“NEGHENTOPIA”, DI MATTEO MESCHIARI

Recensione di Giovanni Agnoloni

Matteo Meschiari, Neghentopiaed. Exòrma, 2017

Neghentopia di Matteo Meschiari è un romanzo – perché di un romanzo, al di là di un momentaneo dubbio, si tratta – spiazzante e pluridirezionale. È storia ricca, a più strati e farcita di atmosfere e allusioni composite. Scritto sotto forma di sceneggiatura (o quasi), guida il lettore in un’esperienza fortemente visuale, attraverso dialoghi serrati, descrizioni ad altissima densità poetica e riferimenti musicali e cinematografici.

Il libro racconta un tratto cruciale della vita di Lucius, un ragazzo che viaggia per terre selvagge in compagnia – l’unica a essergli rimasta – di un passero, un’entità tra il fisico e il “demonico”, che, come una sorte di drone-spirito guida, gli fa da battistrada e risponde alle sue domande, che riguardano il passato e il futuro, entrambi tinti di morte.

Lucius ha frequenti svenimenti, dimentica o fraintende spesso i fatti che si sono verificati e non riesce a essere totalmente presente. È accaduto qualcosa; qualcosa che ha svuotato la sua coscienza del qui e ora, riducendolo a una lotta serrata e senza pietà, in attesa di un esito che appare irrimandabile. Intanto, alle spalle, preme una mostruosa manifestazione dell’archetipo junghiano dell’Ombra, paradossalmente fedele quanto l’amico volatile.

Il presente è una residuale dimensione d’incubo, una “terra desolata” (per rifarmi al titolo del capolavoro di Thomas Stearns Eliot, le cui risonanze sono chiaramente percepibili nel romanzo di Meschiari), dove ciò che resta (animale, vegetale o minerale che sia) sembra ridursi a entità di base, legate da ossimoriche contrapposizioni: vita-morte, ombra-luce, sonno (dell’assenza)-veglia (di una sia pur transitoria “presenza”).

L’autore riesce così a coinvolgerci in un’esperienza totalizzante e multisensoriale, esteticamente perturbante e raffinata (vi ho colto echi di alcuni racconti di Oscar Wilde dalle suggestioni esotiche e paradossali, oltre che delle lande spoglie del Deserto dei Tartari di Dino Buzzati). Insieme, però, vi aleggia uno spiccato senso dell’incanto naturale, figlio degli studi geografici e antropologici dell’autore e della sua passione per il viaggio a piedi e la wilderness: il che ci riporta alla gelida bellezza di certi scenari delle opere di Jack London (penso non solo al Richiamo della foresta, ma soprattutto allo spietato racconto Preparare un fuoco, nell’eccellente traduzione di Davide Sapienza per Feltrinelli).

Ecco un estratto del romanzo di Meschiari:

«Una lingua glaciale che scivola dall’entroterra montuoso e si allarga a ventaglio nelle acque di una baia (Verklärte Nacht, Op. 4 di Schoenberg). Da enorme distanza come fossimo appesi a un aquilone da guerra cinese vediamo polvere di gabbiani roteare laggiù e tra le acque striate di malachite una mandria di trichechi minuscoli come briciole di sughero abbandonarsi unanime e schiumosa alla rapina di correnti invisibili.

Nel cuore della lingua glaciale comincia a muoversi tutto. Il centro collassa e intere metropoli di ghiaccio sprofondano su sé stesse mentre placche grigioazzurre venute dall’interno e da sotto premono taglienti come ossa infrante e bucano la carne del ghiacciaio. Dopo ere di buio. Un rumore di tuono attutito satura la baia e a noi che siamo qui lontanissimi fa vibrare l’inguine come il ruggito di un leone nel crepuscolo.» (pag. 121)

di Rocco Lombardi

In tutto questo, giocano un ruolo importantissimo anche le evocative illustrazioni di Rocco Lombardi (una delle quali è disponibile a sinistra, per gentile concessione di Exòrma), che, con la loro cruda alternanza di bianchi e neri, rimarcano il netto contrasto tra gli elementi in lotta e la brutale logica binaria delle leggi di fondo della vita. Difficile non pensare agli scenari estremi di film come The Revenant o a quelli post-apocalittici della celebre serie di cartoni giapponesi Ken Shiro – o per alzare il tiro verso l’Arte vera – ad alcune angoscianti visioni naturali di Edvard Munch.

Questi materiali pre-concettuali, però, vengono rifiltrati in una storia profondamente originale. Perché è proprio così che stanno le cose: Matteo Meschiari, che è (anche) abile sperimentatore e poeta in prosa, non ha dimenticato la fondamentale lezione di J.R.R. Tolkien, per cui uno scrittore, prima di tutto, deve raccontare delle storie. Lo storytelling, quando è di qualità, è Letteratura.

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