Vivalascuola. Altri 68

La ricorrenza del 50° anniversario del 68 vede ripresentarsi quanto di deleterio accompagna spesso i rituali. C’è chi ne approfitta per tirar fuori il suo livore e fare del 68 l’origine di tutti i mali. C’è chi lo svuota di significato e lo neutralizza con una celebrazione di maniera contraddetta dalle politiche perseguite. Alla base di tali derive ci sono semplificazioni e generalizzazioni incuranti di esibire ignoranza storica e malafede. La presente puntata di vivalascuola prosegue una operazione di memoria che propone ai lettori aspetti forse meno noti del 68: esso ha coinvolto tanti settori della società, dando vita, come ci racconta Nicola Fanizza, anche a un Comitato Marinai-Studenti; la sua incubazione è stata anche in campo cattolico, come chiarisce il percorso di Giuseppe Maria Greco; il 68 è stato significativo non solo nelle grandi città ma anche in provincia, come testimonia il racconto di Paola Martini.

Indice
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.Formidabili quegli anni?, di Paola Martini
Il 68 cattolico, di Giuseppe Maria Greco
Afferrare la vita, di Nicola Fanizza
Altri materiali sul 68 su vivalascuola: qui, qui, qui
Risorse in rete

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Formidabili quegli anni?
Cronaca personale di una sessantottina

di Paola Martini

Esprimere un giudizio su quello che viene etichettato come «il Sessantotto» non è facile, vista la discordanza delle voci che abbiamo ascoltato in questi ultimi decenni.

Per me che li ho attraversati, ormai appare chiaro che ognuno dei protagonisti, grandi o piccoli che siano stati, non può che raccontarne uno spaccato parziale, senza pretendere di descriverli nella loro totalità. Tante furono le storie e tanti i percorsi di vita che, tuttavia, alla fine confluirono in quell’esplosione contestataria, antiautoritaria, progressista, anticapitalistica e radicale che è stato chiamato «il Sessantotto.

La mia, per esempio, è la storia, dapprima periferica, di una ragazza nata in una famiglia benestante di un sonnacchioso paesino del Valdarno (Pisa), ancora immerso, agli inizi degli anni cinquanta, in un mondo agricolo, dove erano palesi le differenze tra notabili (il medico, il farmacista, l’avvocato, il proprietario di una piccola o media industria) e i subalterni. Se si è spalancata davanti a me l’opportunità di cambiare idee e stile di vita e di vivere “il mio Sessantotto”, lo devo prima di tutto alla presenza, all’interno della mia famiglia, per quaranta anni di seguito, di una saggia contadina, intelligente e orgogliosa, la mia Tata. Una “senza storia” che è stata, al contrario, la mia prima fonte documentaria di vicende parallele che si vivevano in dimensioni meno fortunate della mia. Da lei ho ascoltato un controcanto puntuale, ma mai rabbioso, nei confronti di chi parlava, nell’Italia di allora, di una “società del benessere”.

Il liceo a Empoli, l’incontro con nuovi maestri, la riflessione, gli studi, la cittadella universitaria fiorentina, gli amici, gli amori hanno fatto il resto. Come identificare questa mia vita paesana di ragazza borghese, estranea alla politica, con quella di un mio coetaneo nato in una realtà cittadina dinamica come quella di Roma, Milano o Torino? Magari di estrazione operaia, con un padre attivista di un partito politico antagonista delle dure logiche del capitalismo? Eppure questi mondi divisi, soprattutto in alcune aree geografiche del paese, si sono incontrati, si sono dati una mano e si sono sentiti pronti a lottare “per un mondo migliore”.

La famiglia
La famiglia italiana dei primi anni sessanta poco si discostava da quella del ventennio precedente. Questo non va mai dimenticato perché la spinta antiautoritaria e la ribellione contro i padri furono centrali per i ragazzi e le ragazze del Sessantotto. L’autorità del padre, la sua parola, le sue decisioni non venivano che raramente messe in discussione dalla moglie, meno che mai dai figli. Il diritto di famiglia era quello del Codice Rocco, sostituito solo nel ’74. Le più controllate, all’interno del nucleo familiare, erano le ragazze. Ai “maschi”, infatti, veniva concessa nell’adolescenza una certa libertà di movimento, anche perché la loro vivacità sessuale non metteva in discussione l’onorabilità della famiglia, anzi! Le ragazze, invece, dovevano sottostare a regole precise ed era fondamentale per il loro decoro non perdere la verginità prima del matrimonio. La Chiesa, d’altronde, condannava come peccatrici le rare ragazze-madri e non le ammetteva neppure ai sacramenti. Di sessualità, di contraccezione era proibito parlare, così come proibita era ancora la vendita di anticoncezionali (né avrei osato, più tardi quando ormai ero adulta, acquistarli da mio padre farmacista!).

Quando Franca Viola, nel 1966, ad Alcamo rifiutò di sposare il suo stupratore, non accettando il consueto “matrimonio riparatore”, compì un atto inusuale e dirompente non solo per le donne del Sud ma per tutte noi. Affermò la legittimità della scelta autonoma di un amore e rifiutò di considerarsi “bruciata”, “morta socialmente”, perché non più vergine. La tv ci informava di questi fatti di cronaca e diventava un potente amplificatore di un’esigenza di libertà e di autonomia che, come “giovani”, categoria sociologica che si andava codificando, avvertivamo.

I giovani anni sessanta, la tv, la musica
Chi erano i giovani degli anni sessanta? Cosa volevano? Perché erano in fermento e si sentivano legati ai giovani degli altri paesi occidentali? Dagli Stati Uniti, dall’Inghilterra, dalla Francia e dalla Germania arrivavano immagini di ragazzi e ragazze che stimolavano in noi il desiderio di “esistere”, cioè di contare e poter dire la nostra prima di diventare maggiorenni (in Italia si diventava maggiorenni a 21 anni). Ci apparivano più dinamici, meno ingessati. In cammino, sulla strada, come gli hippy, quanto noi eravamo immobili. La rasatura militaresca dei capelli si era trasformata in un caschetto irridente con i Beatles (già nel primo 33 giri del ’63: Please, please), come se questi giovani rifiutassero clichés non scelti in prima persona. Beat, capelloni, senza morale, li definivano i nostri padri, riuniti la sera a giocare a briscola nei bar, mentre noi ascoltavamo incollati ai transistor quella musica rock, trasmessa da «Bandiera gialla», di cui non capivamo le parole, lontana anni luce dal melodico di Nilla Pizzi e Claudio Villa e che sapeva farci emozionare.

