Vivalascuola. Infanzia resa

Poi succede qualcosa
in un momento preciso della giornata:
il canto di una classe dietro i vetri
interroga tutti i nostri destini.

Un libro di poesia nato a scuola e che si porta dentro come un diario la vita segreta delle aule scolastiche. Si tratta di Infanzia resa di Sebastiano Aglieco, poeta e maestro in una scuola elementare di Milano. Un libro in cui la poesia è oggetto d’insegnamento e allo stesso tempo strumento didattico, occasione di scoperta e veicolo di relazione. Per questo proponiamo questo libro ai lettori di vivalascuola, sia ai poeti che agli insegnanti, con un assaggio di poesie, una testimonianza della maestra Manuela Gallina, le letture dei poeti e insegnanti Corrado Bagnoli, Luigi Cannillo, Maurizio Casagrande, e una nota di Giorgio Morale.

Indice
(Clicca sul titolo per andare subito all’articolo)

.Da Infanzia resa, di Sebastiano Aglieco
Se siete commossi fatevi coraggio, di Manuela Gallina
Poesia in classe: pasto che rigenera la / vita, di Maurizio Casagrande
Infanzia resa, la poesia che gli insegnanti dovrebbero ascoltare, di Corrado Bagnoli
Il “breve accadere” dell’infanzia nella poesia di un maestro, di Luigi Cannillo
Alle otto e venti di ogni mattina, di Giorgio Morale
Risorse in rete

* * *

Da Infanzia resa

Ci sono momenti in cui vi amo veramente
mentre atterrate la neve dagli alberi e giocate
alla ricerca del vostro vero nome
– riporta la parola al suo stupore –

Io non so cosa sia, oggi, questa luce che si
apre al bianco, non conosco le parole che
si fermano violente sulla fronte:
conosco le mammole, quando viene primavera
e una regina le libera dal dolore
mentre, nel cielo di dicembre
si alza forte l’appello a una giustizia per tutti.

*

Oggi scrivete come gli uccelli che
incidono il loro destino sulla neve
guardate un paesaggio dall’alto
fatto di carbone e fango
poi scavate la terra irredenta, chiedete
che un nome si alzi tra le fronde del
pino appuntito, come un piccolo dolore.

(Febbraio 2012)

*

Mattinale

Vi precedo, tutti i giorni
nell’attesa di un tempo più giusto
allineo i vostri nomi custoditi negli zaini
appesi per la testa come il vino dell’attesa.

Voi mi cerchiate, alle dodici e mezza di
ogni giorno, serrate le porte dei grandi
invocate con gli occhi che rimangano qui le effigi:
la sciarpa bianca e il mio cappotto lungo di secoli
sono la polvere che sarà tutto il vostro inverno
io e voi, in un giorno qualsiasi dell’anno.

*

Il vostro vero nome

Non baro
voglio che capiate il dolore degli altri
che sia amato e custodito
nell’attesa del vostro vero nome.
Riportate la parola al suo stupore!
Voglio rimanere in questo tempo
come il bagolaro che si piega
alla ferocia delle vostre mani.
Offritemi al dio della pazienza.

*

Le parole hanno ragione…

Seconda lezione sulla poesia

La voce inizia da un silenzio improvviso:
la mano che cerca l’albero dopo il viola
se l’essere si è mosso e ha tremolato
allora devi cercare un punto
un appoggio per tutto il corpo.

Se scrivi tremolante, non è vero che cadi
che perdi tutto…
abiti la bocca del mondo.

*

Non so se ho fatto bene ad insegnarvi
che la parola ha veramente il compito
di dare nome ai dormienti, risvegliati nelle cose, per salvarli.
Quando voi scrivete, e vedete, non più ciechi,
io abbasso lo sguardo perché
vi ho portati sull’altare regale della Storia.

*

St’attèntu a mmia:
nun pinzàri ca sàcciu cosi
cchiù ri tia.
Nun ti pozzu riri
chi cos’a ffari o
nunn’a ffari
sulu, ca nun si
ri te sulu
ca tu si nno bbeccu ri l’àutri.

Ascoltami bene / non credere che sappia cose / più di te. / Non posso dirti / che cosa devi fare o / non devi fare / solo, che non appartieni / solo a te / che abiti la bocca di tutti», p. 77).

*

Cca sutta tremu
nu vagùni ri bbèstii tutt’i iòrni
mi sbatti versu n’àutru iòrnu.
Ièttunu uci i carùsi
mi fanu a posta ravanti o
purtùni ra scola pi quistiunàri
mi schiàvunu a vucca
vardiànu, cciàiu a patènti
ma si fazzu u vastàsi, mi scànnunu.

(“Qui sotto, in metro, tremo / un vagone da bestiame, tutti i giorni / mi trascina verso un altro giorno. / I ragazzi gridano / mi attendono davanti al / portone della scuola per interrogarmi / mi liberano la bocca come / custodi, posso parlare / ma se faccio l’ingiusto, mi scannano“)

*

Anch’io ascolto il silenzio come
voi, mentre il parco è tutto transennato e
la luce entra dalle finestre, sono le mani che
ti accompagnano quando viene sera.

Scriviamo dei tigli che fra poco
risorgeranno nel tremore del
fiore che si apre al mondo
nel sorriso delle sue piccole mani.

*

Nel mezzo del tempo è apparso un
albero, il fondatore del mondo
il corpo che senza voce canta.
E’ una betulla, o un frassino.

Sono solo compagni che ci
incontrano, tutti i nomi degli
alberi, gli esseri che eravamo e che ci
abitano nel mezzo, un desiderio che si
è fatto parola e sguardo, un
po’ distante da noi.

Vi insegno le parole delle foglie
imparo me stesso scostato dalle
radici, quella parte di me che
non ha ancora imparato a perdonare.

