IL TERZO SGUARDO 56. Walter Bernardi, “Il “caso” Fiorenzo Magni. L’uomo e il campione nell’Italia divisa”

Walter Bernardi, Il “caso” Fiorenzo Magni. L’uomo e il campione nell’Italia divisa, Portogruaro (Venezia), Ediciclo, 2018

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di Giuseppe Panella*

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Merito principale del libro di Bernardi è quello di rendere, con uno stile sobrio ma mai privo di importanti suggestioni letterarie, il clima e le vicende storiche di cui si impegna a dare delle spiegazioni significative cercando di non prendere posizioni preconcette e infondate sotto il profilo della storia ma di capire con la lucidità dello studioso di razza quello che effettivamente accadde in anni che sono ancora vicini a noi nella contiguità temporale ma che forse sono ormai già irrimediabilmente lontani dalla mentalità odierna. Il “caso” Fiorenzo Magni esplorato in questo suo libro importante non riguarda ovviamente soltanto la pura e semplice vicenda giudiziaria, sportiva e umana del campione ciclistico di Vaiano. Non sarebbe, in tal caso, il libro significativo e inquietante che è. L’accento critico e storico, infatti, va messo su quel “divisa” che sintetizza tragicamente e brevemente la situazione italiana e non solo all’alba del 1948 ma anche successivamente (lo stesso avviene con il titolo di un vecchio libro di Remo Bodei, Il noi diviso. Ethos e idee dell’Italia repubblicana, Torino, Einaudi, 1998 che tratta, in ottica molto diversa, tematiche assai simili).

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Molto meglio


Più vado avanti, più capisco che la vita è dono. Vorremmo credere che siamo premiati per i nostri meriti, che riceviamo grazie per qualche buona azione, per un pio desiderio o cose simili. E invece è stato per la preghiera di qualcuno, per la bontà di Dio, o l’aiuto di sua Madre. È molto meglio pensarla così: salva dalla superbia e permette di sorridere di sé, dono supremo dell’Altissimo.

Avere o essere


Il sentimento, oggi, è sopravvalutato. Se non sento, è un dramma. Madre Teresa ha sperimentato l’aridità per lunghi anni, ma non per questo ha perso la fede. A noi, cinque minuti bastano per scoraggiarci. La chiave è la profondità: non sentire significa non essere in comunione con Gesù? Lui è presente anche quando le cose vanno male. Decisivo non è avere problemi, ma essere nella pace di Cristo, che non viene meno neanche sulla croce.

La borsa del Cabecita

di Mario Bianco

Dedicato ad un personaggio che compare in Sudeste, magnifico romanzo argentino di Haroldo Conti di recente edito da Exòrma edizioni e tradotto benissimo da Marino Magliani con la consulenza di Riccardo Ferrazzi.

La sacca di Cabecita

È una faccenda successa circa quarant’anni fa nei pressi di Giaveno, una cittadina in provincia di Torino, in località detta Provonda, una cosa di poco conto, tuttavia c’erano stati degli spari, o meglio due colpi di fucile esplosi da un tale anziano, Portigliatti Ettore, detto Gino, non si sa perché.

Il detto Portigliatti era stato ricoverato all’Ospedale San Giovanni Battista in Torino in stato di evidente confusione mentale; risultava essere affetto da uno stato piuttosto avanzato di arteriosclerosi, vale a dire che era in condizioni psichiche molto alterate come confermato dalla signora Merlo Pich Ernesta, consorte del Portigliatti.
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Lavori in corso


Stiamo lavorando per voi. È un messaggio che, da un certo punto in poi, è apparso nelle strade in corrispondenza di rifacimenti o ampliamenti di corsia. Oggi, da queste parti, se ne vedono di meno, mentre urgerebbero interventi tempestivi. Non è facile trovare qualcuno che lavori veramente per te: più spesso ci si imbatte in consorterie, furbizie, opportunismi. Solo Uno è davvero per noi: pensiamolo così, nella sua attitudine, indefettibile e unica, ad amarci.

