Antonio Fiori, Nel verso ancora da scrivere

di Giovanna Menegus

FIORI_Manni 2018_copertina

 

La poesia di Antonio Fiori, così apparentemente lieve, misurata e sorridente, nasce e si alimenta tutta dalla dichiarazione e consapevolezza della propria insufficienza: «patisce / perché non può sciogliere / i nodi alla gola, per quanto tenti / da sola». O più esplicitamente: «Per dirla tutta la poesia non basta». L’accettazione del proprio limite – di una sorta di dolente, vigile impotenza – la anima sottilmente, in una tensione che è tanto morale (e religiosa), quanto sensibile e sensuale, amorosa, e detta misure perlopiù brevi e composte sempre increspate dall’inquietudine, dai trasalimenti e le interrogazioni dell’umano vissuto. Così questo suo nuovo libro – nato come un’autoantologia in qualche modo conclusiva di un percorso: la raccolta dei versi di una vita, coprendo l’arco temporale 1999-2017 e considerando che Fiori, nato nel 1955, è arrivato a pubblicare in età matura – risulta invece di fatto aperto e rivolto al futuro, rilanciando idealmente il discorso in direzione del «verso ancora da scrivere». Gli inediti recenti qui presentati (anni 2016-17) lasciano intuire che di versi «ancora da scrivere» l’autore possa averne parecchi, cosa che si augura tanto al poeta quanto ai suoi lettori presenti e a venire.
E se di fronte alla vita e al suo dolore la poesia non basta, tanto più è un indispensabile farmaco, lenitivo, balsamo e conforto e sostegno: «la quotidiana dose» (titolo di un altro libro di Fiori) che il poeta – l’essere umano – senza vergogna e «in silenzio» si inietta. Perché «Amo senza farlo o lo faccio senza amore»: formula in cui Fiori racchiude una condizione esistenziale doppiamente negativa e contraddittoria.
Due volte l’amore, due volte l’azione, due volte il senza.
Ma se nelle operazioni algebriche il rapporto di forza tra segni più e segni meno segue regole precise, nel nostro caso le soluzioni dell’equazione, o dannazione, sono probabilmente più d’una, e i passaggi che portano al risultato presentano sfumature psicologiche ed emotive molto varie, in cui ciascun più acuisce o rovescia il rispettivo meno, mentre l’azione si rispecchia nel sentimento negato eppure presente, perdurante nella sua negazione, e viceversa: in un equilibrio dinamico e insieme bloccato che certo può riproporsi per mille diverse o uguali vite, mille diversi giorni…
Il tema che nei versi di Fiori più si intreccia a quello dell’amore è un pervasivo senso della fine, avvertita ora come progressivo dissolvimento, diminutio e spegnersi interiore del soggetto («Neanche il millisecondo attraversi indenne» recita l’incipit della raccolta), ora come vecchiaia e morte – l’ultima sezione del libro si intitola Fini, fughe, città. A questo proposito spicca la lirica In memoria di Giovanni Raboni, dove la figura del poeta evocato consente di esprimere al meglio, per interposta persona, la forza di un eros che fra scoperta e timore, «ostinata fatica» e gratitudine muove l’intera esistenza umana dall’«otre misterioso dell’infanzia» fin «dentro l’ombra che anticipa la fine».
Tuttavia qui la fine così spesso presentita non è forse o non pare mai del tutto tale, perché, come si diceva, in Fiori sullo sfondo è sempre presente un orizzonte ulteriore e di fede, connotato da improvvise visioni apocalittiche o escatologiche («Quando s’adempirà la profezia / e scopriremo l’alba ultima del mondo…»; «Il tempo scomparirà restando fermo / tutto sarà presente e sarà inteso…»), esami di coscienza in attesa del giorno del giudizio (in vista del quale, come si legge in alcuni versi autoironici qui non inclusi, viene conservato un vecchio diario), e l’auspicio, l’anelito a un «oriente spirituale»: ma più ancora a un «soccorritore» che «possa ritrovare / i nostri corpi esausti», crollati nel tentativo di avvicinarvisi almeno di qualche passo.
La dimensione teologica o ateologica e “antimetafisicante” è uno dei tratti più significativi che legano Antonio Fiori a Giorgio Caproni, suo dichiarato nume tutelare. Una “parentela” che registra anche casuali e suggestivi paralleli biografico-geografici: Fiori – dalla Sardegna in cui è nato e vive ma che pochissimo emerge nei suoi versi – ha intensamente frequentato la «Genova verticale» di caproniana memoria, negli anni dedicandole vari componimenti (cito qui solo il cantabile, trascinante incipit «Genova è vicina, sull’altra riva del cuore»). Fra i Leitmotiv caproniani che più di frequente si sentono risuonare nella poesia e nel mondo interiore di Fiori, voglio segnalare il tema-metafora del congedo, spesso associato a quello anch’esso ricorrente del viaggio: partenza-dipartita, addio e fuga e disperdersi, a volte con incertezze, ripensamenti e giochi di parole e scambi di ruoli nel momento del distacco (che è verbale e mentale, teatralizzato). Così, per esempio, scrive Caproni in due poesie de Il franco cacciatore datate 1975 e 1979:

Biglietto lasciato prima di non andar via

Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.

Il mio viaggiare
è stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.

*

Errata

Non sai mai dove sei.

