Una lettura di Ruderi del Tauro

di Giovanna Menegus

PICASSO_Testa di toro_1942_Brera.jpg

La poesia di Enrico De Lea – e forse in particolare quella di questo libro, pubblicato nel 2009 da L’arcolaio – non è facile né immediata. Personalmente sono riuscita a (parzialmente) penetrare la sbrecciata, petrosa fortezza dei suoi Ruderi solo dopo alcuni tentativi di avvicinamento respinti dalla loro superficie “ostica” e “basaltica”. Finché a un certo punto è scattata in me un’emozione-riconoscimento: Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto. Per un istante ho rivissuto la stessa forte emozione provata leggendo le ultime pagine, misteriche ed eleusine, del romanzo-saggio di Trevi su Pasolini; un’emozione accompagnata dalla sensazione di aver raggiunto zone analoghe (i misteri, le visioni e i riti mediterranei antichissimi), e quanto mai remote dall’esperienza umana e antropologica contemporanea.
L’altro riferimento attorno al quale mi è stato possibile comporre la materia e il senso di Ruderi del Tauro è pittorico-scultoreo, e anch’esso rimanda all’ambito antropologico oltre che artistico: i bucrani. Teste o teschi di bue e di toro. Tauro (il monte da cui prende nome Taormina) del resto significa toro. I ruderi del Tauro sono un cranio taurino: testa o scheletro di un possente animale primordiale scarnificato. Che la sovrapposizione di immagini sia anche letteralmente, etimologicamente vera non sarà un caso.
E l’immagine specifica che mi si è imposta è la grande Testa di toro di Picasso esposta alla Pinacoteca di Brera, davanti alla quale ho sostato molte volte. Insieme al soggetto, i Ruderi condividono con questo dipinto alcuni tratti formali. Ovvero la valenza violentemente espressionistica o cubista, nel senso di scomposizione e deformazione degli elementi strutturali e semantici. L’immagine (dipinta o verbale) si impone dunque con grande forza ed elementare asprezza: permane nel campo visivo (sensoriale) come presenza perentoria e difficilmente eludibile, di non semplice lettura, e che pure sfida, sollecita all’interpretazione. Un’interpretazione che per la stessa natura frammentaria e residuale della materia non potrà essere completa, né limpida, cosa che è evidente fin dal testo iniziale del libro:

(presto accade)

Poiché non sanno
l’enigma del puro proferire,
del suo freddo sentire
di quell’anno, presto accade
che l’arma del suo amare
s’arrenda, covi
ben due serpi di stile, in processione
luci dell’oscurato, da torrette.

In seguito all’incomprensione della comunità (gli altri che «non sanno»), a un enigma «puro» vengono a sostituirsi «ben due serpi di stile» e «luci dell’oscurato». Il passaggio è rapido e ineluttabile («presto accade»), e doloroso, trattandosi di una resa: l’arrendersi di un amore freddo e non pacifico («l’arma del suo amare»).
Da questo proemio sappiamo dunque che i versi che ci apprestiamo a leggere sono l’esito e il seguito di una battaglia sconfitta e di un amare respinto[1], costretto d’ora in poi a covare sotto le ceneri mutandosi, da lingua pura e univoca, in biforcuta lingua di serpente; mentre la luce che esso continua a emanare è una luce di «oscurato», un bagliore ossimorico e contrastato, rituale e intermittente («in processione… da torrette»).

Nel libro sono numerose le espressioni che richiamano a questa iniziale esperienza traumatica e di perdita, spossessamento e spaesamento, «narrativa del verbo senza carne» (p. 23) – e insieme a una sorta di espressionismo-cubismo: così per esempio nella lirica nuovamente intitolata (resa) si susseguono i termini «scompone», «informe», «assente», «sconsacrazione» (p. 55). Ma la parola-chiave dei Ruderi è, a mio avviso, «espianto», che riassume in immagine plastica l’idea enunciata di continuo anche in forme drammaticamente imperative («Sia scure! Sia partenza!», p. 31) e attraverso alcuni titoli: (il vino del distacco), (esiliati), (migrazione).
Dopo l’espianto si può solo essere dubbiosamente «aggrappati ad una forza irrisoria / del rito e delle sue esequie» (p. 28).

