Tre poesie di Fernando Bandini

di Roberto Plevano


Fernando Bandini ci ha lasciato il giorno di Natale 2013, appena un paio d’anni dopo un altro suo socius di poesia, Andrea Zanzotto. Scriveva poesia fin dalla prima metà degli anni ’50, Pianeta dell’infanzia (in Nuovi poeti, Vallecchi, Firenze 1958) è stata la prima raccolta di una produzione continuata fino agli ultimi giorni con diligenza di abilissimo artigiano.

A me piace immaginare che l’ispirazione a scrivere gli sia venuta in quelle serate in cui Goffredo Parise, di poco più vecchio, leggeva agli amici le pagine appena abbozzate di quello che doveva diventare il suo primo romanzo. Fernando, come raccontò molto più tardi, ascoltava in silenzio, pensando che quel compagno di flânerie aveva la stoffa dello scrittore vero. L’infanzia e il sogno in una città di provincia, Aznèciv (la Vicenza della memoria, degli affetti, delle disillusioni: “nome a specchio dello stagno del cuore”) vista come dai tetti, con un occhio prossimo alla vista degli angeli.

mentre già scorgo l’ultimo angelo che laggiù
all’imboccatura di una stretta convalle
dei Berici fa il conto dei miei anni.

Mi grida di lontano: «Perché ti affanni
a correre? C’è il vuoto alle tue spalle,
il fantasmi di Aznèciv non t’inseguono più».

(tratto da Dietro i cancelli e altrove, Sirventese in forma di bolero sugli angeli superstiti di Aznèciv)

I versi di Bandini, colti e graziati tutti dalla misura dell’eleganza formale, e pure così immediatamente accessibili, costituiscono una produzione originale nella poesia del secondo Novecento. Sono costruiti sulle spalle delle tradizioni letterarie latine, provenzali, e il volgare illustre del Duecento e Trecento, Ruzante e la lingua veneta (più che dialetti), e infine il Novecento di Montale, Sereni, Raboni, Fortini, Zanzotto: tutte esperienze vagliate criticamente e messe al servizio di un itinerario di scavo tenace dei luoghi dell’infanzia, di perlustrazione del tempo presente. Lingue e idiomi con Bandini si stratificano, formano un passato che dal pre-psichico si proietta in un consapevole, malinconico, sradicato presente.

Oggi finalmente, grazie all’interessamento dell’Accademia Olimpica di Vicenza, custode del materiale manoscritto di Bandini, esce nella collana Oscar Mondadori il volume Tutte le poesie. Abbiamo l’intera opera in versi edita, che riunisce le raccolte pubblicate come libri a sé, aggiunge le molte cose uscite in modo estemporaneo come plaquettes e in periodici, alcuni inediti, e comprende le poesie in latino e le traduzioni. La cura è di Rodolfo Zucco, l’introduzione di Gian Luigi Beccaria, il saggio biografico di Lorenzo Renzi, la bibliografia preparata da Stefano Tonon.

Il ritorno della cometa

7
Padre nostro, se sei tu
che covi le uova celesti
da cui spuntano i mondi,

ed è tua figlia questa cometa
che prolunga la sua morte e rompe il guscio
del firmamento, squittisce le sue miche
di rimasuglio d’astro,

come può l’ala corta della mente
tener dietro al senso dell’universo
senza che tu ti sveli?
E’ breve il passo tra la vita e il niente
di noi mortali, ma lunga la rotta
di questo involucro di stelle.

Insegnaci allora a drizzare
il collo al pane degli angeli
(se c’è quel pane), unisci nel tuo uno
ciò che il tempo divide:
la luce e l’ombra,
la veglia e il sonno, l’amore e il disamore.

