Gemma Mondanelli legge “L’ultimo quarto del giorno” di Raffaela Fazio


I libri di Raffaela, che scrive da quando era bambina, hanno seguito il suo percorso personale, i suoi sentimenti, la vita della sua famiglia, quella dei figli. La recente raccolta intitolata “L’ultimo quarto del giorno” (La Vita Felice 2018) denota una considerevole maturità stilistica e di contenuto, insieme a un tratto più filosofico e introspettivo. Raffaela parte da un discorso molto suggestivo, come si legge nella nota anteposta al libro: secondo la tradizione ebraica, la giornata di Dio si compone di 12 ore; nell’ultimo quarto egli gioca nel mare con il Leviatan, il temibile mostro marino.

Le poesie che compongono il libro hanno dunque come motivi dominanti il tempo e il gioco, che si intrecciano per formare un’unica dimensione ma anche un caleidoscopio di forme e di colori. Le riflessioni sul tempo che l’essere umano ha a disposizione dimostrano che esso è una suggestione. Il tempo è l’essere stesso che vive fra due sponde, fra l’inizio e la fine della vita. All’interno può succedere di tutto: che il tempo si dilati o si restringa, che si incroci con le vite di altri e il tempo di altri, accettato o respinto. In questo tempo che diventa anche spazio, c’è il gioco come dimensione onirica e/o reale. Il gioco può non avere quella che per antonomasia è la sua dimensione, ovvero la giocosità intesa come amenità, come sorriso, come voglia di leggerezza, di divertimento. La dimensione del gioco può essere infatti anche paurosa, terrificante. Nelle poesie di Raffaela, c’è il gioco della vita che si dipana fra quello da rispettare dei suoi bambini che crescono e quello delle infinite sfumature del tempo. Là il gioco si fa ardito e altalenante; a volte si ha paura della vertigine che suscita, della mancanza di confini nel capovolgersi di altezze.

I capitoli del libro sono quattro: Tra il gioco e il mondo; La leggerezza degli abissi; La danza dei confini; Un capovolgersi di altezze.

La prima sezione, Tra il gioco e il mondo, è composta da 14 poesie quasi tutte senza titolo (tranne due, una delle quali per il figlio David), quasi a sottolineare il gioco della sorpresa, a rappresentare la fluidità che esiste fra mondo reale e gioco, che si compenetrano. Nel gioco non c’è passato e futuro, ma un eterno presente. Tanto è vero che i bambini, quando giocano, usano l’imperfetto ludico, che indica continuità con il passato non ancora del tutto passato, teso a un divenire che si svolge soltanto nel presente. Nella poesia di pag. 17, l’Eternità si confonde con il Nulla: Come i bambini sanno/ (ignari della noia/ maestri d’espedienti)/ basta chiudere gli occhi/ contare fino a dieci/ riaprirli/ per vedere /che è nuova quella fiamma/ nuovo il viso degli amici/ rischiarato/ tutto è nuovo/ reso nuovo esattamente/ dall’esile porzione/di bagliore/ che ha acconsentito/ per poco a farsi buio/a immergersi nel Niente. In “Affresco”, a pag.18, si intrecciano metafore per dire che al disegno sull’arriccio ancora fresco della vita del figlio va dato il tempo necessario per stendere il pigmento. Ci vuole la pazienza della madre per lasciarlo crescere: Se volessi fermare/ nell’arriccio questo attimo perfetto/ di dolcezza/ (sabbia pura di fiume)/ tradirei il senso/ ancora in divenire/ la parte di te/ forse migliore/il tuo vero pigmento/ E invece ogni momento/ va steso, non sottratto/ al suo destino:/ va dato al tempo/ quando il tempo/ è ancora fresco./ Così/ sul fondo che ti spetta/ anch’io devo lasciare/che tu cresca. Anche la quarta poesia, “Viviamo”, a pag.20, è dedicata al tempo e contiene un bellissimo finale: Viviamo/ e vogliamo narrarci/ Ma si sfa ogni racconto/ nel dirsi:/ non c’è filo, né trama/ Solo esiste/ uno stare nel mondo (sia sul fondo/ che sul pelo dell’acqua)/. Solo questo ci basti/ e ci prema:/ abitare chi siamo. La preminenza del presente sul passato trapela in modo particolare a pag. 26: Il passato non resiste./ Nessuno dei suoi angoli/ rimane, solo/ l’arco/ su cui insiste:/ dosso di terra/ aderente al nostro passo/ Da qui/ si avvista l’orizzonte/. Perché il passato/ (se esiste)/ è quest’assenza/ che riempie l’aria/ incrina serpentina / il cielo/ preme convessa./ E’ il temporale/ che lampeggia/ che corteggia/ la circonferenza/ ma poi non si avvicina.