*

Oggi vi ho cambiato la consegna
ho ucciso la voce degli alberi nella vostra
testa, vi ho lasciati nel deserto delle
parole che non vengono più
devono parlare gli occhi, ora
pronunciare la formula che
si avvicina alle cose e le distanzia.

Mi guardate come l’immagine
di questi due cuccioli bagnati che
non capiscono – sono in pericolo –
avete detto – per annegamento.
Come noi -.

*

Congedo

Mi salutate dalla finestra
mentre vado a casa
mi chiamate con lo sguardo
ancora ai vostri riti
qualcuno si mette in un angolo, piange
qualcuno scrive poesie.
Devo tenervi a queste poche parole
come i sassi nel loro angolo duro
i gracili fiori che
sempre ritornano al loro polline.

– Perché te ne vai, maestro?
Non vuoi rimanere ancora qui ? –

Perché ho bisogno di un’ora d’aria
distante dalle vostre contumelie
ho bisogno di capire il silenzio che
sarà in me, quando non sarò più l’attesa
di nessuno e non avrò più bocche da sfamare
con le mie parole.

Quando scompaio dietro l’albero
dell’orizzonte, il vostro tempo ritorna ad
essere bambino ed un piccolo re vi comanda.

[torna su]

* * *

Se siete commossi fatevi coraggio
di Manuela Gallina

se siete commossi fatevi coraggio: io vorrei abbracciarvi per mille anni”.

Così scrive un alunno di Sebastiano Aglieco, uno dei suoi angeli custodi, come li definisce lui stesso.

Potrebbe anche essere un “nostro alunno”, sì perché 7 anni fa chiesi a Sebastiano di lavorare anche con la mia classe di allora. La mia collega di Matematica si trasferì alla scuola secondaria ed io colsi l’occasione per dare ai miei alunni qualcosa che io non sarei stata sicuramente in grado di offrire. A nessun altro avrei permesso di sostituirmi in un ambito a me così caro, ma sapevo che da questa esperienza avrei imparato anche io qualcosa di molto speciale.

Nell’immaginare il viso di quell’angelo custode che parla di commozione, si accavallano molti volti, quelli che hanno attraversato la vita di Sebastiano e mia in questi 9 anni di lavoro fianco a fianco ogni giorno.

Chi è questo angelo custode nascosto in parole di magica bellezza?

Non riesco ad associarle ad un volto preciso, e in questo sta la grandezza del lavoro di Sebastiano: qualunque suo alunno avrebbe potuto scriverle, perché ogni animo bambino popola il mondo di “infanzia resa. Non esistono alunni “predisposti, tutti trovano nel mondo di Aglieco il proprio rapporto con la poesia. Sebastiano conosce la via per entrare nell’anima dell’infanzia, avvia una comunic-azione autentica, e le voci trovano spazio, provocano gioia e soddisfazione nei bambini, che se ne appropriano, le riconoscono come proprie e commuovono gli adulti.

Lo scorso anno trovammo un nuovo escamotage: Sebastiano lavorò con la mia classe nelle ore di alternativa, in un progetto di avvio alla poesia lasciando un segno indelebile. I miei alunni, tutti, scrivono poesie, a volte mi chiedono di scrivere una poesia al posto di un testo narrativo e i risultati sono sorprendentemente significativi. “Radici” si intitola un’altra pubblicazione di Sebastiano: ecco, questo fa, nutre le radici e poi le lascia crescere, nella lentezza e nella pazienza di cui l’infanzia è tanto assetata.

Un grande ringraziamento per la traccia che Sebastiano Aglieco sta lasciando in noi, bambini e adulti. [torna su]

* * *

Poesia in classe: pasto che rigenera la / vita
di Maurizio Casagrande

Da sempre lo sguardo dei fanciulli ha esercitato un fascino particolare su alcuni poeti quale chiave privilegiata nella lettura del reale dai Greci al Pascoli, passando per Leopardi e nel Novecento per Giotti, mentre, al presente, oltre ad Aglieco, basterebbe pensare alla Lamarque, a Cappello, a Munaro e a molti altri ancora, anche sul versante dei dialetti, con poeti che spesso hanno eletto a fulcro dei propri versi tale angolo prospettico. Ora, coerentemente a una visione della poesia intesa, anche, quale pedagogia e come un farsi carico dei piccoli, delle loro fragilità e potenzialità, con Infanzia resa (Ed. Il Leggio, Chioggia (Ve), 2018) Sebastiano Aglieco viene a proporci un nuovo grande libro frutto di un’assidua frequentazione della stagione infantile e di un lavoro sulla lingua finalizzato in prima istanza ad entrare in empatia con tale composito universo abbassando l’asticella della versificazione e del linguaggio fin quasi al grado zero, per attingere anche al dialetto e riconoscendo per giunta piena dignità poetica alle liriche composte dai bambini (e questo non sono in molti a farlo): «Con il cuore parli, e / il silenzio ti fa scrivere» (p. 107).

Il titolo va letto in almeno due modalità: quella, in positivo, di un’infanzia restituitaci nella sua piena verità e vitalità, e l’altra, in negativo, di un’infanzia negata e quasi costretta, appunto, alla «resa», anche se abbiamo operato a questo modo una lieve forzatura grammaticale. E tuttavia, memori del canto di Omero o di Foscolo per Ettore, come della variante che ce ne forniva Pierluigi Cappello nella lirica Una lettura, a volte il vero vincitore viene a coincidere proprio con lo sconfitto.