I paesi, la campagna
Il mio piccolo paese, di duemila abitanti circa e una percentuale di votanti il Pci che sfiorava l’80%, con la sua immobilità e la sua desolante monotonia quotidiana riproduceva, come su un plastico in scala ridotta, la dicotomia di un mondo diviso in blocchi, in piena guerra fredda, per nulla lontano dallo scontro armato: da una parte c’erano la Chiesa e il suo ampio sagrato, il convento dei frati, il circolino col pallaio, la tv e i biliardini, gli spazi dei “bianchi” e dei “reazionari”: quindi, anche io; dall’altra, il mondo socialista e comunista dei “rossi”, la casa del popolo dei mangiapreti a cui io e i miei amici (studenti di scuola media) non potevamo accedere.

Un papa nuovo, un “papa buono”, aveva parlato di pace, rivolgendosi a tutti gli uomini di buona volontà, e la bella folla acclamante in piazza San Pietro si era sovrapposta nella mia mente di bambina a quella fiumana umana di migliaia e migliaia di statunitensi, neri e bianchi, in marcia che avevano seguito il pastore Martin Luther King fino alla Casa Bianca per affermare di “avere un sogno” collettivo: quello della fine delle discriminazione, della fine dell’intolleranza, in nome di una vera fratellanza tra gli uomini.

Eravamo andati a Roma, dal papa, ammirando la bellezza di un’autostrada che era l’emblema evidente, secondo mio padre, delle “magnifiche sorti e progressive” dell’Italia del boom economico.

La guerra nel Vietnam e la primavera di Praga
Fu la guerra in Vietnam a minare per sempre le mie certezze sulla giustizia e sull’equità del mondo occidentale. Avevo iniziato dal ginnasio a seguire «Tv 7», una bella trasmissione di attualità che in seconda serata informava su fatti vicini e lontani. In particolare, un servizio sconvolgente di Furio Colombo che mostrava immagini dei bombardamenti statunitensi su Hanoi. Era il 1967, avevo 16 anni.

Mi era stata insegnata la storia di un mondo giusto e di uno sbagliato; di un mondo libero e di un mondo tenuto in catene, oltre una “cortina di ferro”, dove parlare, discutere, scendere in piazza e votare erano libertà negate. Ma tutto vacillava intorno a me. L’immagine positiva dei soldati statunitensi che distribuivano alla nostra popolazione, affamata e stremata dalla guerra, sapone, cioccolata e zucchero, che ci avevano liberati dal nazi-fascismo, non collimava con ciò che vedevo e ascoltavo in tv. Strideva con le bombe sganciate su una popolazione che chiedeva di decidere sulla propria sorte politica; con le immagini agghiaccianti di civili in fuga, di bambini con lo sguardo perso, con fardelli tentennanti sulla testa al pari delle madri che li tenevano per mano. Della “sporca” guerra del Vietnam si iniziò a parlare a scuola, chiedendo la parola.

Il liceo, il diritto alla parola
La parola, a scuola, ci era negata. I professori immobili spiegavano, interrogavano, apostrofandoci con il Lei dall’alto di una predella. Anche quando erano preparati, sembravano cariatidi marmoree, disinteressate all’esistenza stessa della scolaresca che avevano di fronte. Ciechi e sordi, persino un po’ disumani. Chiedere uno “spazio”, un’assemblea, in cui poter discutere, fu considerato un gesto da sovversivi: spesso la richiesta fu negata. Ma non avevamo la stessa paura di prima, perché eravamo molti e sentivamo che la nostra giovinezza doveva essere investita in qualcosa di autentico, pacifico, ma fermo. Iniziarono gli scioperi. Alle assemblee, a prendere la parola erano in prevalenza leaders maschili. Lo scalpore che noi ragazze destammo, partecipando in pantaloni o gonna corta, senza indossare gli orrendi grembiuli neri, può essere testimonianza di quanto quel gesto ci fece, di fatto, mutar pelle in una primavera epocale che stava arrivando.

Nuovi insegnanti, per lo più di materie umanistiche, divennero maestri di vita e si mostrarono disponibili a parlare e a farci parlare, leggere un giornale, ascoltare musica, come se l’esigenza di un profondo rinnovamento della scuola fosse un’esigenza comune e sentita. Una scuola classista e autoritaria, quella italiana, anche se fondata su un impianto (quello gentiliano) coerente e dotato di una sua validità.

Dove erano finiti i miei compagni delle elementari e delle medie? Quanti avevano potuto permettersi il lusso di non aiutare la famiglia col proprio lavoro, accedendo a un’istruzione superiore? Pochi: il 20% degli adolescenti di allora. Il mondo con le sue contraddizioni ci investì. E il cinema, i cineforum, col dibattito che ne seguiva, insieme alla musica, furono decisivi per iniziare a farci un’idea della realtà.

La primavera del Sessantotto
In quella primavera del 1968 accaddero tante cose. La primavera di Praga e l’invasione sovietica con i carri armati mi resero per sempre impermeabile all’idea che i regimi comunisti fossero capaci di accogliere l’esigenza democratica di partecipazione civile a un nuovo modello di società che auspicavamo: una società né capitalista né comunista. Jan Palach che si dava fuoco in nome della libertà negata dal regime, davanti a carri armati che incedevano come enormi pachidermi, fu indimenticabile. Dovevamo trovare una terza via, feconda per la nostra utopia egualitaria, democratica e socialista.

«L’immagination au pouvoir» voleva dire per me, come per i miei amici che niente era scontato, immutabile. Dovevamo pensare, dovevamo studiare, dovevamo immaginare. La carriera, la famiglia, la patria non sembravano essere gli unici scopi di vita quanto la libertà, la consapevolezza, la conoscenza del mondo, l’incontro con gli altri, la tolleranza. Eravamo un’élite, un’élite privilegiata, fra l’altro. Fummo un’élite attiva. Chiedevamo la riforma della scuola, l’accesso di tutti agli studi universitari, quell’accesso che invece era consentito solo a chi usciva dai licei. Questa battaglia fu vinta l’anno dopo dal Movimento studentesco, ormai diffuso in molte città.

