SU “AUTISMI”, DI GIACOMO SARTORI

Questo pezzo su Autismi di Giacomo Sartori (Miraggi Editore) è stato scritto e postato da Frederika Randall, in inglese, sul suo blog. La traduttrice e giornalista americana ha tradotto alcuni testi della raccolta (postati in origine su “NazioneIndiana”, e poi rivisti) per la “Massachusetts Revue” (2015), così come il romanzo dell’autore Sono Dio, di prossima pubblicazione negli Stati Uniti.

 

AUTISMI, RECITATIVI D’AUTORE

Autismi, stilato nel 2010 e appena pubblicato in una elegante edizione da Miraggi, è uno degli esperimenti narrativi più originali e riusciti di Giacomo Sartori. In sedici episodi separati ma tra loro interconnessi (l’editore li definisce recitativi d’autore), il testo evoca persone e luoghi tratti liberamente dalle esperienze dell’autore. Le vicende dell’io narrante disegnano una creatura tragicomica, problematica e marginale, spesso ai ferri corti con l’universo tardocapitalistico, perpetuamente disorientata dalle regole del gioco che governano famiglia lavoro e società. La sua voce è dolorosamente candida e ingenuamente poetica, e in apparenza spontanea, può ricordare l’assurdità ribelle di Samuel Beckett o l’ilarità mostruosa di Kafka. Il volume si apre con quello che è forse episodio migliore, l’ipnotico Il mio lavoro, a proposito di una strana professione che poi ricalca quella dell’autore stesso, agronomo di formazione, e specialista del suolo (una disciplina scientifica in notevole fermento di questi tempi). “Il mio lavoro consiste nel fare buche nella terra. Bu­che grandi e profonde, in cui ci entra comodamente una persona. Poi appunto ci entro dentro. Mi ci seppellisco, si potrebbe dire.” E il libro si chiude con disposizioni stravaganti per il fine di vita, Il mio testamento biologico: “Se nonostante questi miei disinteressati consigli, non riuscirete a svegliarmi, sopprimetemi. Fatelo con gioia, come si sfila una carota dalla terra, pensando già a mangiarla. Procedete pensando che avete il mio pieno avvallo. Ditevi che anch’io al vostro posto agirei nello stesso modo.”

Invitata o meno che sia, la morte è un’ospite privilegiata, nel sarcastico Il mio primo infarto come nel magistrale Mio suocero, crudo ritratto del suocero, incontrato solo fugacemente e ora giacente nel suo letto per la veglia funebre, visto attraverso gli amici e conoscenti che sono venuti a rendergli omaggio, ma anche attraverso gli occhi disincantati di una sua sorella. La regola del gioco è “épater le bourgeois”: le vicissitudini birichine de Il mio organo di riproduzione (membro fieramente indipendente, e sempre pronto a mettersi nei pasticci), vengono appena prima dell’arrabbiato e caustico Mia sorella, dove le tendenze conformiste della protagonista sono spalleggiate dal marito appartenente alla crème sociale, e dispensatore di un agghiacciante conservatorismo. Peccato però, finisce per confessare l’io narrante, che gli dicano che c’è una somiglianza di famiglia. “Qualche volta perfino mia moglie mi rinfaccia di essere preciso a mia sorella, anche se naturalmente in una versione più alla mano, per così dire più democratica.”

In l pesci pescati un bambino incappa in una comunità di amanti della pesca che lo prendono in buona. “Mi piaceva aspettare che un pesce abboccasse, come tuttora mi piace aspettare che succeda qualcosa. Certo questo piacere non è un vero e proprio godimento, e men che meno una forma di giubilo: ha anzi a che fare con la privazione, e forse anche con la sofferenza.”

Tra i più feroci episodi due, Il mio attuale editore e Il mio primo editore, hanno a che fare con l’industria editoriale: ritratti sarcastici di due personaggi, l’uno di una grande casa editrice, e l’altro di una piccola, entrambi tremendamente borghesi e ben più agiati di quanto i loro scrittori lo saranno mai, uomini di successo che amano il suono della loro voce e sono manifestamente annoiati e imbarazzati da questo autore sfigato. Soggiogato dal “sedile in pelle di scrittore celebre” della poltrona dell’ufficio dell’editore, simile a un trofeo, il nostro eroe è inorridito, e nello stesso tempo anche ansioso di piacere. Qui e altrove Sartori raggiunge un quieto e sovversivo pathos, che giunge sempre a sorpresa.

