Italofonia portami via

insegna

Assistiamo sempre più all’invadenza di parole anglofone nella nostra vita quotidiana. E senza essere dei puristi è necessario dire che alcune scelte sono davvero inopportune. Ad esempio quella di chiamare “Bakery” un’attività commerciale per renderla più “cool”, in vece di chiamarla “Panetteria” o “Forno”. Così nella Torino dell’aperitivo vi imbatterete in questa insegna. Ma che fare? Perché se tu vai a lamentarti con un linguista medio costui ti farà capire che la lingua è in continua trasformazione e quindi insomma non ci possiamo fare niente. Poi figurati a sostenere leggi per proteggere la lingua, rischi pure che ti diano del reazionario, (anche se i francesi sulla Costa Azzurra sanzionano le insegne in altre lingue, soprattutto quelle in italiano). E allora? Allora bisogna ripartire da un comune territorio culturale, riunirsi magari con i commercianti e far loro presente che è possibile essere “cool” anche con vecchie e nuove parole nella lingua di Dante.

Max Ponte

Cosa amare


Ci sono parole che fanno paura: comandamento, sofferenza. Indicano territori nei quali non vorremmo sostare o metter piede. Il dolore è ostico. Gesù non chiede di far finta di nulla, o di non avvertirne la presenza, il peso, il fastidio che arreca. Suggerisce di caricarsi della croce con amore: è questo che ci unisce all’Uomo dei dolori, che ben conosce il patire. E che nessuno potrà mai superare, in questo campo.

La direzione del cammino


Ci accorgiamo delle persone quando soffrono, o quando soffriamo. Le lacrime attirano l’attenzione in modo irresistibile: forse per questo i poeti sono tristi e i grandi cantanti sfondano con la malinconia o con altri struggenti stati d’animo. Il dolore e la morte costringono al silenzio, al rispetto, all’ascolto. Chissà perché, la felicità è volatile, passa inosservata, favorisce trascuratezza e distrazione. Eppure il cuore, ci dice il Vangelo, è fatto per la gioia. Ecco che emerge chiaramente, mettendosi sulla lunghezza d’onda del Cristo, la direzione del cammino.

Stefano Tofani, Fiori a rovescio (Nutrimenti)

Fiori a rovescio, Nutrimenti edizioni, 2018

Stefano Tofani nella sua vita precedente è stato un pittore, sono sicura. Studiava alla scuola di Raffaello e dal suo maestro ha tratto la capacità unica di rappresentare ogni personaggio in maniera efficace e piena, dai principali, al centro della scena, fino ai comprimari, anche i più lontani.
Tutti i personaggi del romanzo sono rappresentati con le loro caratteristiche, presi in momenti di vita quotidiana, pennellati con precisione e partecipazione (e penso a opere come La scuola di Atene). Tutti, dal maggiore al minore, concorrono a colorare la scena, in cui il lettore si immerge completamente, accompagnato da chi apre sul proscenio al punto di fuoco principale; ascolta le voci, viene richiamato dai gesti, diventa anche lui parte di quel quadro. Anzi, i personaggi minori danno un apporto concreto, sono loro stessi i narratori della storia in alcuni punti in cui prendono voce. Continua a leggere

L’anima


Esiste l’anima? Lo scientismo, la tecnologia, insinuano che l’uomo sia una macchina: funziona, si logora, finché si butta via. In molti vivono così, perfino fra i credenti: ci si imbeve a tal punto della mentalità corrente che si dice di credere alla vita eterna e non si crede neanche a questa.
Cristo ci ha dato l’anima. Letteralmente: consegnò lo spirito. È l’ultimo atto di un’esistenza spesa nell’amore. Ci è chiesto di fare altrettanto: rendergli l’anima, donarla con amore, come gesto estremo di una vita che non è una macchina-rifiuto da smaltire, ma un sogno destinato a realizzarsi.