Ma nonostante questo, il tran tran della scuola con interrogazioni e compiti, le amicizie e i primi amori, i film che vedevamo al cineforum avevano la precedenza, nel nostro gruppo di compagne empolesi, su ogni altro discorso.

L’autunno “caldo”, la strage di Piazza Fontana
Ho litigato tanto con mio padre: gli tenevo testa, prima di tutto su temi quotidiani, come quello del rientro da Empoli. Una linea ferroviaria maledetta, quella Empoli-San Romano, vista la marginalità della nostra stazione. Per poter incontrare qualcuno, nel “giro”, nel centro cittadino, non c’era che la possibilità del locale delle 20, arrivando a casa alle 20,25. La regola, rigidissima, di essere a tavola tutti, al rientro a casa di mio padre dalla farmacia, fu infranta. Soprattutto i litigi vertevano sulla contestazione studentesca e giovanile, che mio padre non digeriva, sull’irrisione della nuova musica, dei capelloni, su aspetti contestati della politica internazionale. Mia madre non se ne capacitava e Tata taceva, cercando di moderare gli scontri che finivano in silenzi.

Da molti mesi la classe operaia aveva fatto richieste sfociate in massicci scioperi, il clima era infuocato. Ricordo in particolare una cena. Nella nostra grande casa, per lo più gelida perché priva di termosifoni, l’ampia cucina, dotata di stufa economica a legna e camino, era lo spazio più accogliente, saturo di profumi e fragranze. Pieno inverno, dicembre. Alcuni ospiti in attesa di mangiare con noi stavano discutendo con i miei genitori del clima “sovversivo”, pericoloso, che si stava respirando e che poteva portare alla catastrofe. Il telegiornale dette notizia di un attentato in una banca di Milano, mentre scorrevano immagini spaventose della voragine prodotta dal tritolo. Nel caos si sentivano voci e urla di decine di persone ferite, agonizzanti accanto a dei cadaveri: la strage di Piazza Fontana. Polvere, tanta polvere e morte.

Mentre in casa mia si gridava sulla necessità di un ritorno all’ordine, io, che non aprivo bocca, che mi sentivo in qualche modo messa tacitamente sotto attacco, ho pensato che non fosse possibile che quella strage fosse stata attuata dai movimenti giovanili di cui ormai mi sentivo parte, antagonisti nei progetti, ma pacifisti e libertari nel loro dna. Ci dovevano essere altre spiegazioni, altre verità, a me sconosciute, che dovevo capire.

Gli anni settanta a Firenze: studio e politica
Dal 1972 fino alla fine degli anni settanta ho abitato a Firenze: lì ho frequentato la Facoltà di Filosofia, laureandomi in Storia.

Fu una dura battaglia personale quella che condussi in famiglia, per ottenere di poter vivere in un appartamento a Firenze, da sola, o meglio con mia sorella, per non parlare del fatto che era presente con noi anche il mio ragazzo, il mio amore. Mia madre prese un esaurimento e il paese dileggiò i due farmacisti che avevano concesso questa libertà inaudita e scandalosa alla figlia ventenne. Credo che il rispetto che devo a mio padre derivi anche da questa concessione fattami, per «non perdermi», nonostante gli fosse costato tanto. Ovviamente dettò le sue condizioni, come il rientro a casa il venerdì sera a cena: puntuale! E studiare! Nessuna deroga agli esami da sostenere.

Firenze, non era San Romano. Mi sentivo libera, leggera e viva. La facoltà di Lettere era in fermento: gli studenti chiedevano un lavoro strutturato in seminari, la riduzione delle tasse universitarie per gli studenti lavoratori, la fine delle baronie. Alcune lezioni venivano sospese per parlare, alcuni professori erano infuriati, altri discutevano con chi aveva interrotto la lezione. Ma si studiava. I docenti di Storia e Filosofia avevano opposto un netto rifiuto al “18 politico”, proposto da «Potere operaio» e «Lotta continua». Concordavo i docenti. Non volevo gli esami di gruppo: una società nuova non poteva essere costruita sull’approssimazione e l’ignoranza. Mi scocciava che il mio studio non venisse valutato, che non ci fosse un confronto tra me e il docente in nome di un fasullo appiattimento egualitario.

Era bello “fare politica”, cioè ritagliare un po’ del proprio tempo per discutere e progettare con altri un cambiamento, o mettersi, gratuitamente, al servizio di altri.

Due o tre volte la settimana mi riunivo con i compagni de «il manifesto» di Empoli, con l’obiettivo di un governo delle sinistre o andavo a fare doposcuola nella parrocchia di Spicchio, da don Giacomo Stinghi, ai bambini meridionali, che parlavano un italiano sgrammaticato e scorretto. E questo perché, come aveva detto don Milani, «l’operaio possiede 100 parole e il padrone 1000: per questo lui è il padrone». Progettavamo parchi da costruire nei quartieri che circondavano il centro, non più zone di campagna, ma non ancora città. Sorgevano palazzoni accanto a casolari che avevano l’aspetto desolante della campagna inurbata. Dove avrebbero giocato i bambini, ci chiedevamo? Iscriversi al «Comitato di quartiere» era un altro modo per immaginare e tradurre in atto, almeno nel piccolo della propria area urbana, uno spazio vivibile a misura d’uomo.

Il corpo, la sessualità, le donne
Bello scoprire la dimensione della sessualità, esplorata appena con paure e sensi di colpa. Una volta ho temuto, ma davvero tanto, di essere incinta. Terrore, smarrimento, sensi di colpa e solitudine nonostante la presenza del mio ragazzo, amoroso, ma sempre un po’ distratto, come se i problemi del corpo me li dovessi gestire da sola. Sarebbe stato penoso per me abortire, come, d’altronde, lo è stato tanto per un’amica ospitata a casa mia. Un atto compiuto in clandestinità, nelle case, per fortuna con medici volontari di estrazione radicale, ma con attrezzature improvvisate, rischiando. A me è andata bene. Non ero in attesa di un bambino, avrei potuto continuare a studiare, non avrei dovuto affrontare i miei genitori, la vergogna o altro. Ma, passata la paura, decisi che non sarebbe dovuto accadere mai più.

