Frammenti di Cinema # 3

Il mito di Icaro è molto presente nel cinema. Tre film, in particolare, lo richiamano offrendo una efficace chiave di lettura della realtà. E non solo. Coprendo un arco temporale di quasi 40 anni, confrontandoli possiamo vedere come sia storicamente cambiato il modo in cui ci rappresentiamo, singolarmente e all’interno della società.

Negli anni ’70 la società va capovolta. Se non riusciamo a farlo collettivamente, resta l’atto di ribellione del singolo individuo. Al limite estremo, bisogna fuggire via. E’ quello che tenta di Brewster McCloud  nel film di Robert Altman Anche gli uccelli uccidono. La rivoluzione è già diventata materia per etologi oppure argomento di cronaca nera. Non resta che  l’auto-produzione della propria liberazione. L’esito però è scontato e l’epilogo crudele. La società è più forte. Nel finale felliniano all’interno dello stadio la caduta in volo di Brewster McCloud diventa (profeticamente) parte dello show.

Anche in Alan Parker, benché siamo ancora legati alla storia degli ’70 (il film è del 1984), non esistono più destini collettivi. Neppure in guerra. Del Viet Nam non rimangono i disturbi mentali di Al chiamato Birdy a seguito della sua ossessione per gli uccelli e il volo.  Non c’è più denuncia. Solo il racconto dello smarrimento di un reduce. La dimensione collettiva è scomparsa. Né c’è da protesta o lottare. E’ arrivato il tempo della cura. Birdy deve riuscire a guarire, (ri) trovando le forze in se stesso. Solo così si salverà o si perderà per sempre.

Nel 2014 in Birdman di Alejandro González Iñárritu, addirittura, la realtà è scomparsa. O meglio è diventata quella della rappresentazione pura e semplice del teatro sulla scena, oppure della rete. Ogni confine è saltato. Meglio, se ne avverte la presenza ma è mobile e dunque maggiore è il disorientamento. L’alienazione di Riggan Thomson, che è diventato famoso grazie ad un supereroe, ma vuole essere riconosciuto anche come attore impegnato, non gli deriva da una condizione storico-sociale di sconfitta, come nel caso di Birdy, ma dal suo stesso successo e dall’incapacità di liberarsi dal feticcio che lo ha reso possibile.

E’ difficile pensare che Iñárritu non abbia mai visto Altman e Parker. Credo ci sia persino un esplicito tributo a Birdy. I due film terminano (quasi) allo stesso modo. Nella scena finale vediamo Birdy, che si crede un uccello, gettarsi dalla finestra. Lo spettatore pensa subito al peggio. In realtà, la finestra non dà nel vuoto ma si affaccia su un terrazzo. Anche Birdman, liberatosi definitivamente del fantasma del suo personaggio, salta dalla finestra. Qui non c’è stacco di macchina. Vediamo invece sua figlia, prima terrorizzata, riprendersi e sorridere mentre alza lo sguardo verso il cielo. Birdman, l’uomo, però, non il supereroe, è riuscito davvero a volare? Non lo saremo mai. Certo sarebbe irreale. Ma, questo ormai lo sappiamo, la realtà non esiste più.

 

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