Brian Panowich, quando la paura diventa leggenda

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Bull Mountain è una giogaia della Georgia del nord sulla quale da decenni dominano i Burroughs, una stirpe di illustri disprezzatori della legge, colmi d’orgoglio fino alle orecchie. Nel precedente romanzo di Panowich, Bull Mountain appunto, abbiamo conosciuto i vecchi Burroughs, Cooper, suo figlio Gareth e i nipoti Halford e Clayton: di questi ultimi, Halford, dopo la morte del padre, ha preso in mano le redini del clan, mentre Calyton è diventato lo sceriffo di Waymore Valley, un pugno di case ai piedi di quel monte ‘sacro’ in cui le generazioni dei Burroughs si sono adattate a sempre nuovi commerci, quello clandestino del whiskey, poi della marijuana e delle metanfetamine, preparate in vasche da bagno dentro a capanni disseminati nel bosco, dentro a cui “ci lavoravano dei veri bastardi”.
Nelle ultime pagine del primo romanzo, però, Clayton fa fuori Halford durante uno scontro di eroica violenza, e così ora, in Come leoni. Ritorno a Bull Mountain (trad. Alfredo Colitto, NN, pp. 267, € 19), lo ritroviamo, ragazzo invecchiato, alle prese con un oggi difficile, semialcolizzato, una gamba moscia e tanta voglia di farsi di Percocet per non sentire il dolore e per allontanare il senso di colpa. La morte di Halford ha lasciato un vuoto di potere del quale un altro clan criminale, quello dei Viner che fa base a Bonneville, vuole approfittare, mentre Clayton ciurla nel manico, indeciso se mantenersi ciecamente fedele al ruolo di tutore della legge, oppure cedere alle lusinghe del comando che i fedelissimi di Halford gli offrono, assieme al suo ricco tesoro, che nessuno sa dova sia nascosto.
La posta in gioco è la sopravvivenza di Bull Mountain nei giorni di una tesissima congiuntura: “il punto è che se ora viviamo in un posto di cui non hanno paura nemmeno i coglioni da due soldi, lei corre un serio pericolo, così come sua moglie, suo figlio e tutti gli altri che vivono su questa montagna”. Ed è così: Kate, la moglie di Clayton, e il loro piccolo Eben finiscono per cadere nei brutali ingranaggi di una spietata guerra di successione tra i Burroughs e i Viner, una lotta fatta di corpi squartati e di sangue esploso negli occhi del lettore in sequenze di mattanza pulp che nulla hanno da invidiare ai migliori Tarantino o ai Coen di Fargo.
Clayton, quindi, non può che schierarsi, lasciar da parte il distintivo e il cinturone, e vestire i panni del capo famiglia; la montagna, col suo cerchio tragico, lo attrae, così come la vecchia casa di suo padre, nascosta tra gli abeti di Bull Mountain: là dentro si mette seduto, circondato da uomini il cui volto è segnato da rughe “simili a erosioni d’acqua nella roccia, come solchi scolpiti nella pietra”.
Dominato dalla “nostalgia di appartenere a qualcosa che non era mai stato suo” mostra i muscoli, uccide e cade vittima delle più terribili vendette provenienti dai Viner, lui, suo figlio neonato e la coraggiosa Kate: marito e moglie artigliano il lato epico del sangue, come leoni in lotta, come criminali, sì, ma puri di cuore. Alla fine Clayton e Kate, in un territorio brumoso che sta tra la sete di giustizia e i brividi della paura, sfiorano, tra ferini scatti d’orgoglio, i confini della leggenda, come è capitato a tutti i Bourroghs prima di loro: “il castello di carte costruito su questa montagna si regge sulla paura. […] Se fai in modo che tutti abbiano paura di te abbastanza a lungo, cominciano a scambiarla per rispetto. ]…] Trascorso un certo tempo, e riscritte un bel po’ di storie, la paura è diventata leggenda”.
E le storie sono riscritte davvero: i sentimenti di Halford nei confronti di Clayton sono diversi da quelli che avevamo creduto, il leggendario tesoro dei Bourroghs è nascosto dove meno ce lo saremmo aspettato e, infine, scopriamo che la famiglia che domina Bull Mountain è molto più legata a quella dei Viner di quanto non si pensasse. Il tutto in un romanzo coriaceo, impetuoso e cruento in cui l’odore acido dei personaggi ti sta sotto il naso e non sarebbe strano sentirteli saltare addosso da un momento all’altro.

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