I “compagni” continuavano a riprodurre, anche nei rapporti amorosi liberi e “liberati”, lo stesso schema maschile/femminile in precedenza introiettato. La contraccezione veniva sentita da loro come un affare di donne, da donne. Ecco perché parlare con altre ragazze fu necessario. E formare gruppi di “autocoscienza”, come si diceva allora, volle dire confrontarsi sui problemi del corpo, della maternità, della contraccezione da un punto di vista intimo e profondo. Ottenere che gli anticoncezionali fossero distribuiti nelle farmacie, senza resistenze, dietro prescrizione medica, ovviamente, fu un grande passo in avanti. Iniziò la stagione “delle streghe e delle fate”.

Il Referendum sul divorzio fu il vero detonatore che mandò in frantumi i blocchi separati del mondo laico e del mondo cattolico, decisamente divisi in precedenza all’interno della società civile: al di fuori della nicchia universitaria, a tavola e per strada, in piazza e al bar, dal meccanico e negli alimentari, persino sui sagrati delle chiese, uomini e donne si accapigliarono, ma espressero un loro parere, in un tam tam ascendente perché non fosse revocato un diritto civile necessario.

Gli anni di piombo
Sono stati definiti anni di piombo, gli anni settanta. Impossibile smentire questo epiteto, soprattutto rileggendo le cronache che danno testimonianza dei morti e dei feriti che ci sono stati. Fuorviante, tuttavia, ingabbiarli in questa definizione riduttiva. La sensazione di noi giovani era distante da quella di chi sentiva di vivere in un periodo oscuro, pericoloso e inquietante. Noi percepivamo l’attivismo, l’energia civile, l’intensa progettualità. «Libertà è partecipazione», aveva cantato Gaber.

Rifuggivo dalla violenza, mentre lottavo per un governo delle sinistre, osteggiato dai conservatori, dai fascisti e dai golpisti. Destavano in me un vero e proprio terrore le mani alzate, pollici e indici innalzati al cielo, che comparvero nei cortei studenteschi, mimando pistole pronte a sparare: la P38. Formazioni sparute dell’«Autonomia operaia» insieme a gruppi extraparlamentari invitavano allo scontro, alla lotta armata.

Tra il volo dalle finestre della questura di Milano dell’anarchico Pinelli e l’assassinio del commissario Calabresi del maggio ’72 passarono solo tre anni, ma in questo breve periodo le acque del movimento e dell’intera società italiana si intorbidirono. La lugubre stella a cinque punte comparve in volantini lasciati per strada o sui muri delle città. Ma tutto questo non fermò le mille iniziative sviluppatesi “dal basso nei quartieri, nella scuola, nelle case del popolo, nei collettivi, nel cinema e nel teatro.

Non voglio qui ripercorre puntualmente la storia di quel quinquennio che si concluse tragicamente con l’assassinio di Aldo Moro e lo spegnersi di un progetto di una possibile trasformazione dell’Italia della Prima repubblica.

L’estremismo dei gruppi e, soprattutto, la violenza armata crearono sgomento e paura e furono pretestuosamente utilizzati da una classe dirigente arretrata, reazionaria e in parte collusa con il sistema mafioso, per orientare l’opinione pubblica verso la conservazione dell’esistente. D’altronde i partiti della sinistra non furono in grado di accogliere le richieste di rinnovamento, partecipazione e democratizzazione che erano emerse dal basso, filtrandone le velleità, dando legittimità a una trasformazione del paese.

Il decennio più riformatore
Anche se parzialmente, tuttavia, quella spinta al cambiamento produsse novità, tanto che forse si può sostenere che gli anni settanta furono il decennio più riformatore che l’Italia abbia conosciuto dal dopoguerra. Agli asili, gestiti fino ad allora da suore, si affiancarono scuole materne statali e le donne furono protette sul lavoro da una legge sulla maternità. Venne creato quel sistema sanitario nazionale che prevedeva il diritto alla salute dei meno abbienti. La scuola legittimò la partecipazione di studenti e genitori. Con la legge Basaglia fu “negata” la legittimità di un’istituzione coercitiva e violenta come quella del manicomio, che adoperava mezzi di detenzione e di “cura” aberranti e disumani. Col nuovo diritto di famiglia le donne furono considerate pari al coniuge nell’educazione dei figli e nella scelta della residenza.

Continuo a credere che l’Italia del tempo avesse necessità di quella spinta rinnovatrice; continuo a negare che la mia generazione ribelle sia stata formata solo da terroristi e che quelli siano stati esclusivamente “anni di piombo”, come cinema e tv, nonché importanti leaders politici li descrivono.

È stato tutto formidabile? Non direi proprio, specialmente se rivado con la memoria agli aspetti verbosi delle nostre assemblee e dei nostri incontri. Auspico però, a distanza di mezzo secolo, che, con modalità diverse, nuove generazioni, con le loro forze e le loro utopie, raccolgano l’energia civile di quegli anni per una società meno diseguale e meno ingiusta che ancor oggi stenta a nascere. [torna su]

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Il 68 cattolico
di Giuseppe Maria Greco

1. Il vento è sempre annunciato dalla brezza
Tu cosa facevi, quando è scoppiato il ’68?

Questa è la domanda che, quando il clamore dei conflitti si era placato ma non era ancora avvolto nella nebbia di ciò che è considerato ormai trascorso o, ancora dopo, non era addirittura giunto alla negazione della sua esistenza, ci si scambiava tra “reduci”.

Scoppiato, il ’68? Come, “scoppiato”? Non era mica una vescica in suppurazione! Anzi…

Anzi, gli anni che hanno preceduto il 68 sono stati esiti di una lunga gestazione che li ha lentamente preparati.
Certo, contribuirono ad essa i film americani, la musica, che scatenava i ragazzi contraddicendo le buone maniere insegnate dai loro genitori, il chewing-gum e i jeans. Ma non è di queste “infiltrazioni dall’esterno” che voglio parlare.