Dies natalis


In genere, della morte si ha paura. Si fa di tutto, per procrastinarla: si spera, addirittura, in qualche tecnica d’ingegneria biologica che permetta di evitarla per sempre.
Gesù, alla viglia della dipartita, istituisce l’eucaristia, che significa rendimento di grazie: ringrazia, dunque, per la morte. Ha scoperto la tecnica giusta, che i Padri della Chiesa chiamavano, con il consueto acume, “farmaco dell’immortalità”. Di eucaristia in eucaristia, anche noi impariamo a ringraziare per quello che i primi cristiani definivano il “dies natalis”: nello stesso tempo, il giorno della morte e il giorno della nascita. Intelligenti pauca.

Anche questa è poesia…

Sehr geehrter Herr Oberinspektor,
ich habe heute früh einen kleinen Ohnmachtsanfall gehabt
und habe etwas Fieber. Es ist aber bestimmt ohne Bedeutung,
und ich komme bestimmt heute noch, wenn auch vielleicht nach
12 ins Bureau.
Ihr ergebener
Dr. Franz Kafka
23.9.1912

Egregio Sig. ispettore maggiore,
questa mattina sono svenuto e tutt’ora ho un po’ di febbre.
È sicuramente senza alcuna importanza e, sicuramente, verrò
in ufficio, sebbene, forse, soltanto dopo le 12.
Vostro devoto
Dr. Franz Kafka
23.9.1912

Questa lettera al suo capo fu scritta da Kafka dopo quella notte in cui
compose Il verdetto, dando, in poche ore, una svolta decisiva alla sua opera,
ma forse all’intera letteratura del XX secolo…

Come imparare


Gesù ci chiede di non lasciarlo solo: nell’orto degli ulivi, per esempio, nell’eterno presente dell’agonia terribile – in Dio tutto è presente -, in cui non è che un povero uomo sofferente, che ha bisogno dei suoi. Non lo amiamo di più, standogli accanto nei momenti bui? Questo vuole che impariamo, e già desiderarlo è amare. Con Lui l’esito è certo: chiediamogli d’intervenire, e lo farà. Aspiriamo al carisma più grande, l’amore-agape, e Lui ce lo darà.

Amore e risata cosmica in Annamaria Ferramosca

di Giovanna Menegus

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dorme la mia bambina delle meraviglie
ancora irrubata dal mondo
intatta nel suo pianeta

Siccome su Andare per salti è stato già scritto moltissimo, con questa mia lettura anziché dar conto del libro nella sua interezza e nei suoi temi dichiarati mi prenderò la libertà di segnalare alcuni motivi al suo interno, alcuni testi specifici che hanno attratto la mia attenzione.
Prima però voglio ricordare un elemento formale evidente e significativo. Nel solco di Cummings, Continua a leggere

La Donna


Sto al Santuario del Divino Amore, la casa di Maria, la Donna per antonomasia. È Colei che ha accettato di vivere la gioia e il dolore, insegnando qualcosa di valido per tutti: certamente per quest’epoca anestetica, che cerca di non soffrire e non gioisce, sospesa sul nulla di sensazioni insulse, costretta a una narcosi generale. Emette, ogni tanto, un gridolino per un goal, un dittatore che l’ha fatta grossa, una rissa in TV, una strage inventata per noia o disperazione.

L’intollerabile. Su “Il suicidio di Holly Parker” di Andrea Leone


di Alessandro Bellasio

Un’adolescenza bruciata e bruciante, contrassegnata da un disagio sanguinoso e da una sete assoluta di conoscenza, dalla volontà ferrea di far proprie le vette siderali della mente e dello spirito; tutto intorno, il nulla, il deserto “che cresce”, la desolazione feroce di una immaginaria ma materialissima metropoli, e un nucleo familiare sfigurato dall’aberrazione, dalla crudeltà senza scampo dell’indigenza più nera. È questo il mondo in cui Andrea Leone traccia la parabola di Holly Parker, figura singolarissima e senza parentele immediate nel panorama delle lettere nostrane, protagonista di un romanzo compulsivo, ossessivo, barocco, ma al tempo stesso sorretto da una geometria rigorosissima e da un disegno potente: restituire fin nei minimi dettagli, fino alla paranoia analitica e al parossismo sintattico, il viaggio, iniziatico e assoluto, di un’adolescente sensibilissima e intelligentissima attraverso i meandri più oscuri e disastrati dell’esistenza umana. Continua a leggere