Se ne ricava un’idea dell’educazione aperta a 360°, includendovi, oltre alla poesia e alla scrittura in genere, il teatro, la musica, l’opera lirica, il graffito, il disegno, la vita e l’arte in ogni loro manifestazione insomma, rincorrendo un sogno già coltivato da grandi pedagogisti/umanisti quali Comenio o Bino Rebellato, ovvero la maniera più radicale, nei fatti, di battere una strada antitetica ad ogni orfismo, ad ogni visione della poesia che metta in primo piano la lingua, così come l’io lirico, facendone un feticcio: «io svergogno la parola / che si veste, non li sopporto più, i poeti» (p. 51). Una scelta che Aglieco è venuto maturando negli anni per rinnovarsi radicalizzandola ad ogni nuovo libro anche con l’adozione del dialetto, lingua povera più di ogni altra e lingua vera (e che occulta, tuttavia, nei versi che seguono, l’attraversamento di Montale, in alcuni dei suoi stilemi distintivi):

St’attèntu a mmia:
nun pinzàri ca sàcciu cosi
cchiù ri tia.
Nun ti pozzu riri
chi cos’a ffari o
nunn’a ffari
sulu, ca nun si
ri te sulu
ca tu si nno bbeccu ri l’àutri.

Ascoltami bene / non credere che sappia cose / più di te. / Non posso dirti / che cosa devi fare o / non devi fare / solo, che non appartieni / solo a te / che abiti la bocca di tutti», p. 77).

Questo però implica una severa presa di distanza da se stessi, dalla propria scrittura e da ogni investitura poetica, come da qualsivoglia preteso privilegio: «Io non possiedo il canto / voglio scostarmi da questo suono / a intermittenza che mi abita» (p. 53). Significa inoltre ricondurre anche la parola alla sua ultima e più vera essenza: alla polvere, perché – lo sappiamo bene – anche la parola è un prodotto umano. E ancora, a ribadire con forza il medesimo concetto, a mo’ di professione di fede: «Rinuncio, rinuncio, sì, a ferire / il senso delle parole / rinuncio alla bellezza altera» (p. 56), quasi il manifesto di una poetica intesa come lavoro di sottrazione e progressiva ascesi e quindi quale atto quanto mai religioso.

Su questa strada il poeta di Sortino arriva a recuperare, riscattandola da ogni malinteso pietismo, la lezione dei Crepuscolari: «io sono solo un bambino che piange» (p. 60), perché Aglieco, sulla scorta di questi ultimi, ha ben compreso che la radice prima dei nostri mali è la condanna del tempo: «Voi, già nati, chiedete di non nascere più / al tempo, di non essere dentro / l’obbligo di questo tempo» (p. 62). Ritornano in queste liriche, non a caso, le metafore potenti di Empedocle, Parmenide e Cappello sulla veglia e sul sonno, sulla scrittura come autentica visione. Ne consegue come corollario necessario un’idea di paternità che nega alla radice il rito per antonomasia della nominazione/battesimo: negare il nome, allora, equivale a infrangere le catene della storia e del suo determinismo:

Rinuncia, rinuncia al tuo nome
e io ti darò il vero nome
perché non ha timore
il nome che nega la morte
perché è più forte della morte
questo dirsi. (p. 65).

Trattandosi di bambini occorre fare i conti inevitabilmente anche con i mostri, gli orchi, i draghi, gli elfi (sulla scorta di Ende), insieme all’antidoto per curare questi veleni, ossia all’amore, anche se è soltanto una maschera: «Chiedete cosa sia l’amore e io non lo so / forse questo silenzio basterà a preservarvi dalla cattiva razza» (p. 85). E dopo la pars destruens («Scosto ogni cosa / ogni poeta / ogni letteratura / ogni narciso annegato nel suo fango», p. 88), torna a rinascere dalle ceneri del proprio autodafé sacrificale la fenice/poesia: «sono qui: pasto che rigenera la / vita dei rovi, dopo i fiori, i frutti» (p. 88). Una poesia, tuttavia, che brandisce la frusta come Cristo nel tempio (e qui siamo più prossimi a Dante, che a Petrarca) con un radicalismo di matrice schiettamente evangelica, lo stesso incarnato nelle parole e nelle azioni di papa Francesco o di Jacopone: «merda ai poeti che confondono le / parole col loro rumore» (p. 92); oppure che si mette a nudo, senza difese:

«Se scrivo, ora, è perché sento questa voce
necessaria, necessaria per me, e questo basta.
Non so niente dei poeti, della poesia
so solo del tempo bruciato nelle mie parole
[…]
… prima dell’amore e dell’onore
» (p. 86).

Dunque una concezione della poesia e della vita finalizzata al servizio dei più fragili per una visione della scuola, come si argomentava altrove (AA.VV., In classe, con i poeti, Pasturana 2014), radicalmente diversa dalle modalità in cui viene intesa e gestita al presente, una scuola nella quale i ruoli si possono anche invertire o scambiare con reciproco profitto di docente e discente. [torna su]

* * *

Infanzia resa, la poesia che gli insegnanti dovrebbero ascoltare
di Corrado Bagnoli

Infanzia resa è l’ultimo libro di poesie di Sebastiano Aglieco, recentissimamente pubblicato da Il leggio Libreria Editrice nella nuovissima collana Radici curata da Gabriela Fantato. Il libro si apre con un testo in cui il poeta, maestro elementare, racconta di come il giorno della presentazione dei saggi di fine anno la Polizia abbia fatto irruzione nei locali della sua scuola per chissà quali controlli. I suoi alunni, in piedi sulle sedie con le braccia incrociate al petto, hanno ripetuto a voce alta uno dopo l’altro: oggi gli adulti mi hanno impedito di presentare il mio spettacolo. Il libro si apre così con un testo in cui viene immediatamente dichiarata l’esposizione della fragilità come una sorta di manifesto di poetica.

Lo stesso titolo della raccolta, costellata anche da numerosi testi che gli alunni di Aglieco hanno scritto nel corso di questi anni all’interno di alcuni straordinari percorsi didattici, richiama del resto al concetto di resa. Che significa in realtà, per gli adulti, il compito di non porsi più domande retoriche e di tornare al pensiero semplice dei bambini che nella scuola insegnano ai grandi perché questo è lo spazio sacro dell’infanzia/ qui si fermano le prime parole del mondo/ qui si beve l’acqua buona della festa della vita.