Perché le avvisaglie di quel conflitto generazionale noto come “il sessantotto” hanno avuto precedenti che la vita di ogni famiglia dell’epoca ha potuto riscontrare nella sua vita quotidiana, in quella che veniva considerata, nell’etica ancora contadina e fortemente cattolica o sentitamente comunista dell’epoca, la matrice dell’educazione e la fonte della morale dei figli.

Non parlo degli elettrodomestici e della televisione, che cominciavano ad allargare gli spazi di visuale delle famiglie, ma di più forti cambiamenti nella visione del mondo, in cui tutti erano immersi senza ancora comprenderne la portata.
Alcuni spunti li ricavo dai miei ricordi, così da invitare chi fosse stato al mondo nei primi anni ‘60 a ritrovare anche i suoi.

2. Sintomi del ‘68
I principi ferrei su cui si reggeva la società rievocavano in parte ancora quelli di fine ‘800: la netta divisione delle età con le rispettive responsabilità e il corrispondente diritto o meno di parola, l’etica del lavoro come promozione personale e sociale, ma anche come valore religioso, la sobrietà dei costumi, incrinata però dai citati segnali di cambiamento. La parrocchia aveva ancora un ruolo formativo per molti bambini. Le sedi dell’azione cattolica erano diffuse dappertutto.

Mi capitò per caso di farne parte, a dodici anni, proveniente da Fano nella città di Bergamo e accolto da questa con un “Napoletani!” che rispecchiava il fastidio locale per l’ondata di immigrazione dal sud Italia. Tra le iniziative cui un neofita della pre-FUCI doveva dedicarsi era compresa la “San Vincenzo”. Con un cartoccio contenente qualche genere alimentare, io bambino timido dovevo bussare alla porta di vecchie persone, entrare in bugigattoli fetidi e stretti e intrattenere per una mezzora persone il cui dialetto mi era totalmente estraneo.

Non ero obbligato, data la mia età, a partecipare agli incontri e alle conferenze di formazione teologica. Accompagnato dei miei fratelli un poco più grandi, finii però per andarci. Non capivo nulla di quello che veniva detto, ma pian piano cominciai a conoscere e intuire figure come Teilhard de Chardin, i “nuovi teologi” come Congar, Chenu, Danielou, De Lubac, Balducci e Turoldo, persone che aprivano alla mia mente spazi nuovi e intensamente umani. La cultura non si formava nella mia testa solo grazie alla scuola pubblica, ma anche attraverso forme inedite. Il pacchetto ai poveri, le lezioni scolastiche e le profondità del pensiero si mescolavano insieme e rendevano conto l’una dell’altra, trovando coerenza nel pensiero e forza nell’aspirare a ciò che è giusto.

Poi c’erano da riempire di articoli i giornalini studenteschi. A dodici anni fui spedito in non so più quale valle bergamasca con un registratore Geloso, a far domande sui problemi del lavoro a operai di una fabbrica disposti a parlarne con dei ragazzini. Mi trovai immerso in un mondo sconosciuto e incomprensibile. Leggevo ai miei ospiti le domande che avevamo preparato, loro rispondevano a lungo, in un dialetto indecifrabile, intercalando sigle sindacali, sconosciuti nomi di fabbriche e di sindacalisti, problemi di contributi, di cottimo, di contratti… L’impressione che ricavai da quella esperienza fu di una lontananza abissale tra me, quegli ambienti e quelle persone.

E un giorno mi chiamò, ma avevo ormai quindici anni, il preside dell’ITIS che frequentavo, perché voleva che pubblicassi un suo messaggio, da trasmettere nella forma di un’intervista. Non era più accettabile, sosteneva, che un geometra si diplomasse senza aver mai neppure messo mano alla costruzione di un muro. In altre parole: come poteva, un neo diplomato, dirigere i lavori di un cantiere solo con cognizioni astratte, senza avere un’idea del lavoro dei suoi collaboratori?

E, quando di anni ne avevo diciassette ed ero all’ultimo anno d’Istituto, il professore di Italiano e Storia, di cui si sussurrava a mezza bocca che fosse socialista, invitò, ma solo chi di noi avesse liberamente accettato, ad una lezione da tenersi senza formalità in un bar. Ci andai, con la giacca e la cravatta come ancora si usava, e lui ci chiese se eravamo disposti ad una lezione dialogata su un pezzo di storia non compresa nei libri di testo, quella del fascismo. Non ero abituato a quella vicinanza con un professore, a quell’essere ugualmente clienti seduti ad uno stesso tavolo di un bar a bere qualcosa, mentre lui parlava, con la difficoltà del tentar di mantenere su un piano puramente storico una lezione relativa ad un’epoca censurata dai libri di scuola.

3. Il ‘68 è ormai alle porte
Si sarebbe detto che trovavo nell’Azione cattolica quella libertà di pensiero che la scuola mi negava.

Quando arrivai a Milano e iniziai nel ’65 a frequentare il Politecnico, imperversava il bullismo sia degli insegnanti che della Goliardia. Ma ambedue cominciavano ad essere percepiti come insopportabili: le festicciole cui diverse “matricole” accettavano di partecipare come vittime erano da molti ritenute disgustose, e la “difesa delle matricole”, cui io matricola partecipai rischiando con e senza l’appoggio di “fagioli”, “colonne” o “anziani”, cominciava a farsi modesto spazio per iniziativa soprattutto degli studenti cattolici.

In quel momento gli studenti vivevano sollecitati dalla valanga ideale del Concilio Vaticano II e della guerra del Vietnam la cui percezione emotiva non era distante da quella del “terzomondismo”, che iniziava ad avvicinare mondi e Paesi allora considerati lontanissimi, visto che lontani e stranieri erano considerati anche quelli alle soglie dell’Italia, come la Francia, la Spagna e la Iugoslavia di Tito. E da tempo circolavano tra i giovani i libri e le opere di Don Milani e gli scritti di don Primo Mazzolari, pregni di antifascismo e di rivolta nei confronti delle gerarchie.

Non era possibile per un giovane, intellettuale o di animo generoso, sottrarsi a un inedito senso di colpa generato dal conflitto tra il benessere in crescita e la miseria cui altri venivano soggetti, e la domanda sui motivi di questo scarto. Se sia il benessere che il terzomondismo erano ambedue cose buone, come mai una provocava l’altra, e la seconda era senza speranza di riscatto?

