Raffaela Fazio legge “Figure d’ombra”, di Francesco Dalessandro.


[foto di Dino Ignani]

Dimensione composita, l’ombra dei personaggi che abitano queste pagine è loro provenienza e destino, è loro essenza e condizione.

Ombra è il non-luogo, il silenzio da cui emergono e a cui fanno ritorno dopo aver raccontato se stessi. Ma ombra è anche la loro consistenza, labile e al contempo più reale del reale, come attori che si affacciano al proscenio per dar voce, amplificandolo, a un sentire universale. Più ancora, ombra è il loro stato di “esiliati”, se esilio è ogni sofferta lontananza da ciò che ci è caro.

In queste figure, la distanza è spesso separazione fisica dall’amato/a. La nostalgia che da essa scaturisce è percepibile nella voce della fanciulla che dice “Non è qui. / La passione per la caccia / me lo tiene lontano”, o nel lamento del poeta che si strugge per la perdita della sposa, o nelle parole del miles che, di ronda, pensa alla dama irraggiungibile.

A volte, la distanza è anche un opaco distacco dal mondo o dall’io, dal suo centro pulsante. In questo caso, i personaggi sono osservatori passivi di qualcosa che non li coinvolge più, come il soldato della retroguardia, che non ha “né meriti né colpe”, o l’Ulisse moderno, che ha rinunciato ai suoi viaggi, o la sposa Arnolfini, che ha messo a tacere ogni fremito per raggiungere una pace “docile e silente”, più simile alla rassegnazione che alla serenità.

Strappo oscuro e doloroso dalla persona amata o progressivo estraniamento che svigorisce il sentire, l’ombra può manifestarsi anche come perdita della propria capacità creativa. Questo è il senso di inadeguatezza che s’insinua nei pensieri del pittore, consapevole che “non basta / un grumo di colore a farsi grazia / e rigore” o in quelli del poeta ormai certo che “incidere il foglio […] non serve a sopravvivere, non basta” e che, nel momento in cui abbandona la poesia, si congeda anche dalla vita.

Dimensione costitutiva, si diceva, dei personaggi ai quali l’autore dà voce, l’ombra si estende dalla prima all’ultima pagina, rivelandosi infine come natura dell’esistenza stessa. Il gioco di specchi creato da questo libro lascia intuire infatti una verità che tutti interpella. Figure d’ombra sono i vari protagonisti, perché personae immaginarie destinate a tornare al non-luogo da cui provengono, ma lo sono anche quelle menzionate nel loro stesso racconto: l’amato/a assente, il volto dipinto in un vicolo, le immagini di una vita non vissuta… Ascoltando tutte queste voci, il lettore non può non chiedersi quanta parte di ombra sia presente anche nella sua esistenza.

La vita umana è ombra non solo perché fugace, ma perché in essa s’incunea ripetutamente la morte. Si muore ogni volta che non si riesce a mantenere in vita ciò che ci è caro. E non solo a causa di una distanza. La distanza, perciò la mancanza, è insita infatti in ogni esperienza, se persino due amanti felici l’avvertono nell’attimo che segue i loro più fervidi baci.

La morte sopravviene quando sfuma la consapevolezza. Nel tempo, tale consapevolezza si chiama memoria. L’oggetto dell’amore o la fonte d’ispirazione possono essere persi per sempre, il commiato dall’amato o dalla propria arte può essere definitivo, ma la vera morte s’insinua quando la mente non riconosce più alcuna immagine e il cuore non prova più alcun fremito. Ecco perché l’ombra più vasta è l’oblio. E lo è anche più del dolore che spesso accompagna il ricordo. Solo la memoria impedisce alle umbratili figure del passato di trasformare in irreversibile silenzio la loro evanescenza e l’irriducibile distanza che da noi le separa.