Chi è il maestro? Chi impara veramente nella scuola? Chi insegna e come? In questo libro appassionato e intenso, crudele e verissimo, ogni pagina rivela piccoli miracoli quotidiani che avvengono nello spazio sacro di un incontro. Riporto qui per intero la poesia Animae a pag 18 del libro:

Ci sono momenti in cui vi amo veramente
mentre atterrate la neve dagli alberi e giocate
alla ricerca del vostro vero nome
– riporta la parola al suo stupore –

Io non so cosa sia, oggi, questa luce che si
apre al bianco, non conosco le parole che
si fermano violente sulla fronte:
conosco le mammole, quando viene primavera
e una regina le libera dal dolore
mentre, nel cielo di dicembre
si alza forte l’appello a una giustizia per tutti.

Oggi scrivete come quegli uccelli che
incidono il loro destino sulla neve
guardate un paesaggio dall’alto
fatto di carbone e fango
poi scavate la terra irredenta, chiedete
che un nome si alzi tra le fronde del
pino appuntito, come un piccolo dolore.

Intanto diciamolo forte e chiaro: oggi si scrive mediamente bene in poesia, ma non ci interessa; non tutta la poesia abita dentro il battesimo dell’esperienza; non tutta la poesia, anche quella scritta mediamente bene, nasce da un luogo in cui si prende sul serio la chiamata del mondo. Non tutta la poesia è in grado di andare ovunque ci siano cose, uomini e mistero e risponde con verità al destino a cui si è chiamati. E la poesia invece, quella vera, è sempre una risposta a una vocazione, a una chiamata che la vita fa. Come testimoniano questi umili e splendidi versi di Aglieco.

Il maestro è uno che ti fa coraggio e che vorrebbe abbracciarti per mille anni, è lì che ti accompagna e ti guarda tirare giù la neve dagli alberi, un lavoro in cui tu, bambino o ragazzo, cerchi di imparare chi sei, di conoscere il tuo vero nome. Ma intanto il maestro, come già diceva Montale, non sa, come te, le parole; come te guarda il mistero dei fiori liberati dal dolore da chissà quale regina: il maestro è lì insieme a te, disposto a lasciarsi ferire da tutto quello che viene. Come te scrive adesso il maestro e il poeta: come te che hai trovato il nome da dare a qualcosa che hai visto tra gli alberi e magari ti sei ferito nella ricerca; così nascono le sue parole sulla carta, ogni volta come un piccolo dolore. E scrivere è qualcosa di essenziale e così poveramente, miseramente inutile: tu e lui come gli uccelli incidete il destino mica indelebilmente e per sempre, ma come sulla neve, nel desiderio, colmo di una pietà vasta come un paese, di una giustizia per tutti.

Maestro, cosa succedeva quando non c’ero ancora? Questa è una delle tante frasi dei suoi alunni che Aglieco ha voluto inserire nel libro. E il maestro prende sul serio questa domanda e tutte le altre e non finge: il maestro è quello che per primo si lascia trafiggere e crocifiggere dal mondo e dalla sua parola interrogante. Di fronte alle cose e allo sguardo degli alunni, quasi feroce nella sua ingenua determinazione, egli non può che arrendersi. Ed ecco il senso del titolo: è il poeta, è il maestro che per primo si arrende, alla forza, all’insorgenza di quello che accade. Cito ancora un testo della raccolta:

Vengono gli alberi, altissimi e fermi, assenti
a volte se ne vanno così, come sono arrivati
cadono con un tonfo, ed è il grido di
tutto il mondo nella resa.
Non vogliono niente
essere solo in questo terrore della
luce, ascoltare la linfa che, salendo
ci allontana dalle nostre radici.

Un maestro sta con te sempre, è lì prima di te quando hai paura, è lì a indicarti l’istante velocissimo in cui ogni cosa è splendente. E, come dice sempre un alunno alla pagina 58 della raccolta, sei innocente/ se hai/ un maestro. Le parole di questo libro nascono nella casa del grando cedro, nascono di notte e giungono a noi da un filo spinato e ci aprono a una comprensione nuova del mondo e di ciò che è necessario nel rapporto che dentro il mondo istituiamo con gli altri e, in particolare, nel rapporto educativo. Aglieco ce lo insegna come deve fare un poeta e un maestro vero. Cioè ce lo con-segna, condividendo con noi lettori e con i suoi alunni il misterioso compito di dare un nome alle cose. Ancora una volta è un poeta a dirci meglio chi siamo, chi è un maestro, di che cosa i nostri alunni e noi stessi abbiamo bisogno. Come già voleva Betocchi, in una sua grandiosa poesia:

Ciò che occorre è un uomo
non occorre la saggezza.
Ciò che occorre è un uomo
in spirito e verità;
non un paese, non le cose
ciò che occorre è un uomo
un passo sicuro e tanto salda
la mano che porge, che tutti
possano afferrarla, e camminare
liberi e salvarsi.

Scuola e poesia: la fedeltà al compito educativo

Signor Maestro, la smetta di trattarci come scemi/ che bisogna sempre non offendere, non ferire,/ non toccare. Non ci aduli, siamo uomini, Signor Maestro.” Così Pasolini, in una vibrante poesia pubblicata in Lettere luterane, in cui presta la sua voce ai giovani che reclamano un’attesa nei confronti della vita che gli adulti sembrano avere perso. In gioco, qui, c’è la scuola, ci sono gli insegnanti, gli adulti che in qualche modo vorrebbero imbrigliare l’ansia di crescere dei giovani in schemi precostituiti, eventualmente per poterli manovrare a loro piacimento. La scuola appare complice di quel processo di annichilimento del desiderio, dell’attesa di un significato che assume svariate forme nella sua pratica quotidiana, ma che consistono tutte nei verbi usati dal poeta: non offendere, non ferire, non toccare. Ogni attività non deve ferire il cuore, non deve toccare il nervo scoperto di un’ansia, di un desiderio di abbracciare fino in fondo l’esistenza. Tutt’al più può dare qualche istruzione per l’uso, gingillarsi con una serie di indicazioni metodologiche, non entrare mai nel vivo dell’esperienza. In modo acutissimo ciò riguarda anche la poesia, la modalità con cui essa viene proposta nei diversi gradi di scuola, a cominciare dall’università.