Una generazione nuova non può che attribuire queste contraddizioni a quella che l’ha preceduta. Fu così che molti ragazzi confluirono dalle fila cattoliche in gruppi “di contestazione”, e che dilagarono nei quartieri di periferia per “fare lotta politica”, insieme, come aveva suggerito in precedenza il Concilio, ad altri “uomini di buona volontà”, cioè i giovani marxisti provenienti da altre esperienze.

A Milano, nel 1965, quando ero appena arrivato, non conoscevo nessuno che avesse la mia età. Così, avevo cercato la FUCI. Anche lì, però, non era facile fare amicizie. L’assistente se ne accorse. Mi prese per un braccio e mi portò nella sala dove si tenevano le prove del coro, cui fui ammesso dopo una prova che superai con la voce strozzata in gola. Così, iniziai a partecipare a quel mondo. Le assemblee periodiche, in cui si discutevano programmi, articoli da redigere, posizioni da prendere su fatti politici o di altra natura, cominciavano ad essere riempite da giovani che avevano militato in Gioventù Studentesca, movimento fondato da don Giussani nel ’54, e che intendevano portarvi la propria modalità di intendere la “testimonianza cattolica”, diversa dalla visione laica della Federazione.

Nel 1966 il cardinale Colombo aveva stabilito che i vertici di GS fossero i vicepresidenti di Azione Cattolica, e che i ragazzi avviati in GS proseguissero la loro formazione nella FUCI. Così, vinsero e occuparono tutti gli spazi, esautorando i fucini tradizionali.

Nel febbraio 1966 GS aveva denunciato gli autori dell’inchiesta pubblicata da “La zanzara“, giornale studentesco del Liceo Parini di Milano, intitolata “Che cosa pensano le ragazze d’oggi“, un dibattito sulla condizione femminile e sulla posizione della donna nella nostra società, condotta criticando la famiglia tradizionale e la morale sessuale in termini forti per quell’epoca. GS aveva ribattuto all’articolo con un volantino firmato “Pariniani Cattolici“, che pur accusando “la gravità dell’offesa recata alla sensibilità e al costume morale comune“, era intitolato Protestiamo! Valori fondamentali della nostra tradizione sono la libertà e la democrazia.

Mi trovai calato in questo cambiamento senza averne chiarezza. Continuai così a frequentare la FUCI, partecipai ai “raggi” e diedi ripetizioni gratuite ai ragazzi della periferia (la “bassa” milanese).

Andai “in comunità” a Sambiase, in Calabria, dove c’erano ancora famiglie che vivevano in palafitte con gli animali. Si era trovato con noi un ragazzo marxista. Un giorno, scandalizzato dalla mancanza di acqua per i poveri abitanti dell’area, che erano costretti a pagarla togliendo quel poco dalle proprie tasche, andò furibondo dal sindaco. I responsabili della comunità lo cacciarono. Mi sembrò una cosa inaccettabile.

Intanto cominciavano le occupazioni delle facoltà universitarie.

4. Il ’68 è arrivato
Il 17 novembre 1967 si manifestò il Sessantotto italiano con un’occupazione all’Università Cattolica milanese, a cui parteciparono anche molti aderenti di GS, Azione Cattolica, FUCI. Molti di loro passarono in breve a Lotta Continua e al Movimento Studentesco di Mario Capanna. La crisi che il Sessantotto accese in tutto il mondo cattolico cambiò profondamente la fisionomia di tutte le aggregazioni della Chiesa in Italia.

Ricordo che, quell’anno, improvvisamente tutto tacque, il tempo si fermò in un silenzio assoluto. La goliardia scomparve. Le assemblee nella FUCI, gli incontri di teologia ecc. non si tennero più. Restammo tutti in attesa senza capire di che cosa.

Fu lanciato il Movimento quartieri. Gli studenti uscivano dalle facoltà e dalle scuole e si riversavano nelle periferie operaie. Questo rimescolamento verticale delle “classi” di marxiana memoria, ancora rinnovate nella ideologizzazione dell’operaismo, aveva fondamento, per quanto mi riguarda e forse non solo per me, anche in quei pomeriggi tristi della consegna dei cartocci alle famiglie povere di Bergamo.

La conseguenza, in quegli anni, fu la divaricazione delle militanze cattoliche. Molti s’impegnarono definitivamente nei gruppi politici, mentre altri, visti da quelli prima di malocchio e poi rigettati definitivamente, proseguirono sulla strada dei “valori”.

Con un mio fratello, nel 1969, decisi di formare un gruppo di quartiere. Chiamammo a parteciparvi, sull’onda del Concilio, anche quel ragazzo marxista che avevamo conosciuto a Sambiase. Scegliemmo un quartiere, la Trecca, molto vicino all’Ortomercato, in cui intere famiglie abitavano le “case minime”, costruite negli anni ’30 in via Zama, in parte occupate dalla “mala”, in parte da immigrati dal Sud, chiamate minime perché intere famiglie di quattro o cinque persone venivano stipate in due stanze. Dopo un po’, quel ragazzo scelse la facoltà di sociologia di Trento e ci lasciò.

In quell’anno anche ingegneria decise, dopo inutili tentativi di dialogo con il rettorato, di occupare la facoltà.

Nella facoltà d’ingegneria il voto politico non attecchì granché. Ebbe più favore in quella di Architettura, ma sospetto che le ragioni del suo maggior successo non furono tanto le richieste degli studenti, quanto i progetti del Preside di Facoltà Portoghesi, che riteneva necessario separare per bene gli studi di Architettura da quelli di Ingegneria Civile che stavano, grazie all’informatica, per sovrapporsi. Degradare alcune competenze da riservare agli ingegneri e spingere quelle più tipiche degli Architetti è forse stato il vero motore di quello che banalmente si descrive come il desiderio di non studiare dei giovani politecnici.

Il Movimento quartieri ebbe vita breve. Gli ex giessini di Milano, ora “fucini”, durante la dispersione dei ragazzi nelle formazioni di sinistra, avevano costituito dei “Gruppi di comunione” per mantenere in vita un riferimento per i credenti sparpagliati qua e là. Finché nacque Comunione e Liberazione, fervida di vitalità e di iniziative tutte orientate all’idea di comunità cristiana.