Vivalascuola. Il 68 unì l’Italia, il post-68 l’ha divisa

(Elaborazione grafica di Francesco Mele)

Chiudiamo con questa puntata la serie dedicata da vivalascuola al 50° anniversario del 68. Carlo Tombola analizza il modo in cui i testi scolastici trattano il 68. Stefano Levi Della Torre fa un bilancio del Sessantotto che ne ricostruisce la dimensione storica. Lea Melandri ne esprime alcune delle istanze più radicali e non realizzate. Giancarlo Consonni ne dà un giudizio alla luce del presente, a partire dalla condizione dell’università italiana: “Non mitizzerei il ’68: lì c’era tutto e il contrario di tutto. Gli sviluppi lo hanno dimostrato: coloro che lo hanno inteso (e vissuto) come una scorciatoia per il potere si sono presto adattati a fare i maggiordomi dei potenti (quando non si sono infilati nella follia brigatista); coloro che hanno posto il problema di un sapere e di un saper fare responsabili hanno per lo più continuato a farlo, assumendosi il compito di andare controcorrente e pagando di persona. Se c’è un’eredità positiva del ’68, questa è nella resistenza di una ricerca e di una formazione che non si arrende ai mortificanti inquadramenti accademici e che mantiene la sua autonomia dal potere economico come da quello politico”. (Giancarlo Consonni) Continua a leggere

Esserci


Le relazioni sono complicate. È vero che in alcuni casi sembra che tutto fili liscio: coppie che non litigano o amicizie ininterrotte, prive di scossoni. Bisogna interrogarsi, però, sul livello di profondità di questi incontri, capire se non vi sia una tendenza a rimuovere, o almeno ad aggirare, i possibili e spesso salutari attriti. Non di rado, nei rapporti, ci sono incomprensioni, equivoci, vuoti che si aprono quando meno te lo aspetti. Solo Uno è sempre lì, fedele, immutabile, coerente fino alla morte col suo principio di amore indefettibile: il Cristo, l’Emmanuele, il Dio con noi. Chi si accorge di quest’egida presente anche quando tutto sembra perso? Essere suoi intimi è il meglio da chiedere alla vita.

Oggi


Gesù è condannato a morte. Oggi ci sembra impossibile. Il rimpallo di responsabilità, quella sorta di flipper con la pallina che sbatte da una sponda all’altra, l’entrare e uscire dal pretorio, finché l’esito, assurdo, sconcertante, si rivela quello: Gesù è condannato a morte.
Ma siamo sicuri che, oggi, la faccenda cambierebbe? Non è vero che il nostro pensiero, i nostri sentimenti, vagano di qua e di là come palline? Non siamo anche noi coinvolti dall’industria della distrazione, contaminati dalla confusione che avvolge il mondo in una cappa impenetrabile? Se così fosse, anche noi, in qualche modo, saremmo fermi alla prima stazione: lo condanniamo a morte, tra un commento su Facebook e un gioco sullo smartphone.

Il musical oggi, come nuovo melodramma


di Guido Michelone

Questo breve excursus, in venti film usciti tra il 1975 e il 2017, risponde al quesito su cosa oggi sostituisca il ‘vecchio’ melodramma, se sia il concerto rock, la performance multimediale, il varietà televisivo, il cinema che ha a che fare con la pop music o altro. Certo è che, alla fine, la pop music, intesa in primis quale canzonetta, risulta ontologicamente lontana dall’opera lirica, perché la sua arte interpretativa (spesso informale) dal vivo non si lascia imbrigliare dalle unità quasi aristoteliche del melodramma classico, dove gli spazi e i tempi posseggono rigide architetture e solenni teatralità. Continua a leggere

Su se stessi


Bisogna guardarsi dal perfezionismo, non c’è dubbio. È un abito che sta stretto a tutti, in primis a chi lo porta. È una sorta di gabbia in cui la vita soffre, geme, e a volte si spegne. Ma è anche vero che chi ama ha cura dei dettagli, fa attenzione alle più piccole cose, si guarda dai minimi sbagli. È un’attitudine da ricuperare. Si lavora per soldi, per mantenere la famiglia, per contribuire al benessere comune; ma si può lavorare per amore, soprattutto su se stessi.