Secondo Giacomo Cerrai – gli interventi critici su Ruderi del Tauro sono numerosi e significativi, a partire dalla postfazione di Sebastiano Aglieco – «il principale protagonista di questo libro, al di là delle sue articolazioni e dei suoi riferimenti oggettivi, è il linguaggio»[2]. È vero che soprattutto Boschivo per le furie, la sezione centrale e più corposa del libro, presenta numerose conferme in questa direzione («Redime, / la carità del verbo, il torso ostico…», p. 33; «l’evoluzione dell’adorno / pasce il verbo», p. 35; «scorteccia / l’argine del verbo», p. 37; «l’oro / della serpe temporale», p. 38, con un richiamo alle «due serpi di stile» del proemio; «mozzate verba», p. 50). Attenuerei tuttavia l’affermazione, nel senso che da un lato si può dire che la centralità del linguaggio, ovvero della forma, valga per ogni autentica poesia e ogni risultato d’arte; dall’altro qui il linguaggio – il verbo, la poesia – è sempre anche visione e veggenza («Arte della visione include l’artificio / acceso del volto noto nell’osceno sguardo», p. 57; «Il folle zio Domenico è veggente, / urla gli incendi le miserie il secco», p. 15), e alla figura del folle veggente si affiancano e si confondono quelle dell’anacoreta (pp. 25-26) e del salvaticus, il «santo selvaggio» («vige luminescente il santo selvaggio», p. 52), povero e «piagato», «lazzariato»: (l’indigenza del santo), p. 54. Inoltre il linguaggio potente e stratificato, sintatticamente franto e oscuro dei Ruderi continua a evocare gli oggetti proprio nel negarli e proclamarli assenti, compiangerli, congetturarli, deformarli visionariamente.

E tornando al piano figurativo, noto che a rappresentare bucrani in Italia è stato soprattutto un siciliano al pari di De Lea trapiantato o espiantato fuori dall’Isola: Renato Guttuso. Ne ha dipinti molti, a partire dagli stessi anni della Testa di toro di Picasso, il 1942, fino al termine della sua vita, alla metà degli anni Ottanta. Sempre accompagnandoli ad altri oggetti-emblemi di una mediterraneità eterna, protostorica: giare per l’olio, sedie impagliate, foglie di cavolo e limoni, teschi umani («il risolino / eterno del teschio», p. 21) o mandibole di pescecane (nei Ruderi abbiamo la pesca al pescespada, p. 12), drappi rossi o neri…

GUTTUSO_Bucranio mandibola di pescecane e drappo nero contro il cielo_1984.jpg

Fra tutte, anche la poesia che mi si è offerta come più “classica” e “classicamente” interpretabile ha al centro, o meglio in apertura, l’immagine del bucranio, ed è posta quasi esattamente al centro del libro (p. 39).

(un’ora algida)

Un’ora algida, di pieve, spacca
la fresca testa del vitello.
Avvalla nelle gole
il fuoco dei verbaschi
la dismisura dei morti,
l’infanzia presso
una conca superstite di braci,
norma di casta lingua
nel corpo dell’olivo.
Sorge, arroventa, l’ansimo
al roveto.