Sento solo la voce di mio padre nel vuoto,
tornano dall’azzurro le postille
del suo viso bambino, lo vedo
che guarda la cometa varcando la Porta
di Freiburg im Breisgau, seduto
sopra un carro di luppolo. Ma tu,
Padre nostro, se sei nei cieli,
se vuoi che sia santo il tuo nome,
manda una stella ad annunciare il Regno,
si accenda il suo fulgore
in cielo e nei nostri occhi sulla terra.

Dacci la nostra parte di quotidiana pace,
condonaci il dovere di esserti grati
come facciamo noi
con quelli che ci devono gratitudine.
E non c’indurre nella tentazione
di rinunciare a vivere
per paura dell’eternità.

da Il ritorno della cometa, Padova, Galleria d’arte A-1, 1985)

Denti
(a Goffredo Fofi)

Stanotte non riesco
a dormire, fratello, ho mal di denti
causa un pezzetto (appare la sua traccia biancastra
sul nero quadratino della lastra)
di dentino da latte rimasto sepolto
per anni e anni nella mia gengiva
e che adesso si desta dissennata deriva
del tempo proprio qui sotto una protesi,
mi straluna la guancia.

Dunque non era quella nostra infanzia
solo un fioco deposito
di memorie e fantasmi in fondo all’anima,
era anche un frammento di dentino
confitto nella polpa;
saranno necessari per strapparlo
dal caldo alveolo dov’era nascosto
il bisturi e lo scolla-periostio;
mi toccherà per colpa
sua gridare e inghiottire
questo mio vecchio sangue.

L’eone dove spuntarono e caddero
il miei denti da latte non dà più
suono, ha perso il suo regno.
Ne ho narrato gli eventi coi colori
a pastello nell’album di disegno:
gli S55 in volo sull’Atlantico
verso Chicago (proprio nello stesso
anno in cui sono nato); rossi scoppi su un bianco
versante della guerra di Finlandia
con Davide che ha un èskimo di pelliccia d’agnello
e corre sugli sci contro Golia.

O forse c’è, fratello,
una qualche empatia
tra la Storia e le fitte di un ascesso, l’ammanco
mai sanato del cuore e i denti dell’infanzia?

da Quattordici poesie, «Ozî 90», Edizioni l’Obliquo, Brescia 2010

Ricordando nel nuovo evo la zia Maria Fantato

Con la spada di legno e la baùta
me ne stavo in agguato sul poggiolo,
e irritata la zia dalla cucina
mi gridava: «Bambino, non si sputa
in strada sulla testa
della gente che passa!»…
Da allora quanta brina
di fredde lune ha intriso l’aria, quante
comete in lutto o in festa
nei nostri cieli sono ritornate.

Fragili ghiacci di febbraio
pendenti dalle gronde che una brezza
o una lama di sole facevano cadere!
Nevicate che ad ogni
protrarsi del silenzio sollevavano
il bianco del pendio, pista dei nostri amori!
Adesso nuovi dèi spalancano
larghe bocche ai clamori
della protervia e dell’insensatezza,
dirompono coi denti i nostri sogni;
infangano di passi nevi incontaminate.

Hanno esiliato fuori delle mura
l’uccello batticoda che dalle ospitali
spallette lungo il fiume in viale Araceli
salutava i passanti,
relegato in soffitta tra sogghignanti
busti del Marinali
i nostri vecchi libri di fiabe e di avventura.
Io sto ai margini e l’evo non mi inghiotte
nel suo avido imbuto,
mi apposto e (zia, ti chiedo scusa!) sputo
dalle finestre sui revers blu notte
dei loro bei cappotti di cachemire, sulle
spalline dai grillotti d’oro delle fanfare.

da Dietro i cancelli e altrove, Garzanti, Milano 2007

Un pensiero su “Tre poesie di Fernando Bandini

  1. proprio ieri mattina ho letto MARTIN MUMA che sta a pag. 167 di “tutte le poesie”. non sapevo chi fosse. e non sapevo neanche chi fosse Eligio Zanini. grazie anche di questo, Fernando Bandini!

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