In cerca


Cerchiamo, cerchiamo, cerchiamo. Quanti simboli di questa attività: i Magi, gli astronauti, gli esploratori di ogni tempo e paese. Vogliamo stimoli, qualcosa che appaghi e alimenti la sete di vedere, conoscere, gustare. Eppure il credente ha già trovato, perché in Cristo c’è tutto: l’amore più grande, la pienezza insuperabile. Non c’è più bisogno di cercare. Ma chi se ne accorge? Povero Gesù, amante sofferente, datore dei doni migliori, ignorato e trascurato, eppure ancora lì, a sperare che, un giorno o l’altro, lo capiamo.

SUL TAMBURO n.72: Matteo Melchiorre, “La via di Schenèr”

Matteo Melchiorre, La via di Schenèr, Venezia, Marsilio, 2016

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di Giuseppe Panella
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La prima impressione che si ricava dalla lettura di questo libro di Matteo Melchiorre è quella di aver commesso un errore di valutazione quando si è scelto di leggerlo: non si è in presenza di un romanzo ma di un saggio storico, di una ricostruzione approfondita e accurata di un episodio di storia di Feltre e dintorni, di una analisi di alto livello di storia economica e sociale ma non di un romanzo. La bio-bibliografia stessa di Melchiorre, autore ad es. di una biografia di fra’ Bernardino da Feltre e della sua predicazione antisemita, autorizzerebbe una tale lettura. Eppure La strada di Schenèr non solo è un romanzo (sia pure molto particolare) ma è anche la sua particolare versione dell’Apologia della storia di Marc Bloch (libro sotto la cui protezione il testo di Melchiorre si pone fin dall’esergo).

«Credere che la storia sia meno capace di soddisfare anche la nostra intelligenza per il fatto che esercita un così possente richiamo sulla sensibilità, sarebbe davvero una straordinaria sciocchezza» ha scritto il grande storico francese. E alla sensibilità come pure all’intuito l’autore del libro si richiama più volte. Ma si aggrappa anche, e con grande forza stilistica, alla chiarezza dell’evocazione che nasce dalla lucidità dell’intelligenza. Il libro di Melchiorre è un elogio del mestiere dello storico e la rivendicazione della sua bellezza e lucidità e anche della fatica che costa. Il colloquio con il dottor Schuster di Erfurt, “specialista in dinamiche psicoemotive”, è emblematico al riguardo:

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Un bicchier d’acqua


Aiutare Dio: sembra un assurdo, eppure è la realtà quotidiana di chi crede. Sarà perché ci vuole incoraggiare, donarci dignità: in ogni caso ha bisogno di noi, si aspetta che preghiamo per questo o per quell’altro, che gli diamo una mano a conquistare anime.
Ogni tanto qualcuno ringrazia per questi pensieri del mattino: sarebbe bello se fossero anch’essi un modo di collaborare, di dare un bicchier d’acqua nel nome di Gesù.

Chiedere


Temiamo di chiedere: ci sembra debolezza, dipendenza, umiliazione. Chissà quante volte è capitato di ricevere in cambio uno sguardo altezzoso, una scusa appiccicata, un rifiuto reciso. Anche noi, sicuramente, abbiamo dispensato smorfie, dinieghi, pretesti senza senso.
Con Gesù, neanche a dirlo, la situazione si rovescia: vuole che chiediamo tanto, sempre, comunque. Lui può soddisfare ogni domanda, risolvere i casi più spinosi, entrare nelle anime più scure e miserabili. Non c’è ostacolo che possa fermarlo, ed è felice di pagarne il prezzo, avendo sperimentato ogni dolore per poterlo condividere con noi.
Per questo, anima, canta l’inno d’amore che sfocerà nel desiderio esaudito dell’eternità.