Il romanzo di Daniele Mencarelli: La casa degli sguardi

Vi è mai capitato di essere chiamati da un libro, incontrarlo così, per caso, in un momento particolarmente “giusto” per una determinata lettura? Ecco, a me è successo con il romanzo La casa degli sguardi di Daniele Mencarelli. L’ho incontrato per caso, me lo ha “presentato” un amico, ho letto la quarta di copertina, ero un po’ spaventata onestamente ma ho deciso di leggerlo, e al massimo fermarmi. E invece ho iniziato e non mi sono fermata fino all’ultima, bellissima poesia che chiude la storia.

Non accade spesso di trovare sé stessi fra le pagine di un libro, soprattutto quando la storia sembra lontana anni luce e il personaggio principale diametralmente (in apparenza) diverso da te.

Un ragazzo poco più che ventenne, con alle spalle problemi di dipendenza dalla droga e davanti a sé un futuro incerto e ovattato dai litri di “bianco”, alcol a buon mercato, vino a fiumi che consuma ogni giorno. Il caso porta il protagonista a lavorare per un’impresa di pulizie in uno dei posti più duri che esistano (questa la ragione principale del mio timore, anche solo di avvicinarmi al libro): un ospedale pediatrico, anzi, l’Ospedale pediatrico per antonomasia, il Bambino Gesù, dove arrivano da tutto il mondo genitori pieni di speranze o disperazione.

Daniele Mencarelli è il protagonista, Daniele Mencarelli è l’autore del romanzo. La storia è narrata in prima persona, quasi un diario della discesa agli inferi e la risalita dopo aver toccato le profondità più buie, e la rabbia più cieca.

Tante sono le chiavi di lettura, tanti livelli che affascinano e trascinano letteralmente dentro, con tutte le paure, le domande, le frustrazioni che chiunque, più o meno, ha.
Una chiave simbolica, con Daniele che deve “purificarsi”, “pulire” sé stesso dalle sostanze ingerite ma soprattutto dalla necessità di annientarsi, distruggersi, cancellare quel gorgo nero che gli attanaglia l’anima. Il fatto che si trovi costretto a pulire, lavare via i segni di tutta quella sofferenza ha un profondo valore simbolico, riporta a una sorta di rituale di purificazione che passa attraverso la percezione della vera miseria al di fuori di sé.

Quando Daniele entra accidentalmente in contatto con i bambini fa fatica a sopportare così tanta sofferenza, non riesce a concepire una morte precoce e immotivata; e si arrabbia con Dio, lo sommerge di domande. Quelle stesse domande che, davanti alla sofferenza, soprattutto nei piccoli, ci poniamo tutti. Mettere a nudo un aspetto così privato della propria impotenza, del rapporto di sfida e fiducia allo stesso tempo con un’Entità superiore, è un gesto importante di condivisione, di sensibilità.

E Daniele è sensibile, glielo dice sempre la madre. Daniele non si accontenta del Sia fatta la Tua volontà, si sente impotente, avvilito, sconfitto di fronte all’ineluttabilità della morte. Si arrabbia, si rifugia ancor di più nella sua medicina che gli regala la dimenticanza, quello spazio di buio necessario a non soccombere definitivamente, che però lo getta ancora di più nel baratro.

Dopo aver visto tanta sofferenza, la morte abbattersi pesante su vite fragili come il cristallo, Daniele decide infine a fatica di non lasciarsi inghiottire da quel gorgo che gli viene da dentro. Sceglie di reagire e trovare un appiglio a cui aggrapparsi per risalire. E quell’appiglio sono i colleghi, che con il loro modo di fare profondamente romano, schietto e caloroso, lo supportano e lo vedono, invece di guardarlo.
Questo è un altro dei piani di lettura: quando Daniele inizia a vedere gli ospiti dell’ospedale. Ai suoi occhi non sono più ombre dietro le finestre ma storie, ciascuna unica e diversa. In lui scatta qualcosa di importante che gli fa vedere anche sé stesso. Prende coscienza di sé attraverso gli altri, di ciò a cui va incontro. E non è un caso che i momenti di oblio in cui si stacca materialmente da sé, tanto desiderati, inizino a pesargli.

Non è un romanzo cristiano, nel senso più stretto del termine, ma è un inno alla vita in quanto dono da non sprecare, nonostante nel “pacchetto” siano comprese anche sofferenza e solitudine. Un dono da mettere al servizio degli altri secondo i propri talenti. In quest’ottica Daniele non solo lavora a testa bassa, pur senza le calzature adatte (aspetto con valore simbolico del trovarsi nei “panni sbagliati” forse) e mette al servizio dei bambini ammalati l’unica cosa che sa fare e a cui ha rinunciato per troppo tempo: la poesia. Scrive alcune liriche che − come il romanzo − mostrano l’anima di questo luogo che a volte sembra sospeso in un’altra dimensione, quella in cui non esiste la sofferenza, dove i bambini sono sempre felici e sani. E non è un caso che il direttore dell’ospedale, attraverso la sua raccolta di poesie, veda per la prima volta la realtà che fino a quel momento ha guardato, seppur con estrema serietà e cura, ogni giorno.

Lo stile è essenziale, secco, in presa diretta dalla realtà più carnale. I suoi momenti di oblio si percepiscono dai periodi troncati; la disperazione è nella rabbia resa perfettamente con una scelta di termini, ritmi e frasi impeccabile; le voci che lo circondano, che lo tengono in vita sono quelle dei colleghi romani, con il loro romanesco conviviale, dei genitori, che con poche parole trasmettono una tenerezza disarmante. In poche immagini ci presenta due figure immense, che non lo abbandonano, anche quando lui lo desidererebbe − se non altro per non causare loro sofferenza. La mamma che dorme su tre scalini fuori dalla sua stanza, e il padre che lo porta in braccio dopo una notte brava, facendogli varcare la soglia come lo sposo con la sposa. Personaggi che restano impressi nella memoria emozionale di qualunque lettore, anche quello con più pregiudizi. Pregiudizi che si sgretolano davanti all’onestà del Daniele autore che, attraverso il Daniele personaggio, mette a nudo una fragilità infinita annidata in una condizione di dipendenza: dall’alcol, dall’accettazione da parte di un gruppo, dal superare il senso di caducità della vita e iniziare finalmente a vivere.17

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