Tzvetan Todorov, nel suo libro più recente La letteratura in pericolo aveva già messo in guardia rispetto a ciò che avviene nell’insegnamento universitario della letteratura: qui, infatti, vige una concezione riduttiva della letteratura che prende le mosse dal formalismo e che è cascata a pioggia sulla scuola e sulla critica che in quel clima intellettuale ancora oggi si forma. Ma che cosa rimane del significato e della bellezza delle opere che costituiscono il vero motivo per cui ci si può appassionare alla poesia? La ricerca, la scuola e la critica hanno sostituito lo studio dei mezzi a quello del significato che è il fine; le impalcature necessarie per costruire un edificio ne hanno preso il posto. Il lettore, invece,

oggi come un tempo, non legge le opere per padroneggiare meglio un metodo di lettura, né per ricavarne informazioni sulla società in cui hanno visto la luce, ma per trovare in esse un significato che gli consenta di comprendere meglio l’uomo e il mondo, per scoprire una bellezza che arricchisca la sua esistenza; così facendo riesce a capire meglio se stesso.”

Fin dalla scuola elementare, e in modo sempre più acuto nella scuola media inferiore e superiore, la poesia viene presentata come un linguaggio particolare, come un oggetto chiuso, autosufficiente, fatto di regole strane e complicate; un puro gioco linguistico da cui il mondo reale sembra essere bandito. Nessuna meraviglia, quindi, che la poesia non interessi più gli studenti. In difetto sono gli insegnanti, naturalmente: essendosi formati in un determinato clima culturale, avendo a disposizione libri ugualmente improntati a tale impianto, vivendo dentro un’istituzione che ha perso il senso stesso del suo operare, riproducono stancamente attività prive di quella capacità di “offendere, ferire e toccare” di cui parla Pasolini.

Niente più della poesia, e della letteratura in generale, invece, può rimettere in circolo quel vizio totalmente umano di interrogarsi sul mondo e sul suo destino, di abbracciarlo con una pietà e una commozione autentica. La poesia è uno sguardo sul mondo, una rivelazione, pensiero e conoscenza, desiderio di comprendere l’uomo e la realtà che lo circonda; la letteratura è un’esperienza, l’incontro con una verità, con un significato offerto al lettore a cui spetta il compito di verificarlo nella sua vita. Sguardo, offerta, sacrificio, compito: parole così desuete nel panorama scolastico e nel bagaglio culturale degli insegnanti che per la verità in qualche modo sono legittimati nella loro posizione anche da quanto avviene nel panorama letterario e critico contemporaneo. Se per primi i poeti e i critici si pensano come linguisti, appare abbastanza chiaro come poi gli insegnanti conducano i loro studenti in luoghi impervi dove si innalzano disquisizioni sul linguaggio descrittivo e non descrittivo, sulle figure di significato e sulle figure di suono, in un universo, insomma, dove ciò da cui e per cui nasce la poesia è totalmente dimenticato. Fatto fuori, verrebbe da dire per stare nel solco pasoliniano, con un’operazione da killer del pensiero e del cuore.

Il compito di chi, come Aglieco, cerca anche di educare attraverso la poesia è innanzitutto quello di una fedeltà: fedeltà al gesto della poesia, al suo mostrarsi come un modo di stare nel mondo con una tensione a riscoprirvi il suo significato e con cui, soprattutto i giovani, possano paragonarsi. Ma questa possibilità avviene solo dentro un rapporto tra un maestro e un allievo; tra un adulto che prende sul serio la sua vita e si lascia interrogare dal mondo e dalle parole di chi quel mondo, prima di lui, ha tentato di capire e raccontare, e un allievo che, toccato da quelle parole e dal testimone che gliele porge, incomincia il suo viaggio nella comprensione di sé e della realtà in cui vive. “Siamo stanchi di diventare giovani seri o contenti per forza, o criminali, o nevrotici/vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare/ qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare.

Perché questo desiderio a cui Pasolini dà voce possa trovare una risposta, una compagnia, occorrono, prima ancora che insegnanti preparati, uomini capaci di lasciarsi ferire, di lasciarsi attraversare da questo grido e di rilanciarlo ai più giovani. Ci vuole un cuore intelligente, una capacità di fare attenzione, ci vuole un’educazione, dice il filosofo francese Alain Finkelkraut nel suo saggio, Un coeur intelligent, edizioni Stock/Flammarion. Finkellkraut dialoga in nove capitoli con gli scrittori da lui amati. Kundera, Grossman, Haffner, Camus, Roth, Conrad, Blixen, Dostojevskij, James perché “La letteratura rischiara ciò che viviamo…Se non servisse a conoscere qualche realtà nuova della realtà eterna, sarebbe solo un divertissement”: appunto, quel gioco inessenziale a cui anche la scuola l’ha ridotta e a cui occorre ribellarsi. A cui Aglieco come poeta e come maestro si ribella. Con un cuore intelligente.