Chiusa, dopo un anno e mezzo, l’attività nella Trecca, ripresi a far parte del movimento di CL, che ancora costituiva la FUCI milanese. Rispetto alla sensibilità diffusa tra i giovani dell’epoca, che intendeva valorizzare i più deboli, in CL la parità espressa nei momenti di riflessione comune, sia di genere che di estrazione sociale, non trovava corrispondenza a mio avviso nell’ambito decisionale, che appariva lontano e concentrato in poche mani. Quando posi questo problema, che mi sembrava contraddire l’idea di comunità, poiché alla fine chi era meno “attrezzato” spesso era destinato a restare muto, a un esponente del vertice, egli mi rispose che “non ero abbastanza dentro”. Così, decisi di uscire da CL, e con me vennero alcuni ragazzi e l’assistente della FUCI milanese.

Insieme ad altri, costituimmo a Città Studi un gruppo ispirato al Concilio e disponibile alla visione ideale e liturgica più ampia. Ci riunivamo in una casa a due piani il cui affitto era irrisorio, così che il nostro gruppo fu noto come quello della villetta, o semplicemente “la Villetta”. Si unirono a noi credenti e non credenti e divenimmo una realtà significativa in quell’area. La messa, che era celebrata la domenica nella “chiesa verde” di piazza Leonardo da Vinci, era aperta a tutti, compresi i ciellini, che però continuarono a celebrare la loro, ed era seguita da un pranzo semplice con la gente del quartiere. Dopo qualche mese, il cardinale Colombo volle istituire pastorali della famiglia, del lavoro e anche dell’università. Partecipai al primo incontro di quest’ultima, che però terminò subito per l’assenza non motivata dei ciellini. La volta successiva non vennero ancora, e neppure la terza. Stanco di essere preso in giro, dissi al vescovo incaricato della pastorale che CL aveva creato una spaccatura tra una destra capeggiata da lei, e una sinistra che comprendeva noi.

Della pastorale universitaria non si parlò più, ma la cicatrice restò aperta.

Cominciai a percepire vagamente i primi segnali di una crisi di fede.

5. Il ’68 è alle spalle, è davanti, è dentro…
Giunse la laurea.

Si era discusso a lungo, in facoltà, circa il ruolo “non neutro” dell’ingegnere, e di come avremmo dovuto affrontare il lavoro in fabbrica, senza però trovare soluzioni concrete. Quindi, ciascuno avrebbe dovuto affrontare a suo modo l’ingresso nel mondo del lavoro, e lì “affrontare il conflitto di classe”.

Ci fu chi evitò la fabbrica entrando nel mondo della scuola. Ma chi era destinato ad essa, come gli ingegneri meccanici quale io ero diventato, avrebbe finito, secondo l’idea corrente, per stare “dalla parte del padrone” ed esserne il tramite ferreo nei confronti degli operai, in quegli anni ancora legati alle catene di montaggio. Sapevamo già che la formazione tecnica appresa all’università sarebbe servita solo a far di noi “l’anello della catena di trasmissione” della volontà del titolare.

Io però avevo anche un ulteriore motivo di crisi. Il conflitto tra le classi sociali implicava tra loro una diversa visione del mondo e modi diversi di vivere, di lavorare, di soffrire e di sperare. Come potevo essere certo che il Dio, che avevo appreso essere unico così come era descritto nella storia biblica e nel quale credevo, fosse identico a quello in cui credeva un operaio? Come potevo ritenere che la mia immagine di Dio non fosse filtrata dalla mia condizione sociale?

Il conflitto di classe vissuto intimamente non poteva non dare luogo a crisi personali, al momento di entrare nel mondo del lavoro. La visibilità chiara, che oggi non esiste più, delle diverse classi sociali consentiva l’evidenza dello sfruttamento e la volontà di sconfiggerlo. Ma i tentativi di incontro tra formazioni operaie e gruppi studenteschi non avevano dato risultati costruttivi. I motivi che spingevano alla protesta provenivano da esperienze e storie differenti, difficili da trasmettere e armonizzare. Un modo di superare l’ostacolo poteva essere sperimentare l’esperienza degli altri, ascoltando in silenzio.

Così, alcuni (me compreso) presero uno zaino e partirono per l’ingaggio da qualche parte come operai. Combinazione, lo stesso avevano fatto e facevano ancora dei preti in Italia e in Francia. Questi sperimentatori delle diversità di classe, alcuni alla ricerca della verità operaia e altri della risposta all’universalità o meno della fede, si trovarono, anche se distanti tra loro, a compiere le stesse azioni alle catene di montaggio di auto e trattori.

6. Un filo rosso si dipana…
A posteriori, riconosco un filo rosso nell’idea di senso della mia vita. La vita è una scoperta continua, ed è una continua meraviglia, anche se spesso amara. Il sessantotto fu simile all’istante eterno rappresentato nella Cappella Sistina: quello dello sfiorarsi del dito di Dio e di quello di Adamo. Fu il fermarsi del tempo per ricrearne le condizioni. Fu estasi, perché pose i giovani su un monte più alto di quelli esistenti a scrutare un orizzonte vasto. Alcuni, però, credettero di essere Dio, e precipitarono.

Io persi la fede, ma trovai l’uomo. Con questo, l’orizzonte restò come immagine, ma il tempo riprese lentamente a scorrere. [torna su]

* * *

Afferrare la vita
di Nicola Fanizza

Sono passati quasi cinquant’anni da quel lontano settembre del 1969, in cui il «Comitato Marinai Studenti» si fece promotore un’azione di lotta contro gli armatori che coinvolse l’intera marineria del mio Paese, Mola di Bari. Ciò che mi resta dell’atmosfera di quel crepuscolo dell’estate è il sapore del tempo. Si trattava di un tempo qualitativamente diverso, insolito, dilatato e, insieme, sospeso.

Una nuova socialità
A noi studenti e ai giovani marinai venne offerta la possibilità di vivere una seconda infanzia: proprio perché non avevamo niente da fare o da progettare, ci abbandonavamo all’istinto e all’effervescenza magmatica del momento; vivevamo una dimensione di tempo senza tempo. Le nuove forme di socialità come le assemblee, il fumare assieme la stessa sigaretta e, in modo coestensivo, l’antico rituale dei giochi di birra, contribuivano ad addomesticare la distanza fra noi studenti e i marinai.

