamo arrivati.
E non si può dire che non avesse ragione.
Un giorno gli hanno messo il vestito
ancora quasi nuovo di pacco, bello, completo,
con qualche forellino, ma quasi, da disteso,
il danno della privata colonia di tarli
del suo guardaroba non si notava.
Anzi, tutta quella gabardina, come la chiamava
il vecchio, così lucente, dava a lui e al vestito
un’impressione di eternità.

Marino Magliani, All’ombra delle palme tagliate, Amos Edizioni

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