Una piccola postilla sul dialetto

Anche in questo libro, e in particolare nella sezione dal titolo Siete già guariti, Aglieco sceglie di scrivere alcuni testi in dialetto. Rispondendo a Vincenzo Di Maro nelle ultime pagine del suo libro, il poeta dice che quella del dialetto è una scoperta recente, necessaria in quanto si è innestata su una istanza etica della parola; non perdere profondità, non cadere in una pochezza di lingua e di orizzonte, rendre il proprio orizzonte più chiaro e consapevole. Col dialetto è come se la lingua avesse aperto le porte agli antenati, che in un lontano libro chiamavo “i dormienti”. La scelta del dialetto sembra quindi da un lato volta al recupero della propria storia, delle proprie radici; dall’altro tale scelta discende dal desiderio di una maggiore eticità del dettato poetico. Nel dialetto, sembra di capire, c’è uno sguardo che si fa lingua e che, nominando le cose, ci immette dentro un mondo; c’è un’esperienza poetica, quella che Les Murray, nel suo Lettere dalla Beozia, chiama “esperienza primaria e caratteristica dell’uomo come il sesso e il piacere del cibo”. Quando Les Murray parla di una poesia ben riuscita, non ne fa una questione di tecnica e neppure di appartenenza a una qualsiasi scuola, tanto è vero che pure Murray si richiama ad un termine, “linguapiena, il linguaggio poetico ben integrato”, contrapponendolo all’altro, linguastretta, che oggi si traveste di poesia, così che “negli ultimi secoli ci siamo convinti che viviamo in un universo prosaico, dove la prosa è la norma della lingua.

L’esperienza poetica è un’esperienza originaria che non è immediatamente data, che si costruisce in una linguapiena capace di descrivere il cosmo. Ebbene, anch’io credo che il dialetto costringa, quasi per statuto, a distaccarsi dalle pastoie letterarie: ti denuda e ti immette dentro le cose. Ma è una via, una delle vie, attraverso la quale questo benefico allontanamento può essere realizzato. Direi che così il dialetto è una sfida a tutta la lingua della poesia perché essa rientri nel suo destino e venga ricondotta al suo compito. L’allontanamento dalla linguastretta, che è la lingua di tanta poesia contemporanea e il ritrovamento della linguapiena, di una modalità diversa di stare dentro le cose, raggiungibile anche, e non automaticamente, attraverso il dialetto, è un criterio fondamentale per il giudizio sulla poesia oggi, di tutta la poesia nei suoi diversi aspetti: contenuti, struttura, lessico, capacità di comunicare. Se la poesia dialettale costringe la lingua a fare i conti con la verità è perché essa stessa, nelle sue punte più riuscite, come in Compitu re vivi e in Infanzia resa di Aglieco, fa questi conti. Ma si potrebbe anche verificare l’inverso, essendo la verità, il discrimine dell’intera questione. [torna su]

* * *

Il “breve accadere” dell’infanzia nella poesia di un maestro
di Luigi Cannillo

Infanzia resa è per diverse ragioni un libro di poesie prezioso, estremo e radicale. Lo è innanzitutto per la tematica dell’infanzia e del rapporto tra maestro e bambini, in una chiave fortemente espressiva della relazione fra loro, reale/simbolica allo stesso tempo, senza nessuna indulgenza verso una visione edulcorata ed edificante. Alla stessa tematica Aglieco aveva dedicato singole poesie o sezioni anche in raccolte precedenti, ma questo libro vi è totalmente e coerentemente incentrato. Data anche l’esperienza dell’autore come maestro elementare, i versi nascono da una condizione e una necessità autentiche, ben lontano dalle convenzioni letterarie della maggior parte dei libri di versi. La lingua poetica che scaturisce da questa condizione, in una sorta di “diario privato“, unisce la concretezza dell’esperienza con la trasposizione in immagini, simboli, riferimenti a concetti e valori spirituali, legati a forme di sacralità e mistero:

[…]
Oggi scrivete come gli uccelli che
incidono il loro destino sulla neve
guardate un paesaggio dall’alto
fatto di carbone e fango
poi scavate la terra irredenta, chiedete
che un nome si alzi tra le fronde del
pino appuntito, come un piccolo dolore.

Ricorrono così parole come “anima“, “rito“, “dio” e “dei“, “segreto“, “altare“, “destino”.

Ma ci sono altre componenti. Il maestro lavora in una scuola di frontiera: in una delle zone più densamente multietniche di Milano, nella quale si incrociano nazionalità, viaggi e destini diversi. La scuola ha un’altra particolarità, è situata all’interno di un parco. Da queste caratteristiche deriva un rapporto didattico fortemente segnato da una parola vera e universale e da un rapporto diretto con gli elementi naturali: gli alberi con le foglie e i frutti, gli uccelli, gli insetti, la luce, intesi sia come presenze reali e quotidiane che come altrettante figure simboliche. Va aggiunto che il maestro si relaziona ai bambini anche attraverso diverse forme artistiche e letterarie, dall’opera al cinema al teatro, e in particolare attraverso la pratica di poesia. “Non può esistere poesia senza tensione etica“, afferma Aglieco nella conversazione con Vincenzo Di Maro contenuta nel volume. Ed è come se dicesse che senza tensione etica non esiste scuola. Aggiungendo nella sua nota sulla genesi del libro: “Lo considero un libro di poesia civile – per come un poeta lirico possa intendere l’impegno civile –“.

Questa miscela di elementi è fonte di una parola potente, non addomesticata, che scaturisce dalla concretezza e dalla profondità delle esperienze, solo attraverso la quale l’infanzia può essere resa, restituita, sia a noi adulti che al maestro e ai bambini stessi. Si tratta di una parola che respira emotivamente, lontana dal paternalismo, dalla banalità della lingua comune dei media. Tra le definizioni ricorre l’affiancamento, la possibile sovrapposizione del termine “bambini” con “figli” e di “maestri” con “padri“, o piuttosto lo slittamento da un termine all’altro, sempre nell’ottica della dinamica fra diversi ruoli. Con una particolare attenzione verso ciò che sembra fragile, “piccolo, mantenendo comunque l’energia e la potenza per affrontare, da piccoli, il mondo, il tempo. Ci sono “piccole mani“, come nella copertina del libro; è piccola la forma di un fiore, ma anche la luce del mattino, la voce, le lezione, il potere.