Le cose che si potrebbero dire partendo da questi pochi versi sono persino troppe. Provo ad appuntarne brevemente almeno qualcuna.
Il sacrificio che «spacca / la fresca testa del vitello»: sacrificio biblico e cristiano e insieme prebiblico e mediterraneo, come tutta la simbologia che innerva non solo questa specifica lirica ma tutti i Ruderi.
La compresenza o circolarità gelo-ardore (ora algida-arroventa): l’«ora algida» e la «fresca testa» iniziali, passando per «il fuoco dei verbaschi» e «una conca superstite di braci», si rovesciano in chiusura in un “roveto ardente”. Un’analoga polarità[3] è presente anche in (acque reali), testo eponimo della prima sezione che viene evocato anche nella copertina del libro sotto forma di fotografia, con un’immagine della Fontana dell’Acqua Reale di Casalvecchio Siculo, nel Messinese.
La trama sonora (un altro libro di De Lea si intitola Dall’intramata tessitura) che lega e mette in rilievo le parole-chiave del testo: pieve vitello avvalla verbaschi olivo arroventa roveto.
Pieve è il luogo della comunità, in senso insieme laico e religioso (plebs, pievano).
Vitello l’animale sacrificale, la creatura.
Avvalla il moto volto verso l’interno e il basso che prepara l’ardente moto ascensionale conclusivo, l’anelito a un Dio non nominato bensì evocato attraverso la sua manifestazione biblica a Mosè: «Sorge, arroventa, l’ansimo / al roveto».
I verbaschi, come spiega l’autore in una nota a fine testo, sono «arbusti resinosi messi a bagno nell’olio, accesi a mo’ di torce […] portati in processione un tempo la sera del 24 marzo, vigilia della Festa dell’Annunziata, a Casalvecchio Siculo».
L’olivo e l’olio («l’olio per la carità dei morti», p. 23; «giara del tempo oleario», p. 55) hanno anch’essi un valore e un simbolismo sacrij. L’olivo qui pare anzi fisicamente incarnare la possibilità e la regola di un linguaggio lontano tanto dalle durezze dell’enigma quanto dall’artificio e gli inganni delle «due serpi di stile»: una «norma di casta lingua / nel corpo dell’olivo».

Al centro del testo – avvallata, inghiottita – sta «la dismisura dei morti».
In un mondo come quello attuale che sempre più cancella e nega l’invisibile e lo spirituale, la poesia è fra le poche esperienze dove continuino ad avere spazio ed esistere i morti. Il «morto luminoso» (p. 23), «le anime dei morti / che s’addensavano, uccelli che non svernano…» (p. 25), «Nell’assoluta libertà dei morti, / inquieto stormo nella cava / regione dei gelsi» (p. 52), «Ascesi pure i morti / in una sconsacrazione di ogni alba» (p. 55), «il vizio vernacolo dei morti» (p. 58).
Già solo per questo motivo – ritrovare, avvertire il mistero e l’immensa «dismisura dei morti» – vale la pena di provare a leggere questo libro difficile. (I libri facili, alla fine, spesso non vale la pena di leggerli.)

30 maggio 2018

IMMAGINI
Pablo Picasso, Testa di toro, 1942, Milano, Pinacoteca di Brera.
Renato Guttuso, Bucranio, mandibola di pescecane e drappo nero contro il cielo, 1984, Roma, Archivi Guttuso.
Pittore di Verghina, Ratto di Persefone (o Proserpina), 350 a.C. circa, Verghina, Macedonia (l’immagine è riprodotta in Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto, Ponte alle Grazie, 2012).

[1] Un amare che si trasforma in odio, nell’ottavo testo di Sequela del padre, a p. 22:

Il corpo della voce trema
alla vista del mare dei padri,
cala l’oblio sull’odio necessario
ed a voi, utenti dell’illuso teatro,
par finalmente sceneggiata pace.

E più avanti nel libro troviamo un «Esercito del disamare» (p. 56).

[2] http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/480-Su-Ruderi-del-Tauro-di-Enrico-De-Lea.html

[3] Buio-sole, luce-ombra: «I lavoranti oscurano il pensiero / al sole, tengono l’ombra in tasca / coi fazzoletti marci di sudore», p. 15. È la polarità mediterranea sintetizzata da Gesualdo Bufalino nella memorabile formula La luce e il lutto, titolo di una raccolta di prose brevi dedicate a luoghi, fatti e identità della Sicilia.

Ruderi del Tauro_De Lea
verginatombpaintingdet

3 pensieri su “Una lettura di Ruderi del Tauro

  1. Intensa, sensibilissima e colta lettura
    , fatta a partire dall’interno dei testi. È la lettura che prediligo, onesta , non amicale, e fuori da ogni teorizzazione, che induce nel lettore autentico desiderio di avere il libro tra le mani, Cosa che vorrò fare. Grazie.

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  2. Pingback: Una lettura di Ruderi del Tauro | Crudalinfa

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