Il Liotro e gli elefantini siciliani

liotro foto

di AMBRA STANCAMPIANO

(immagine di Martina Garzia)

Un tempo molto lontano da adesso, quando il mondo era ancora giovane e la Sicilia appena una bambina, viveva sull’Etna e nelle campagne circostanti un gruppo d’elefanti nani, piccoli come dei pony a cui sia cresciuta una proboscide.

I primi uomini che avevano deciso di stabilirsi da quelle parti stavano fondando proprio allora la città di Catania. A quei tempi vivevano lì intorno terribili mostri e animali feroci come la biscia belluina delle zolfare, i ciclopi dei faraglioni e il Drago Tifone, che abitava nelle viscere del vulcano e aveva davvero un pessimo carattere.

I catanesi temevano che un attacco di queste e altre tremende creature potesse distruggere la città appena nata, quindi fecero amicizia con gli elefanti.

Gli elefantini siciliani erano sì nani, ma molto intelligenti e comunque forniti di zanne aguzze e di una forza inarrestabile. La loro alleanza coi catanesi durò per cento e più anni e nel frattempo la città prosperò e crebbe, sicura della loro protezione.

Moltissimi anni dopo, quando in Sicilia non v’era più traccia di mostri ed elefanti e al mondo comandavano vescovi e re, viveva a Catania uno stregone di nome Eliodoro.

In molti vi diranno che Eliodoro era malvagio, ma per la verità era solo un gran burlone. Gli piaceva un sacco fare degli scherzi al vescovo di Catania, un vecchio grassone di nome Leone il Taumaturgo.

Quando Leone diceva messa, lui si nascondeva in una nicchia sotto il pulpito del duomo e lanciava incantesimi sui fedeli, per farli ridere o trasformarli in animali. Se Leone provava a mandare delle guardie per arrestarlo, lui le faceva scomparire e riapparire nel bagno dell’imperatore di Costantinopoli.

Neanche i mercanti amavano Eliodoro, perché aveva il brutto vizio di pagarli con monete d’argento che, dopo un paio di giorni, diventavano sassolini bianchi.

I catanesi non capivano gli scherzi di Eliodoro, o comunque non li trovavano divertenti, e il mago era davvero impopolare: i bambini scappavano quando lui passava per le strade, e nessuno lo invitava mai a una festa.

Per questo motivo, un giorno lo stregone decise che avrebbe avuto un amico fedele come lo erano stati gli elefanti per quella città ingrata, anche a costo di costruirselo da solo.

Il maestro di Eliodoro era uno stregone che – si diceva – era vecchio quanto il mondo, e viveva sulla stessa montagna su cui s’era arenata l’arca di Noè dopo il diluvio. Il Vecchio aveva occhi roventi come la brace e poteva viaggiare per il mondo e arrivare ovunque nel tempo necessario a recitare una formula magica. Eliodoro gli chiese consiglio e il Vecchio, senza dire neanche una parola, indicò la cima del vulcano, che in quel momento riluceva del rossore dei lapilli sputacchiati nel sonno dal Drago Tifone.

Eliodoro partì alla volta del cratere più alto dell’Etna e con la lava di quell’eruzione plasmò la forma di un elefante. Poi, appena la lava si fu raffreddata e il colorito dell’elefante passò dal rosso di fuoco e luce a un nero di roccia brillante, soffiò dentro di lui la vita attraverso la proboscide.

L’elefante scosse la testa come dopo un lungo sonno e poi, preso da un impeto d’euforia, si mise in equilibrio su due zampe e soffiò una lingua di fuoco dalla sua proboscide. Divertito da questo gioco, emise un barrito di soddisfazione e lo rifece da capo, piroettando sul posto. Lo stregone gli si avvicinò, lui allora piegò le zampe anteriori e gli offrì il dorso, invitandolo alla monta. Eliodoro gli accarezzò il muso; ne era così soddisfatto che decise di chiamarlo Liotro, in onore del suo stesso nome. Quando pronunciò per la prima volta quella parola nuova, l’elefantino emise un barrito di compiacimento e spinse leggermente Eliodoro verso la sua schiena, servendosi della proboscide; lo stregone allora balzò in groppa al suo nuovo amico e i due spiccarono il volo.