L’alternanza di “io” e “voi” percorre l’interazione fra due entità che si confrontano nelle quali è responsabilità dell’adulto, oltre quella specifica della didattica nel ruolo di educatore, quella dell’ascolto e del confronto, nella compresenza in luoghi condivisi, come nelle due strofe della poesia Mattinale:

Vi precedo, tutti i giorni
nell’attesa di un tempo più giusto
[…]/

Voi mi cerchiate, alle dodici e mezza di
ogni giorno, serrate le porte dei grandi
[…]
io e voi, in un giorno qualsiasi dell’anno.

Qui l’io lirico si presenta alternato tra le due entità, tra gli effetti di stimolo/risposta testimoni delle diverse esperienze. Sul piano poetico poi i bambini hanno anche il ruolo di angeli custodi delle poesie del maestro: i loro versi si inseriscono efficacemente tra una sezione e l’altra in quelli del poeta e dimostrano la validità di un linguaggio fortemente espressivo che rifugge dalle convenzioni della filastrocca e del lezioso per comunicare tutta la sua verità:

Anima del fuoco pauroso
fuoco è il suo nome
è il nome della fiamma accesa
dentro l’anima dell’uccello che mi guarda.
Ho visto una croce per ritornare a casa
ma è l’uccello della luce che mi ha riportato a casa.

La raccolta inizia con un episodio di sopraffazione, realmente accaduto a scuola, al quale i bambini reagiscono con dignità e coraggio. È un esempio della fragilità del mondo infantile e della invadenza del mondo degli adulti e della legge nelle loro vite. Ma anche un esempio del loro linguaggio di resistenza: “Questo è lo spazio sacro dell’infanzia/ qui si fermano le prime parole del mondo/ qui si beve l’acqua buona della festa della vita.” Successivamente si dipanano, variamene articolate, le diverse sezioni di una partitura comunque unitaria nelle sollecitazioni e negli intenti, oltre che nelle scelte strettamente poetiche.

Se il rapporto centrale immediatamente riconoscibile rimane quello tra età adulta/maestro e infanzia/scuola, in realtà le poesie si concentrano attorno a due nuclei fondamentali: il Tempo e il Nome. Il primo è la grande entità misteriosa che ci conta tutti, alla cui legge dobbiamo sottostare e che scandisce, nell’esistenza intera, le nostre affermazioni e le sconfitte, lo sviluppo e la stasi, sotto un sigillo al quale nessuno si può ribellare. Da adulti è possibile percepire gradualmente e progressivamente il Senso che lo attraversa, fino alla inesorabilità della Fine. Ma da bambini il Tempo è un’entità ancora in fieri, statica, talvolta incomprensibile, altre volte apparentemente benevola. E alla sua percezione, alla sua legge, alla densità della sua materia, richiama ripetutamente il maestro. Il Nome è invece legato alla specifica caratteristica degli esseri umani di chiamare le cose, di trovare nella parola l’elemento battezzante per fenomeni, oggetti e persone. Al Nome si riferiscono esplicitamente i titoli di tre delle sette sezioni della raccolta. Il nome come caratteristica essenziale delle creature, come legittimazione, percorre trasversalmente la raccolta. E infatti la nominazione viene invocata, auspicata, la sua necessità trasmessa ai bambini.

La nominazione è legata in modo indissolubile alla parola, alla sua autenticità e nudità. Il compito del nome e della parola non è solo elemento di rappresentazione e comunicazione nel quotidiano; la parola è sostanza dell’essere, incisa come segno di salvezza nella propria carne, espressione della bocca e della mano. Lo sottolineano i passi successivi del percorso: la parola scritta, la scrittura e la poesia:

Non so se ho fatto bene ad insegnarvi
che la parola ha veramente il compito
di dare nome ai dormienti, risvegliati nelle cose, per salvarli.
Quando voi scrivete, e vedete, non più ciechi,
io abbasso lo sguardo perché
vi ho portati sull’altare regale della Storia.

Molti dei momenti condivisi tra maestro e bambini sono i momenti della scrittura, vissuti in comune oppure separatamente, nei quali il peso della parola scritta si esprime, a partire dalla grafia e dalla posizione del corpo, nel silenzio e nella riflessione che comporta. Il silenzio è il momento nel quale la parola emerge, insorge, e viene pesata nella mano che scrive:

Togli il potere
mettile al margine le parole
e lasciale tremare
alla luce fredda del mattino.

Con la Poesia entriamo poi nella specifica natura espressiva del libro: la poesia è in questa raccolta un’attività condivisa per la quale i versi dei bambini sono calati come figure angeliche tra le pagine del libro del maestro, assunte nel testo. Ma Infanzia resa riguarda anche i poeti, o sedicenti tali, attraverso le parole necessarie nel rapporto tra infanzia e mondo, bambini e maestro, ricorrendo sia a slanci lirici che all’invettiva: “Non ho da dire altro ai poeti:/ guardate qui, nudi, davanti al petto dei bambini.“, o “merda ai poeti che confondono le/ parole con il loro rumore.” La raccolta ha quindi un valore anche metapoetico, riservando alla poesia il germoglio finale di un percorso che inizia, non a caso, dall’infanzia. E all’infanzia, all’origine, il libro ritorna, in un circuito circolare e nei versi conclusivi.

