Il Natale del 2012

di Arturo Belluardo

Il mare esplode.

Scaraventa flutti e cavalloni sulla scogliera.

E’ grecale, maestrale, tramontana, libeccio, il sapere antico di distinguere i venti dalla cengia delle onde non mi appartiene: se affondo un dito in bocca e lo espongo alle correnti grondante saliva, gela ovunque e non mi dà indicazioni.

Vorrei vedere adesso i grandi marinai esperti, gli svelatori dallo sguardo socchiuso a valutare queste onde: impazziscono da tutti i lati, sotto costa una lastra bianca di schiuma.

“Sembra ghiaccio” mi dice mia figlia, il dreadlock solitario che volteggia nel vento, le lunghe ciglia socchiuse alla meraviglia del mare violento.

Il mare esplode.

Le onde si spaccano sulle rocce calcaree in boati, deflagrano in scoppi salini che atterriscono, la pelle ti si arrotola sulla carne, i peli si strinano, la barba è macchiata di sale anche se siamo in alto, al sicuro tra la nepitella e la cicoria selvatica, tra i sacchi sarbaggi e la sinapa, tra la borraggine e l’origano. I cespugli di mirto stanno per decollare, voleranno in Sardegna e mani sapienti di pastori, isolani come noi, ne faranno elisir di oblio, di memoria perduta.

Il mare esplode.

Questa notte ha tirato giù un’arcata dei Du Frati, i faraglioni che albergano sotto casa mia, che ricordo immutati da sempre; ai loro piedi pescavo ricci e patelle, raccoglievo paguri. Li rinchiudevo nei barattoli della Nutella e andavo ogni giorno a cambiar loro l’acqua di mare; ma le conchiglie smettevano presto di arrampicarsi sul vetro, ricadevano a pancia in su, le zampine smettevano di muoversi, gusci vuoti, ricordi infranti.

Come i Du Frati, i cui pezzi giacciono candidi e sparsi nel Canale di Sicilia, accompagnano chele di astici, gusci verdi di ricci e di oloturie, fusti di liquami, teschi migranti.

Il mare esplode.

E distrugge. E come i miei faraglioni, così ha distrutto anni fa lo scoglio bucato del Lido Sayonara,  a poche decine di metri dalla battigia. Ero andato apposta con Daniela, un’estate al morire degli ’80, a farle vedere i miei luoghi della memoria, non che a lei importasse, era più interessata a lavare i suoi ricci spioventi ogni due giorni e a come la salsedine glieli avrebbe resi ancor più ingovernabili. L’arcata, quel meraviglioso tunnel in mezzo al mare, fresco di alghe e lippo, non c’era più. E non c’erano più gli occhi verdi di Patrizia, i capelli biondi di Rosanna, le sfide con Gerlando a tuffarsi dalla cima dell’arco, non c’era più la signora Giordano incazzata, portata lì dal pattino del bagnino, a richiamarci indietro che era ora di docce e bikini stesi al sole ad asciugare, non c’erano più le erezioni nascoste nella sabbia, le gocce di sperma a spiare in un buco nella cabina di legno le ragazze adiacenti che si cambiavano i costumi, non c’erano più. Io impietrito sotto il sole, un pugno sotto la gola, gli occhi lucidi e Daniela che embè?. Il bagnino del Sayonara si era avvicinato al mio silenzio di statua di sale; non mi conosceva, ma fratello nel lutto: “Se lo portò via una mareggiata quest’inverno, mi dispiace”.

Il mare esplode.

E mentre il vento spalanca i doppi vetri, mia madre sciorina sulla tavola le foto che ha fatto stampare, da mettere sulla tomba. Gliele ha scattate con lo smartphone la sua badante cattolica, una cernia di provincia che intona canti da messa a ogni piè sospinto. Le foto sono brutte, sfocate, la capigliatura candida di mia madre si mischia a un cielo sovraesposto, quasi fosse già risucchiata dall’altrove, da un’ondata di grecale che porta tutto via, tutti gli scogli della memoria.

Il mare esplode.

E porta via tutti i ricordi, i ricordi dei corinzi che al largo di Capo Murro di Porco videro mostri d’acquamarina, d’opale e zaffiro nelle grotte basse di corallo, spruzzi e risucchi, rutti di mitologia, colonne d’acqua verticali, che fronteggiano le polene, gli occhi bistrati dal catrame sulle prue delle navi. Odisseo, Odisseo, dove sei andato? Nessuno si ricorda di te. Solo nessuno. E un vecchio pastore cieco e gigante che ripete il tuo nome in una litania che ti lega all’infinito. Cadono le pergamene, cadono le leggende, l’apocalisse della memoria è nel mare, nei suoi gorghi, nei suoi denti di Scilla che tutto masticano e sputano. Non rimane nulla. Se non le colonne d’acqua davanti a Capo Murro di Porco. Le vedo dai vetri bagnati di sudore marino e di alghe. Concetta mi tocca un braccio e si siede vicino a me.

Il mare esplode.

“Come stai?”.

“Bene, sto bene” l’avorio dei denti riflette le onde. “Da quando ho finito la chemio, sto bene”.

Concetta è gonfia, ma i capelli le sono rispuntati, cadono a lunghe ciocche nere.

“Ma la dovrai rifare?”.

“Forse no, non lo so. Dipende dalla prossima risonanza. Certo” sorride di nuovo “il tumore è sempre là, che ci putemu fari?”.

La guardo, il sorriso si apre sempre di più. Chissà se è quella bestia che ha nel cervello che glielo schiude.

“Non ho paura di morire. Voglio vivermi quello che viene come viene, la vita giorno per giorno”.

Mi guarda e ride.

“Non ho paura di morire. Certo, mi dispiace per i miei genitori, che perdono un secondo figlio per la stessa malattia. Anche per Carmelo, mi dispiace. Per me, no”.

La guardo, i denti sono pezzi di scoglio, calcare appeso a un’onda.

“O forse sì, un po’ mi dispiace”.

Guardiamo fuori tutti e due.

Il mare esplode.

Fa tremare i vetri della cucina nella notte, pensiamo si spacchino.

Accendiamo la luce e il piano di cottura è pieno di scarafaggi che scappano, li inseguiamo, li schiacciamo, li bruciamo, li spruzziamo di insetticida, li schifiamo, li sbeffeggiamo mentre muoiono sul dorso, le zampine che si contorcono e ruotano, finché non ne spappoliamo il carapace.

Silenti, marroni abitanti della nostra casa, della nostra memoria infetta, spazzati via, come i paguri, come gli scogli, come i ricordi, come le carte luccicanti di rosso sangue di questo Natale del 2017.

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