SU “AUTISMI”, DI GIACOMO SARTORI

Questo pezzo su Autismi di Giacomo Sartori (Miraggi Editore) è stato scritto e postato da Frederika Randall, in inglese, sul suo blog. La traduttrice e giornalista americana ha tradotto alcuni testi della raccolta (postati in origine su “NazioneIndiana”, e poi rivisti) per la “Massachusetts Revue” (2015), così come il romanzo dell’autore Sono Dio, di prossima pubblicazione negli Stati Uniti.

 

AUTISMI, RECITATIVI D’AUTORE

Autismi, stilato nel 2010 e appena pubblicato in una elegante edizione da Miraggi, è uno degli esperimenti narrativi più originali e riusciti di Giacomo Sartori. In sedici episodi separati ma tra loro interconnessi (l’editore li definisce recitativi d’autore), il testo evoca persone e luoghi tratti liberamente dalle esperienze dell’autore. Le vicende dell’io narrante disegnano una creatura tragicomica, problematica e marginale, spesso ai ferri corti con l’universo tardocapitalistico, perpetuamente disorientata dalle regole del gioco che governano famiglia lavoro e società. La sua voce è dolorosamente candida e ingenuamente poetica, e in apparenza spontanea, può ricordare l’assurdità ribelle di Samuel Beckett o l’ilarità mostruosa di Kafka. Il volume si apre con quello che è forse episodio migliore, l’ipnotico Il mio lavoro, a proposito di una strana professione che poi ricalca quella dell’autore stesso, agronomo di formazione, e specialista del suolo (una disciplina scientifica in notevole fermento di questi tempi). “Il mio lavoro consiste nel fare buche nella terra. Bu­che grandi e profonde, in cui ci entra comodamente una persona. Poi appunto ci entro dentro. Mi ci seppellisco, si potrebbe dire.” E il libro si chiude con disposizioni stravaganti per il fine di vita, Il mio testamento biologico: “Se nonostante questi miei disinteressati consigli, non riuscirete a svegliarmi, sopprimetemi. Fatelo con gioia, come si sfila una carota dalla terra, pensando già a mangiarla. Procedete pensando che avete il mio pieno avvallo. Ditevi che anch’io al vostro posto agirei nello stesso modo.” Continua a leggere

Leggero


Ti ho pesato e ti ho trovato leggero (Daniele 5,27). Mi ha sempre colpito questo passo della Bibbia. In genere, diamo alla leggerezza un valore positivo: gli angeli, il volo, la coscienza libera dalle zavorre, sono segni di vita e libertà. È anche vero che esistono segnali contrastanti: dire a una ragazza che è leggera non è farle un complimento. Gloria, in ebraico, si rende col termine “kabod”, che vuol dire peso. Dare gloria a Dio significa dargli peso, importanza. Allora, perché non pesare l’amore che abbiamo dato a Gesù, durante il giorno? Farci attenzione, dedicargli tempo, perché prima di dormire non risuoni anche per noi la voce: ti ho pesato, e ti ho trovato mancante. Ti ho trovato leggero.

Zelo


Il tempo, si sa, è relativo, è una convenzione utile per organizzarsi. Ma un sentimento saggio è riconoscere che la vita è breve. Nessuno osa più ricordare che si tratta di un passaggio, una prova, un’erba che al mattino fiorisce e germoglia, e alla sera è falciata e dissecca, come recita il salmo 90. Cosa fare, come comportarsi, in questa prospettiva?
Uno dei libri biblici più amati dagli ebrei – il Qoelet – ha un finale eloquente: “Conclusione del discorso, dopo aver ascoltato tutto: temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché qui sta tutto l’uomo”. Dare più gloria possibile a Gesù: quello che una volta si chiamava zelo, e che oggi non si sa nemmeno che significhi.

E io sono una di esse

E’ morto Philip Roth, un autore che ho imparato ad amare colpevolmente in ritardo, a trent’anni suonati, quando ho deciso, quasi per caso e con poca convinzione, di cominciare a leggere Pastorale americana. Da quel momento in poi, a Roth ho invidiato soprattutto la capacità di spingere il racconto oltre la storia narrata, per rendere l’America qualcosa di diverso dal luogo in cui tutti speravamo di risvegliarci – rivelando in maniera forse unica l’ossimoro per eccellenza dell’american dream – senza però farci mai smettere di continuare a sognarla.
La maniera migliore per celebrarlo mi pare sia quella di lasciar parlare la sua voce attraverso uno dei suoi incipit più famosi, che poi, e qui sta ancora una volta la grandezza del suo scrivere, non ho mai potuto fare a meno di considerare anche uno splendido esempio di finale.