Alcuni motivi ricordano quelli di un precedente romanzo, Anatomia della battaglia, del 2005. Anatomia della battaglia è costituito da brevi esplosioni di narrazione, ognuna di un paragrafo, senza ordine cronologico. La narrazione ha per oggetto un ragazzo che cresce in una famiglia trentina capitanata da un padre fascista mai ravveduto, e spazia liberamente avanti e indietro nel tempo e nelle atmosfere, culminando in una riflessione sul culto dell’eroismo e delle violenza politica nel fascismo come nella sinistra extraparlamentare degli anni settanta. Anche se non scrive romanzi politici in senso stretto, Sartori vaglia da un punto di vista politico i mondi che descrive, a volte in termini storici (quando confessa le colpe dei maschi fascisti nella sua famiglia, o descrive il genitore della moglie, “pied noir” e estremista, di Mio suocero). E talvolta anche in termini di classe (la descrizione dolorosa in Anatomia di una madre snob, borghese, e con aspirazioni aristocratiche, a suo tempo molto amata, e le cui tracce si trovano anche in Autismi). Altri romanzi (Tritolo, Rogo, Cielo Nero) spingono il lettore nei pensieri  di un terrorista sudtirolese, di tre donne infanticide e di una spia nazista innamorata di Galeazzo Ciano.

Purtroppo, nessuno della decina di libri che Sartori ha pubblicato finora ha avuto il dovuto riconoscimento. La sua prosa è eccentrica e la sua scrittura non assomiglia a quella di solito considerata letteraria. Sono storie senza quel filo rosso intellettuale che caratterizza una parte consistente della narrativa italiana attuale. In Autismi non troviamo infatti un costrutto teorico soggiacente, meta-riflessioni, tracce della visione di un narratore o di una qualsivoglia voce che esprima una riflessione autoriale proveniente dall’alto. La profonda vena autobiografica di Autismi e la voce narrante alla prima persona, intima, colloquiale ma mai piatta, a tratti un po’ barocca, fanno a pugni con la narrativa italiana mainstream, di stampo realistico.

Sartori, originario di Trento, si è installato a Parigi molti anni fa, e la sua permanenza in Francia ha sicuramente influenzato il suo stile. Da una prospettiva francese è più facile riconoscere quello che sta costruendo: la autofiction è nata lì, e lì il romanzo è evoluto in forme ancora inconsuete in Italia. C’è una vena comica che corre attraverso tutto quello che scrive, pur non essendo un autore comico, e non è sedotto dall’autobiografia in sé e per sé, pur attingendo agli elementi politici e sociali della sua famiglia e della sua classe – mista, nello stesso tempo borghese e rinnegata, rudemente fascista. La frase di Marguerite Duras in epigrafe chiarisce il suo metodo: “La scrittura è ciò che non si conosce di se stessi, della propria testa, del proprio corpo. Non è nemmeno un atto di riflessione, è una sorta di facoltà che si ha ac­canto, parallela alla propria persona, un altro indi­viduo che fa apparizione e avanza, invisibile.”

Né l’umorismo né l’autobiografia sono ahimè molto ben visti dalla critica letteraria italiana. Si potrebbe addirittura dire che l’umorismo è visto di solito con sospetto, considerato facile e tendenzialmente fastidioso.

Come però suggerisce lo spassoso Il mio lavoro, Sartori è uno di quegli uccelli bizzarri che giungono alla scrittura di romanzi da una patria aliena: il suo background è la scienza. I soggetti scientifici e tecnici permeano le sue narrazioni, e la sua prosa è caratterizzata dal riflesso scientifico di preferire il concreto e il misurabile. I suoi concetti di invenzione e di conoscenza sono leggermente diversi di quelli che animano l’artista.  In un’intervista con una rivista americana dice questo:

anche il ricercatore più modesto conosce l’ebbrezza di confrontarsi con problemi ancora aperti, di affrontare campi che non sono stati ancora battuti. E spesso questo sforzo viene affrontato con umiltà, la quale deriva dalla consapevolezza dei propri limiti, e dei limiti del proprio sapere. Si ha sempre bisogno degli altri, perché perfino Einstein senza l’aiuto di matematici di grande spessore non sarebbe diventato Einstein. E si è coscienti che le proprie scoperte verranno presto superate.

–Frederika Randall

Autismi, Giacomo Sartori, Miraggi, pp 218, Euro 16

 

 

 

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