Sebbene gli ultimissimi versi giungano come una lama, taglienti e perentori (“Ciò che è stato non può / essere più”), dalle pagine di questo libro emerge con insistenza l’immagine di un “fuso di luce” che, interrompendo il buio, mette a fuoco una bellezza inestinguibile. Questa è la forza del ricordo che, lacunoso o preciso, inatteso o ricercato, dolcissimo o sofferto, rimane un miracolo irrinunciabile, qui continuamente invocato (“festeggialo l’anno che finisce / se ti lascia anche un solo / ricordo d’amore”; “voi, amici, siate / felici e ricordatemi.”; “Alle tue labbra affido un benevolo ricordo / poiché ti conobbi e tu mi conoscesti”; “Che il ricordo di un volto / […] sbocci come una rosa / mattutina è prodigio / che si ripete senza / mio merito”). E questa è la forza di una voce poetica, come quella di Dalessandro, dolente ma ariosa, vibrante e sapientemente limata, in grado di cantare la memoria e, insieme, il buio che tenacemente l’assedia; una voce poetica che non teme di evocare il silenzio di cui la parola è fatta e a cui è fragilmente esposta.

Raffaela Fazio

La grazia delle forme

(Bernardo Bitti (1) dipinge l’Incoronazione della Vergine)

 

La grazia odia l’intollerabile necessità.

Empedocle

 

I

 

L’acquivento si scaglia, sferza i vetri,

cerca fessure

e passaggi a sorprenderti, smaglia

complesse tessiture di ricordi.

 

In margine al percorso nessun filo

resiste.

 

La semiluce s’attorciglia ai soffi.

 

Osserva, indaga: adesso, qui e altrove,

considera le cose, pensa… Pensa

all’ansia che dilaga, che non basta

un grumo di colore a farsi grazia

 

e rigore.

 

II

 

Foglie intrise di pioggia, nella sera

madida ancora sgrondano

sul lungolago. Una calma mortale

s’è fatta in mezzo al lago.

Succede alla tempesta che ha scagliato

rapaci stormi e nugoli sui clivi

riarsi e sulla baia.

Replica a tratti una smarrita buffa

i timori passati e brevi spruzzi

provoca dai ramagli.

 

A uno scalmo di buio

è legato il patire; uno specillo

sonda il lago del cuore.

 

A Te un perso bagliore,

lungo la correntìa

notturna e solitaria,

il mio di nuovo guida, riconduce

ancora al Tuo pallore.

Ma là giunto tracce

di sinòpie sul muro

e qualche segno solo

qua e là sparso ritrovo:

le misere intenzioni

d’un fare che ho smarrito.

 

III

 

Sparse minute tracce, persi segni:

seguita questa matta nottata,

nòtula di nonnulli, senza fine.

Per vanità resisto? Ma se guardo

oltre il tenue lucore

che l’ampia e buia volta a giro smaglia

nuovamente mi pare di vederlo

il Volto, nuovamente ritentarmi.

 

Spira un’aria freddissima, sommuove

fuori le fronde e qui i tragici abbozzi

che stila l’impotenza. In questa spira

io soffoco.

 

IV Il volto

 

1.

 

Il portale in un fuso di luce

alto sulla via d’ombra e la madonna,

qual io la vidi, là dipinta,

salendo in pigro andare:

 

    chiaro il volto

nel silenzio del vicolo, raccolto

lo sguardo che mi punse: bianche mani

quali farfalle in grembo ella teneva.

Musici in trasparenza fatti

segno a sua gloria liuti

suonavano: un corale senza voce

aleggiava nell’aria della sera,

per ignari cortili senza vita.

 

Quello il viso che raggia

e torna trasparente nel ricordo

che qui, ora, trascrivo nello spazio

di questo lago e le sue rive abbacinate

 

2.

 

Come luce di primalba che riaffiori

tremolante a pelo d’acqua o guizzo

di trota catturata

sorprende la memoria e vi si incide.

 

Nella retina miope si fa macchia

o lacrima; si affina in linea, muore

dolente segno: è strazio

di mai perfetta forma.

 

3.

 

                                         Benché tardi

e per specchianti rime fatto scaglia

e dissonante battito, ritorna

così terso il tuo volto a darmi pena

di nuovo a darmi vita,

che quant’è più lontano più è forte.

