Good bye Anthony

Anthony Bourdain l’ho conosciuto grazie allo show televisivo The Layover  (traduzione letterale, Lo scalo, nella versione italiana Tutto in 24 ore) che ancora oggi considero uno dei programmi di viaggio/cultura(soprattutto culinaria)&società, più riusciti di sempre.
Malgrado l’apparente semplicità del format – cosa fare e dove andare nelle 24 ore di uno scalo in una qualche grande città del mondo – è la voce di Anthony e la sua maniera inimitabile di sviluppare potenzialità e contenuti a fare di ogni puntata un’opera d’interessante originalità e d’inaspettata forza narrativa: i tradizionali monumenti e i siti turistici restano sullo sfondo, recitando la parte che comunque ricoprirebbero nella quotidianità degli abitanti del luogo, e al loro posto diventano protagonisti i locali (ristoranti, bar, chioschetti, luoghi di ritrovo…) dove si sviluppa, freme, ribolle, sopravvive, si trascina, soffre e talvolta germoglia e si rinnova l’esistenza cittadina.
Indefesso viaggiatore, abituato a scendere e salire su ogni tipo di mezzo motorizzato o meno, dotato di quella rara capacità di connettersi e parlare con le persone che incontra, soprattutto gente di strada con un passato oscuro e un grande amore per la vita, Anthony ci racconta la maniera in cui si vive in una città (il tipo che fa le piadine nel baracchino fuori dal centro, il bar di quartiere o il forno in cui andare quando si esce dalla discoteca) spesso nel mezzo della notte o alle prime luci dell’alba, o durante un pomeriggio afoso, o in una serata carica di pioggia, o tutte e quattro queste eventualità insieme.
Credo che il mio affetto verso i suoi programmi (in particolare The Layover e Parts Unknown) sia conseguenza del mio essermi ritrovato spesso in situazioni simili, con una manciata di ore da passare in una metropoli di cui nulla conoscevo, o a fantasticare su luoghi in cui non sono mai stato, senza però riuscire mai a farlo con l’ironia e la profondità che gli appartenevano, e con quella capacità di arrivare all’essenza del narrato nel tempo di una bevuta, con un piatto fumante davanti e qualcuno del luogo con cui chiacchierare al nostro fianco.
Di Bourdain mi mancherà la maniera di raccontare quello che vede e che vive come avrebbero fatto Bukowski, Kerouac e Baudelaire se fossero stati mescolati contemporaneamente in uno dei suoi mixer da cucina.
La sua etichetta di ‘chef maledetto’, il suo passato caratterizzato dalla dipendenza dalle droghe (soprattutto eroina, da cui si era disintossicato alla fine degli anni ‘80), solitudine, lotta alla depressione e fascinazione del suicidio, e al tempo stesso la sua voce e il suo talento brillanti ed inimitabili, non solo in cucina ma anche nella vita, ne fanno un Jay Mclnerney dello street-food, un Dostoevski dei ristoranti del sottosuolo, un’anima vagabonda e poetica che lascerà un grande vuoto in tutti quelli che lo hanno conosciuto di persona o che più semplicemente si sono imbattuti in lui attraverso lo schermo, nel breve tempo di un suo show televisivo.
Chiamare ‘culinari’ i suoi programmi è riduttivo. Definirli ‘di viaggio’, limitante.
Credo che Bourdain abbia scritto con i suoi piatti, le sue riflessioni, il suo sorriso triste e la sua faccia sincera, un diario di vita che saremo in tanti a voler tornare di tanto in tanto a sfogliare.
Lo faccio anche in questo momento, con The Layover San Francisco, una città in cui non sono mai stato ma che oggi, anche grazie a lui, posso dire di conoscere un po’ meglio.

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