Corrige

Non sei mai dove sai.

E così scrive Fiori in una poesia di In merceria (2012), e di seguito in un inedito del 2017:

Saluto

Speravo di vedervi prima d’andarmene
lasciarvi una valigia di carte
spiegarvi perché parto
abbracciarvi.
Invece scrivo
forse per dirvi altro
circuirvi meglio, con arte
indurvi a seguirmi, ad andarvene.

*

Fuggire

Fuggire domande e manoscritto
– nascondersi un tempo indefinito.
Non avvertire, andarsene soltanto.
Non salutare il figlio piccolino
– ti fermerebbe e salirebbe il rantolo.
Disperdersi – credimi – è destino

Ci sarebbe certo altro da dire su questo libro. Sul senso del tempo («temo la polvere che posa sui vestiti»), le poesie sulla poesia (Metapoesie) e quelle dedicate ad amici e maestri (Angelo Mundula in primis), gli incontri, alcuni Impropri haiku… Mi limito qui a richiamare l’attenzione su La stanza del dialogo, la lirica che intitola la sezione In questa stanza ed evoca molte cose insieme: uno spazio interiore e di coscienza (di reclusione, tortura e auto-tortura), il lettino dell’analista, il giudizio finale… La porta della stanza resta socchiusa, ma la sua finestra sul mondo è finta, e le pareti che separano dall’esterno sono sottili, illusorie forse, mentre ciò che risulta subito tremendamente reale, lancinante prima ancora di arrivare a trafiggerle, è «il dolore dei chiodi / per quadri infantili». Dove si apprezzano particolarmente la sobrietà di mezzi, l’onestà con cui Fiori raggiunge abitualmente il proprio risultato espressivo, perseguendo una poetica e un’etica che, di sfuggita, ha formulato così:

Per questo mi piaci, perché
anche se aggiungi, di falso
qualcosa, resti fedele ai fatti.

***

Antonio Fiori, Nel verso ancora da scrivere. 1999-2017
Manni, 2018
Collana “Pretesti”, 96 pp.

*

Una chiamata da fare

qualcuno che attende
un nome da ricordare
qualcosa da rendere
quello che non puoi dire
una porta da aprire
l’urgenza che avevi di vivere
nel verso ancora da scrivere.

*

Città per me (Quasi canzone)

I

Genova premurosa e straripante
– mia prima amica.
Insopportabile nostalgia dei tuoi bei giorni
quando i capelli fulvi riassettavi,
l’abito e il trucco
prima di aprirmi il mondo
e offrirmi il succo.

II

Cagliari irripetibile ed uguale
dovrei temerti già prima del viaggio,
così arrendevole in quest’isola severa,
Cagliari senza mattino e senza sera.

III

Di Roma il mio più bel ricordo
è via Merulana nel maggio dell’ottanta
ed il più triste Trevi nel novantatré.
Altro di mio non posso dirvi
della città peccaminosa e santa.

IV

Mi sentenziò Milano un’altra vita,
quella che poi è mai stata
(se non nella licenza di sognarla
tra via Manzoni, la Galleria e San Babila).

V

Addio Padova cara, alla deriva dal ’76
ora saprei dialogar col Santo
e addurre alto movente al suo cospetto,
ora che anche i miei parenti partono
tu t’allontani nella pianura, al largo…
finché balena non t’inghiottirà.

*

Per dirla tutta la poesia non basta

…………… hai voltato le spalle piene d’occhi
…………… – ancora vaghi nel sogno incancellabile

Per dirla tutta la poesia non basta
nemmeno fosse intero canzoniere
perché se pure m’aggiudicassi all’asta
parole d’oro, le migliori e vere
se scomparissi per lasciarti spazio
dentro i suoi versi, dentro le assonanze
seppure avessi la maestria di farlo
se fossi in grado di compiere il miracolo…
non ti riavrei. E ne sarei straziato.

Per questo non ti nomino,
per questo non ti canto.

*

Il compito

Capace di nasconderti
sotto una foglia gialla
portarci via in autunno
all’improvviso
o visitarci nel silenzio muto
all’aperto o al chiuso

Puntuale ma inattesa
in fondo sei costretta a farlo.
Chissà cosa daresti
per liberarti di noi,
della promessa visita
– magari un po’ di vita
ma non puoi

Potresti dare il manto nero forse
o gettare la falce cupa al fuoco
ma non lo fai

Come tutti anche tu
sei condannata al compito
– e lo sai

*

È silenzio dirompente sulle grida
è voce che scardina il silenzio.
Portamento regale nell’assedio
luce notturna, buio che c’illumina.
Come aquila incombe
invece è agnello
vita inerme che dura.

*

 

2 pensieri su “Antonio Fiori, Nel verso ancora da scrivere

  1. Pingback: Antonio Fiori, Nel verso ancora da scrivere | Crudalinfa

  2. E’ forse la prima volta che qualcuno entra con tanta acutezza dentro la mia poesia, dimostrando una lettura partecipata anche delle raccolte precedenti. Questo libro è nato dalla necessità di rileggermi, di capire se potevo ritrovare le tracce dei miei versi e se queste tracce erano in grado di ricongiungersi segnando in qualche modo un percorso. Ecco, con queste parole Giovanna Mengùs mi incoraggia molto e mi guida nella rilettura, nel disegnare il tragitto. Non posso che dirle grazie.

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