«Cominciò stranamente. Ma poteva forse esserci un altro inizio? Si dice che tutte le cose sotto il sole cominciano “stranamente” e finiscono “stranamente” e sono strane; una rosa perfetta è “strana”, proprio come una rosa imperfetta, e come la rosa di normalissimo colore e gradevolezza che cresce nel giardino del vicino. Conosco quella prospettiva da cui ogni cosa appare terrificante e misteriosa. Rifletti sull’eternità, considera, se ne sei capace, l’oblio, e tutto diventa un portento. Eppure in assoluta umiltà io dico che certe cose sono più straordinarie di altre e che io sono una di esse».

(Il seno, titolo originale The Breast 1972)

Caterina DAVINIO, Il nulla ha gli occhi azzurri. Recensione di Ivano Mugnaini

 

Il fascino micidiale della bellezza

di Ivano Mugnaini

Lo sguardo di Tamara de Lempicka, il tributo in forma di immagine a lei dedicato, ci scruta dalla copertina di questo libro. Ed è ineludibile. Rivela la sua natura essenziale, tutt’altro che accessoria o decorativa. Ci introduce alla storia, le impone un clima e un sapore. Fascino e paura, attrazione, sete di vita e una malinconia lacerata di falena. La stessa luce che la attira irresistibilmente la distruggerà. La volontà di purezza si scontra con un languore esangue e vivissimo, mai sazio, neppure di esplorare il male che la corrode e la chiama a sé. Continua a leggere

La favola bella


Ci sono cose dell’altro mondo. Anche in senso stretto. Cose che fatichiamo a comprendere, di cui è problematico afferrare la portata, al punto da sembrare favole, illusioni. Pensiamo all’incarnazione di Cristo: a chi pare possibile che un Dio si faccia uomo? Che sia concepito per opera dello Spirito Santo? Che un Dio, dunque, si possa guardare, toccare, che si possa parlargli faccia a faccia? Eppure è vero. Ci sono due atteggiamenti possibili al riguardo: un’alzata di spalle, come fanno in tanti – salvo, primo o poi, trovarsi a fare i conti con una insospettata verità -; o un grazie iniziato la mattina e finito la sera, prima di dormire. Grazie, Gesù, perché ci hai regalato la favola più bella; e perché, come scriveva Calvino, le fiabe sono vere.

Raffaela Fazio legge “Figure d’ombra”, di Francesco Dalessandro.


[foto di Dino Ignani]

Dimensione composita, l’ombra dei personaggi che abitano queste pagine è loro provenienza e destino, è loro essenza e condizione.

Ombra è il non-luogo, il silenzio da cui emergono e a cui fanno ritorno dopo aver raccontato se stessi. Ma ombra è anche la loro consistenza, labile e al contempo più reale del reale, come attori che si affacciano al proscenio per dar voce, amplificandolo, a un sentire universale. Più ancora, ombra è il loro stato di “esiliati”, se esilio è ogni sofferta lontananza da ciò che ci è caro. Continua a leggere

Nell’amore


Per chi preghiamo? Se il Signore è vicino, è il nostro confidente; se davvero è un intimo nostro, se è, come vuol essere, uno di famiglia, che bisogno c’è di chiedere per noi? Ai nostri problemi, ai nostri impegni, ci pensa di sicuro. Molto meglio pregare per gli altri: per i vicini, i lontani, per tutto il regno da ricapitolare in Cristo, come dice san Paolo: se non arrotolo la pergamena intorno al capitulum, alla kefalé, al Primo e l’Ultimo, l’Inizio e la Fine, è poca cosa che a me vada bene: ci salviamo insieme. Come diceva Solov’ev: nell’amore, tutto è collegato.