Di giorno il Liotro sembrava una statua di pietra nera messa a guardia del giardino dello stregone, ma appena si faceva l’imbrunire e i vicoli di Catania piombavano nell’oscurità, Eliodoro scendeva a svegliare il suo amico per fare una passeggiata tra le nuvole e giocare qualche scherzo qua e là in giro per i cieli del Mediterraneo.

Un giorno, Eliodoro stava nascosto nella sua solita nicchia invisibile sotto il pulpito del Duomo di Catania mentre il vescovo Leone diceva messa.

La folla radunata per la funzione non si perdeva una parola della voce grassa del vescovo, che ogni tanto interrompeva il discorso per tossire, raschiare la gola e sputacchiare i resti del suo pranzo giù dal pulpito, sui suoi stessi fedeli. Sembrava proprio un maiale, pensò Eliodoro, un grasso maiale con la voce grugnente. Gli venne allora in mente uno dei suoi scherzi e mormorò una formula magica sottovoce, per non farsi sentire dalle guardie appostate poco più in là, ai lati del pulpito, e decise a beccarlo, prima o poi. Il naso del vescovo s’allargò e s’arrotondò fino a diventare un grugno. Leone, apparentemente ignaro di ciò che stava accadendo alla sua faccia, continuò a salmodiare la sua predica. La sua voce era sempre più rauca, e adesso sembrava davvero quella di un maiale; qualcuno dalle prime file soffocò una risata.

Eliodoro, anche se si sentiva molto stanco, non era soddisfatto; si concentrò allora sulla sua formula fino a diventare rosso in viso per lo sforzo. Leone Il Taumaturgo cominciò a gonfiarsi come un palloncino, il grasso delle sue braccia divenne traslucido. I bottoni della tonaca gli schizzarono via come proiettili, la sua enorme pancia strabordò per tutto il pulpito fino alla ringhiera di legno, che esplose per la pressione. La folla esplose a sua volta in una risata clamorosa, che rimbalzò da una navata all’altra e s’infranse contro la vetrata monumentale, oltre l’altare.

Il vescovo precipitò giù dal pulpito; il povero Eliodoro, spossato per l’eccessiva concentrazione richiesta dall’incantesimo, non riuscì a spostarsi in tempo e rimase schiacciato sotto il peso del suo nemico.

Il vescovo Leone, a cui bruciava molto la brutta figura fatta davanti a tutti i suoi fedeli, decise di vendicarsi prendendosela col Liotro: lo imprigionò sotto un obelisco di pietra bianca e lo fece esiliare fuori dalle mura della città.

Successe allora una cosa strana: i catanesi, che tanto ce l’avevano con Eliodoro, stabilirono che il Liotro, invece, non aveva mai fatto del male a nessuno e, memori dell’antica amicizia della città con gli elefantini, non se la sentirono di abbandonarlo.

Ogni giorno decine di persone andavano a trovare il Liotro fuori dalle mura, finché la statua non venne riportata in città e sistemata in un posto d’onore al centro della piazza principale. Il Liotro è ancora lì, avvolto nel suo sonno di pietra, in attesa di qualcuno che lo liberi dall’obelisco e sussurri al suo grande orecchio nero la formula magica di Eliodoro.

3 pensieri su “Il Liotro e gli elefantini siciliani

  1. Un vero omaggio ai catanesi come me e al “Liotru” in pietra lavica sormontato da un obelisco egizio, che campeggia in piazza del duomo a Catania. In passato era meta degli studenti universitari in occasione della “festa della matricola” che costringevano il neo universitario (detto appunto “matricola”) a lavare in mutande i testicoli (che non ci sono!) al liotru, pronunciando conseguenti battute di spirito. Ringrazio Ambra di questo bel racconto.

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