Il titolo della seconda sezione, La leggerezza degli abissi, inizialmente può suggerire l’idea che, nel dare importanza al gioco (Dio gioca con il Leviatan), si intenda recuperare la dimensione ludica dell’abisso, ovvero cavalcare con il gioco l’abisso e il mistero dell’assenza. Poi, proseguendo la lettura, si avverte nei versi quella che a mio parere è una disperazione controllata, l’ombra che pervade il quotidiano, la consapevolezza che il piacere del gioco, come viene detto nell’introduzione, può anche abbracciare il buio e il tremendo. Gli abissi sono profondi e tali rimangono. A volte, però, è percepibile un moto di leggerezza, come una spinta a tornare in superficie. Si legga ad esempio la poesia di pag. 40, “Ora di punta”, dedicata ai figli: Come in un’eterna/ ora pendolare/ in cui il corpo è sorretto/ dal vicino/ e superfluo/ è perfino un appiglio/ così anch’io rimango in piedi/ grazie a voi/ che vi moltiplicate/ ogni giorno un pochino/ e aderente/ al vostro bisogno/ mi tenete/ non mi lasciate/ spazio sufficiente/ per uno scarto muto/ che un po’ somigli/ a un pensiero di morte/ a una caduta. Anche a pag. 45 c’è un tormento che, certo, non è gioco. Eppure questo tormento lascia intravvedere una misteriosa ricerca di felicità, un esorcizzare attraverso la parola i propri demoni, senza disconoscerli: Cola a picco/ il mio amore/ rinnegato/ Negli abissi/ vorrei/ che restasse. / Ma lui/ mi ammonisce/ dicendo/ che nulla finisce/ se non è ripescato/ asciugato ogni spicchio/ affinché gli sia dato/ nel cavo della mano/ un parco funerale/ fiorito/ pagano.

La terza sezione, La danza dei confini, si articola intorno alla non-fissità del tempo e della sua interpretazione. Ognuno crea i propri confini oltre i quali si propone di non andare; ma i punti che segnano i confini nel tempo si possono spostare e risituare. Se ci si mette in gioco nell’arte, nell’amore, nei sentimenti profondi, ciò che succede è imprevedibile. Ci spostiamo come in una danza in cui non si contano i passi; ci abbandoniamo al rito del gioco di ogni giorno, sempre nuovo. Nella poesia di pag. 51 leggiamo: I nomi/ che oggi non hai dato/ non sono persi/ allora:/ impronte/ di animali sconosciuti/ che ogni tanto/ rallentano la corsa/. Ciò che prima/ era nascosto nell’assenza/ reclama/ la cattura./ Il tempo s’affolla/ di ritardi/ e così matura/ dove torna/ ritrova rinnova/ semi radici/ sguardi. A pag. 54, individuo e tempo sono il confine l’uno dell’altro: «Della voci infinite che uso/ solo l’ultima è vera»/ così canta e io non l’ascolto/ ne conosco il talento/ la polvere d’oro/ che può farmi scordare la vita./ Non ne attendo la strofa finale/ che segnali il suo intento/ A me basta il cammino / di ronda/ nell’incerta ragione/ del suo divenire./ Lui, il Tempo/ io suo confine. L’eternità del tempo trova il suo confine in ognuno di noi: tanti cancelli, tanti steccati oltre i quali il tempo non può andare. Ma all’interno del nostro tempo, nessuna parola è lontana, distante, come sottolinea la poesia di pag. 55: Sembrano assenti/ chiuse/ nella loro bellezza/ ma vivono in gruppo/ con fallaci spostamenti/ e una grazia urticante/ di meduse/ Nessuna parola/ seppure lontana/ nel tempo/ è distante. E a pag. 58 la parola di cui si parla è la parola poetica stessa: Si scava una parola/ come nel tufo/ una nicchia/ che accolga cari /simulacri./ Nasce dal vero/ l’immagine amata/ e dal corpo assente/ il verso/ che lo invoca, che tenta/ di farsi nel tempo/ compenso/ riparo.