 

V

 

Solo. Annotta. S’abbuia

anche il tuo fare, il segno;

si smarrisce nell’ansia che ti preme,

che lo scalda.

 

Inganno del ricordo è ancora il volto

dolcissimo: s’accende

e si confonde. Assiduo al tentennare,

ora si svela, smaglia, poi s’abbruna.

 

VI

 

È l’ora in cui più duole

il cuore, in cui ripunge

la memoria (una valva

che si schiude e si serra, che ti danna

e ti salva). Qui sole

poco fa; vento e acqua

in altre sere, sotto gronde

e portali che non puoi dimenticare,

che restano inno e luce,

un filo, alga strappata

al gorgo, gemme, spuma…

 

Altro è l’oblio; somiglia

all’ombra che ha coperto la radura,

le rive arse del lago, la salita…

Oltre da qui non vedi; né stupore

ti resta o meraviglia.

(Però non trasalire se una voce

debole ti parrà che il nome chiami

che fu il tuo; se ti giunge

da lontananza d’anni e t’impaura.

Forse sbagli a temerne, forse trema

mentre ti parla, come chi ami

e non riamato soffra

del proprio amare, ma senza rancore.

Non è forse per questo che più punge

udirla, ora con gioia ed ora con dolore?).

 

Così fugge la vita, e la memoria

si perde dietro i segni

alterni (come alterna

è la ventura di chi parte

o resta) dei tuoi passi. Salda

(e lontana) sta Camerino sola;

saldo ne resta il senso

da cui mosse la smania,

a cui torna il pensiero;

salde oscure radici, in un’estate

arida rinnegate. Ma per cosa?

Per quest’ansia e quest’insania,

un rigore che poco produce,

che a stento si fa grazia;

per stagioni più aride di quella

e il poco amore di notti assiderate.

Francesco Dalessandro, Figure d’ombra, Puntoacapo, 2018.

***

(1)

Bernardo Bitti, nacque a Camerino nel 1548. Studiò pittura a Roma e a vent’anni entrò nella Compagnia di Gesù. Scelto per “evangelizzare con l’arte” quando i gesuiti stabilitisi in Perù chiesero a Roma un pittore che mettesse la sua arte al servizio dell’apostolato, giunse a Lima nel 1575. Vi restò alcuni anni, subito messo all’opera nella chiesa di san Pietro, prima d’essere inviato nelle varie missioni del Perù. Tornò a Lima verso il 1600 e vi rimase fino alla morte, avvenuta nel 1610. Lasciò discepoli e continuatori.

La sua arte assume grande rilievo per gli influssi esercitati sullo sviluppo della pittura ispano-americana. Caratteristiche ne sono l’uso predominante della linea, il semplice suggerimento dei volumi, la figura allungata stile manierista, la raffinatezza nella postura dei personaggi. La leggerezza dei tessuti e i loro colori pastello rispondono a un desiderio di idealizzazione delle figure.

Così scrive di lui Francisco Stastny nel breve saggio Pittura coloniale (incluso in Pittura barocco popolare del Sud America, catalogo del XIV Festival dei Due Mondi, Spoleto, Luglio 1971, a cura dell’Istituto Italo Latino Americano): «La fortuna ha voluto conservare alcune tra le sue più belle opere, malgrado il tempo trascorso, i terremoti, le trasformazioni subite dalle chiese in cui dipinse. Con umiltà cristiana il Bitti non firmava mai le sue opere; ma lo stile era così eloquente e particolare che le sue tele sono inconfondibili. Nella chiesa di san Pietro a Lima si conserva il suo quadro più importante, la grande Incoronazione della Vergine. Tela di grandi dimensioni, di composizione simmetrica, disegnata a semicerchio, di colore chiaro e trasparente, incanta per il suo disegno raffaellesco e per la gioia e la bellezza degli angeli musicisti che contiene».

Qui, s’immagina la genesi dell’opera.

Un pensiero su “Raffaela Fazio legge “Figure d’ombra”, di Francesco Dalessandro.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.