Massimo Magnano nella sua prefazione definisce la raccolta “un poema che tende alla narrazione“. In effetti la scrittura di Aglieco, pur fondandosi su un lessico ricco di riferimenti “alti“, non indulge alla retorica è tanto meno all’idillio lirico o al bozzetto accattivante. Piuttosto mantiene anche asperità ritmiche e lessicali in particolare nella sezione scritta in dialetto, che risulta particolarmente efficace e vigorosa. La testualità si articola espressivamente seguendo così un ritmo interiore, servendosi di frequenti cesure e nella versificazione di una lirica contemporanea tanto ispirata nelle tematiche quanto scevra da rotondità melodiche o facili effetti sonori. Questa costruzione frastagliata si caratterizza poi anche in verticalizzazioni frequenti, opposizioni o ossimori come “perché moriamo nella servitù del potere?”, “le anime sussurravano/ le gambe si arrampicavano“, “la guerra silenziosa di ogni resa“, o in “questa ferocia dell’essere pazienti e / indifferenti […]“.

Proprio nella opposizione tra cosmo e nulla, tra fragilità e potenza, tra silenzio e parola va a svolgersi il “breve accadere” dell’infanzia, consegnato alle aule. Le poesie di Aglieco ne sono testimonianza alta, ma anche monito: che l’esistere avvenga nella conoscenza e nel rispetto del proprio cammino, dei fratelli e della parola. Che nel regno del Tempo quel breve accadere acquisisca e sviluppi Senso. E non solo per i bambini, ma per il maestro che scrive con loro e per chi bambino non è più. [torna su]

* * *

Alle otto e venti di ogni mattina
di Giorgio Morale

Quella che leggiamo in Infanzia resa è una scuola che non troviamo nei documenti ministeriali, è “un viaggio mattutino”, un rito che si celebra “alle otto e venti di ogni mattina”, “in un giorno qualsiasi dell’anno”. In questa scuola si coltiva il sapere e la relazione, nessuna azione è indifferente e ogni gesto lascia un segno, la scrittura è un’esperienza come la luce di un mattino, hanno domande e inquietudini gli allievi ma anche i maestri. Lo stesso maestro si fa domande su un mondo che nascendo anche lui ha trovato già fatto (“Non li ho mai capiti i nostri padri”), su un tempo e una storia di cui avverte tutta la problematicità (“E come farò, fra un anno / a raccontarvi della Storia?”) e nei confronti delle cui storture non ha reticenze: “Io non ho comandi / non ho pazienza e non ho perdono / sento che non bastano più la pazienza e / il perdono”.

Eppure il maestro non bara (“Io non ho vittorie / non ho nemmeno parole per nascondermi da voi”, “non credere che sappia cose / più di te”) e non si sottrae (“quando mi abbracciate / senza il ritegno dei grandi”), anzi si scopre (“il maestro è commosso”) e sa che anche lui è in gioco, senza difese (“se faccio l’ingiusto, mi scannano”). Il maestro accoglie le domande dei suoi allievi (“come nasce un bambino”?), ne legge i sentimenti (“Scrivi con forza, come se la penna / grattasse la scorza di te, di tua madre”), e per quanto può si assume la sua responsabilità e “estirpa… la gramigna di noi…/ … ogni giorno dell’anno”. Il maestro soprattutto esercita la maieutica e fa domande: “Descrivi un sogno / dimmi perché non mangi / perché non piangi / quale bruco ha perforato questa lingua”.

L’infanzia è al centro, come età della formazione per eccellenza e come “l’eterna fonte di ispirazione della poesia lirica” (Marina Cvetaeva). Ed è la vicinanza del maestro-poeta all’infanzia (“io sono solo un bambino che piange”) che permette un dialogo prezioso tra l’allievo e il maestro, il quale si distanzia dai grandi (“I grandi erano distratti / non sapevano esultare della biglia / guadagnata”), memore della lezione de Il piccolo principe: “I grandi non capiscono mai niente da soli e i bambini si stancano di spiegargli tutto ogni volta“. La poesia, non quella dei poeti che usano le parole per nascondere le cose (“non li sopporto più, i poeti”), è oggetto d’insegnamento e allo stesso tempo occasione di scoperta, strumento didattico e veicolo di relazione, in un fare che è un esperimento continuo che nulla può garantire (“Non so… forse la parola viene / dalla resa, offerta a un corpo / che si apre totalmente”).

L’attenzione alla parola diventa quindi educazione all’ascolto e scoperta (“Riportate la parola al suo stupore”), familiarizzazione col mondo (“Sono solo compagni che ci / incontrano, tutti i nomi degli / alberi”), ricerca di sé (“giocate / alla ricerca del vostro vero nome”), affidamento (“le parole ti portano sempre da qualche parte”), rispetto e apertura all’altro (“voglio che capiate il dolore degli altri”), spazio di libertà (“svelo il canto che non vuole rive”). Così dalla didattica emerge una poetica che molto ha da dire anche a chi fa il poeta di professione.

La scuola diventa al contempo il luogo circoscritto, “lo spazio sacro dell’infanzia” dove è possibile esporsi (“Vi voglio bene tutti – hai detto / nessuno ha riso, nessuno ha osato / sporcare il tuo abbandono”). L’analisi logica diventa occasione per scoprire “chi siamo” e per trovare il “complemento che spiega / questo invisibile guardare e arrivare del male”, per scoprire “la parola nascosta nelle parole”, per liberare il “nome segreto… / Il nome segreto è ‘Amore’”. Così la scuola è un nuovo inizio, è sempre “il Presente” per lasciare che si alzi “forte l’appello a una giustizia per tutti”. Finché “… improvvisamente si spalancano / tutte le finestre della classe” e gli allievi sono “portati sull’altare regale della Storia”. [torna su]

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Da Gelmini a Giannini

Bilancio degli anni scolastici 2008-2009, 2009-2010, 2010-2011, 2011-2012, 2012-2013, 2013-2014, 2014-2015, 2015-2016, 2016-2017.

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(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Alberto Sabbadini) [torna su]

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