Nella quarta sezione, Un capovolgersi di altezze, il gioco, forma originaria attraverso cui viviamo il tempo e ci lasciamo abitare da lui, crea una sovversione o tante sovversioni. Tutto è possibile nel gioco, anche conciliare gli opposti o giungere al paradosso di conoscere l’inconoscibile per antonomasia e quindi ad esso rivolgersi in una muta preghiera, protesi verso l’infinito. Significativa è la poesia di pag. 77 sui due diversi tipi di bellezza (di cui l’autrice stessa ci offre un suo commento http://www.almanaccopunto.com/single-post/2018/03/27/Bellezza-di-Raffaela-Fazio-un-autocommento): C’è una bellezza/ che sovrasta/ e travolge a distanza./ Si riconosce/ per la forza/ che tutto ammutolisce/ e per la coincidenza/ tra l’apice e l’inizio/ della fine./ Ma l’altra/ non è data mai/ in partenza./ La precede/ l’asprezza/ il masticare lento/ il fare posto./ Poi accade/ un capovolgersi/ di altezze/ se si stacca/ dal fuoco passeggero/ una lingua/ tra i rovi/ una lucentezza/ che si conserva/ ardente/ nella prova. A pag.85, nel capovolgersi di altezze, un momento fugace diventa sinonimo di eternità, più forte dell’eternità: Stai attento/ quando con me giochi/ al dono e al furto./ Ho l’impazienza/ della scellerata/ ma sono felice e rassegnata/ come chi sa/ di essere impigliata/ a morte/ nell’eternità. Anche nella poesia dedicata ai figli a pag.88, gli opposti confluiscono: Il mio tempo/ cammina sul crinale./ Ritenta l’equilibrio/ tra gli opposti:/ una valle nascosta lo precede/ una piana gli succede/ lo trascende./ Quando il mio tempo/ pende/ sul più azzurro versante/ intravede/ la sua stessa fine/ il suo segno più in basso/ come il rotolare/ di un sasso/ nell’erbetta nuova./ E nella vita/ che senza me prosegue/ forse un ricordo/ di quel lieve/ franare:/ prova/ in fondo/ che oltre la morte/ solo l’amore/ è guardia di frontiera. Come nella poesia che chiude il libro, a pag. 96, dedicata alla figlia: Al mio risveglio/ eri la carne con una fattezza/ la mai esistita prima/ l’indifesa l’esposta la tutta gettata/ contro il mio esserci/ che d’improvviso/ si faceva presa/ in altezza/ del tuo esteso cadere/ dentro al tempo stupito./ Da allora/ in eterno/ la mia notte/ non è più una ma due/ alla più fragile e bella/ non spetta il ritorno/ perché è l’indizio l’inizio/ del tuo giorno.

Questa lettura credo abbia permesso di comprendere che “L’ultimo quarto del giorno” è una miniera di significati. Io ne ho esposti solo alcuni; le chiavi di lettura sono molteplici. Ma i versi di Raffaela sono belli, oltre che per la ricerca di senso che investe la vita personale, universale, quotidiana, trascendente, anche per il ritmo evocativo, per l’aggettivazione ‘gettata’, rifiutata forse perché troppo limitativa del fuoco interiore. In essi c’è amore e dolore: leggeri, pesanti, capovolti, diretti. Questa poesia va letta più volte, anche in stati d’animo diversi. Allora ciascuno potrà isolare una frase, una parola, un concetto. Dentro di noi, risuonerà la voce di Raffaela. E il suo verso, centrando il bersaglio, continuerà a seguirci.

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