Molti allora presero la parola per la prima volta, altri, invece, ascoltavano. Nondimeno eravamo comunque tutti convinti di poter cambiare il mondo! L’esito di quella lotta fu positivo. I pescatori ottennero un nuovo contratto che prevedeva: una nuova e più equa ripartizione del pescato fra armatori e marinai; il salario minimo garantito; e, infine, il diritto di fruire delle ferie.

In quell’inedito spazio sociale il filo dei rapporti amicali consentì la produzione di un tessuto di relazioni che continuò per alcuni anni. Di fatto a quella lotta avevano partecipato – accanto ai pescatori che erano imbarcati sui pescherecci che operavano nel Canale di Sicilia e ai pescatori dediti alla pesca locale – un cospicuo numero di giovani marittimi che in seguito si tennero in contatto con i membri più anziani del comitato. I leader del «Comitato Marinai Studenti» – Carlo Moccia e Rodolfo Vaccarelli – avevano rapporti epistolari con molti marinai imbarcati sulle navi nonché con i pescatori presenti sui pescherecci che operavano a Siracusa, Mazara del Vallo, Ancona, ecc. Tuttavia col passare del tempo quel filo si spezzò soprattutto per la difficoltà di individuare l’identità del nemico da combattere, poiché il mondo dei pescatori è un mondo composito e variegato: accanto agli armatori possessori di molte barche, vi sono piccoli proprietari di natanti a gestione familiare.

La partecipazione a quell’evento fu per me e per i miei compagni l’occasione per afferrare la vita.

Più che prendere il potere, volevamo perderlo
Il movimento del ’68 era composto per lo più da studenti che non volevano studiare solo ciò che stava nei programmi e da operai che rifiutavano ogni forma di lavoro che non fosse opera viva. Era un movimento «impolitico» che negava l’esistente nel senso che dava voce a tutto ciò che si agitava sull’esergo del sistema, alle forme di socialità che stazionavano nell’atmosfera del dono. Lo slogan «Il privato è politico» esprimeva per l’appunto l’esigenza di porre all’ordine del giorno alcuni temi – gli affetti, il senso della vita – che la politica non riconosceva. Da qui la contestazione nei confronti dell’autoritarismo dei docenti e dei loro programmi. La filosofia – si diceva allora – doveva essere non solo amore della scienza, bensì anche e soprattutto scienza dell’amore, poiché gli affetti erano importanti allo stesso modo dei concetti.

Eravamo giovani ribelli – anticonformisti, stravaganti e originali – che avevamo troppa fame per essere critici nei confronti della società dei consumi. Più che prendere il potere, volevano perderlo. Volevamo nutrire il nostro desiderio, volevamo tutto. Eravamo affamati di sesso, di sigarette, di cose buone. Volevamo vivere la nostra vita come una festa, come una festa senza fine.

Di fatto nel movimento italiano del ’68, come in tutti i movimenti, vi erano diverse anime. Si trattava di un movimento composito e anche contraddittorio. La sua cifra va individuata nella sua capacità di proporsi come una festa. E, come tutti sappiamo, la festa è il momento dell’effervescenza magmatica, della creatività, dell’esuberanza, ed è anche il momento in cui si portano i doni. Tuttavia il potere di allora, si rifiutò di riconoscere e accogliere le nuove istanze di liberazione – i doni – e scatenò la repressione.

Chi è integrato è perduto
Tutto ciò – dopo la strage di Piazza Fontana del dicembre 1969 – favorì il ritorno del «vitello d’oro». Il vecchio immaginario dei marxisti leninisti – divenuto più tardi delirio con la deriva della lotta armata – prese subito il sopravvento sulle istanze movimentistiche che volevano cambiare la vita e da allora quelli che prima erano gli «integrati» – i padri di famiglia, gli operai che non si ribellavano, ecc. – cominciarono a essere stigmatizzati con l’epiteto di «piccolo borghesi».

A tale proposito, è opportuno tener presente che Luciano Bianciardi nel 1959 aveva pubblicato il romanzo autobiografico L’integrazione, in cui aveva stigmatizzato la deriva che, partendo da Milano, stava per investire l’intera società italiana: «Bastano pochi mesi perché chiunque si trasferisca qui si svuoti dentro, perda linfa e sangue, diventi guscio: tra 20 anni tutta Italia si ridurrà come Milano».

Da qui la connotazione negativa della parola integrazione. Di fatto, a partire dalla metà degli anni Sessanta, il termine «integrato» cominciò a essere utilizzato nel linguaggio giovanile per indicare gli individui che si riconoscevano nel discorso canonizzato della polis. Si trattava di individui conformi ai valori dominanti, di individui che per lo più appartenevano ai diversi ceti.

Nondimeno, oggi, quelli che rivendicano l’integrazione per gli immigrati – ossia l’obbligo di svuotarsi completamente della loro cultura, delle loro radici – fino a che punto – quando fosse loro richiesto – sarebbero disposti a rinunciare alle loro tradizioni, alle loro radici, alla loro cultura?

Si può essere felici soltanto tutti insieme
Ritornando a alle dinamiche del ‘68, possiamo dire che a un’esplosione libertaria, che modificava lo spazio sociale – i rapporti fra le persone, il ruolo della donna –, seguì un irrigidimento dogmatico di una parte non trascurabile del movimento.

Ciò nondimeno è pur sempre vero che attraverso il ’68 siamo pervenuti a una maggiore consapevolezza di noi stessi, alla nostra autonomia. Dopo di allora il Mondo non è più stato lo stesso. Fu allora che i «senza storia» presero per la prima volta la parola; fu allora che si cominciò a coltivare l’idea che si poteva afferrare la vita, che si poteva essere felici soltanto tutti assieme, coniugando, diversamente, la vita con la politica! [torna su]

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Altri materiali sul 68 su vivalascuola: qui, qui, qui [torna su]

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Da Gelmini a Giannini

Bilancio degli anni scolastici 2008-2009, 2009-2010, 2010-2011, 2011-2012, 2012-2013, 2013-2014, 2014-2015, 2015-2016, 2016-2017.

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(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Alberto Sabbadini) [torna su]

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