Lettura di “Quasi estate” di Giovanna Menegus


di Fabrizio Centofanti

Giovanna Menegus scrive parole sull’acqua, nell’erba, dovunque le cada l’occhio: quello interiore, i sensi interni dei Padri, che se ne intendevano di teologia, e quindi di poesia.
“Da dove è tornata ora questa luce”: è il mistero dell’ispirazione che nessun critico potrà mai spiegare, ma nemmeno il poeta, che la accoglie come l’albero la pioggia, secondo la famosa icona di Siddharta. È un gioco di luci e ombre, che rischia di perdersi nel nulla: “al falò grande della notte / che presto ricade / in silenziosa / cenere”. Ma non può, perché “l’oscura corrente del Verbo / […] sostiene l’universo”.
Certo, la precarietà incombe, con le sue ripetizioni a volte intollerabili, come la detestata ballerina del carillon, “su cui fra poco / il coperchio / di scatto si richiude”. Sempre il miracolo accade e sempre rischia di trasformarsi nella routine del mondo, anche quello animale, degli uccelli innamorati, che “ci paiono uguali a tutte / le vecchie coppie del mondo”.
Ma non possiamo fare a meno dell’azzardo di sperare, di uno sguardo che, come auspicava il Rilke delle “Lettere a un giovane poeta”, è sempre nuovo: “perché senza la passione per questi frulli d’ali / e imprendibili presenze / nell’aria intorno / nemmeno più / la si chiamerebbe vita”. E allora mai lasciarsi irretire dalla tentazione di fermarsi, di restare invischiati in qualche falsa certezza; urge fuggire, piuttosto, da ogni facile e colpevole stasi, come l’astore colpito e poi ristabilito, che “riguadagnò il cielo […] sull’altro versante / senza voltarsi indietro un solo istante”. Difendere il segno, il sogno, l’autenticità del Sé come il cigno difende la covata: “e il maschio inarca in alto il collo, tende / muscoli e ali pronto all’attacco / degli intrusi”.
La scrittura della Menegus è un inseguirsi di effetti che risuonano e rifrangono come un crepitio nell’orecchio-sguardo del lettore: “luce febbricitante incendia / la lunga linea della notte, / nera e sottile come una ferita”. Nell’incrociarsi e capovolgersi di significati e significanti, il referente si perde e si ritrova, trasfigurato in un senso antitetico eppure misteriosamente coerente: “ora il buio è luce e la notte giorno”, dove echi di Bonaventura da Bagnoregio e Giovanni della Croce si fondono e confondono con i giochi di prestigio di una natura fin troppo viva per lasciarsi banalmente prevedere. Istanti diventano simboli, da interpretare nella propria personale prospettiva: “Una mandorla di luce nell’aria”; “una cascata di cielo dall’alto”.
Solo la temperie quasi sacrale dello stile può permettersi di giocare con gli imprevisti chiaroscuri della vita; l’impatto col quotidiano si fa simbolo a sua volta, stigmata dell’incarnazione: “A quest’ora del mattino d’un giorno feriale / ci sono in giro solo signore dal sedere enorme / che chiamano amore minuscoli cani / al guinzaglio inghiottiti da alti ciuffi / d’erba incolta”.
Una rinascita continua ribolle nei versi di Giovanna Menegus, sospesi tra vitalismo e classicità senza tempo: “Eppure sento questo verde urgente, / sottopelle / una cruda linfa pulsante”. La poesia appare e scompare come l’anima: “Se d’avvertirne la presenza t’accade, / con un furtivo sguardo subito ti volti / […] / lei (era lei?) / già s’è dileguata”. Ma la poesia resta, perché possiamo continuare a perderci e trovarci a ogni giro di pagina.

Giovanna Menegus, Quasi estate, Milano, ExCogita, 2017.

3 pensieri su “Lettura di “Quasi estate” di Giovanna Menegus

  1. Questa lettura che don Fabrizio Centofanti fa del mio primo libro è come tornare a casa, essere riconosciuta e ritrovata. La cosa che mi riesce più cara e preziosa è “la temperie quasi sacrale dello stile”. Ecco, davvero so, sento sempre che la poesia, per come la intendo e la pratico, sta nel sacro, lo abita. Come tensione almeno, e al di là degli specifici risultati formali, di volta in volta opinabili e magari rivedibili. Ma che questo passi, sia passato al lettore è per me una conferma fondamentale.

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  2. Giovanna Menegus. Autrice notevole, dalla profonda e rigorosa parola, attestata nel sacro che ovunque c’investe come appare dalla tua lettura, e come lei stessa conferma, caro Fabrizio. Vorrò di sicuro approfondire leggendo questo suo libro. Grazie della segnalazione.
    Annamaria Ferramosca

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  3. Ho incontrato Giovanna un anno fa. Un amico libraio mi propose dii presentare questo libro, la sua raccolta d’esordio. Lessi subito, davanti a lui, un paio di testi e dissi subito di si. Con l’autrice nacque poi una feconda amicizia, perché la poesia, è vero, abita il sacro (è anzi quasi un sacramento) ma è anche lo spazio umano dell’incontro. Grazie a Fabrizio Centofanti per questa lettura partecipe e coinvolgente. Un caro saluto a lui e alle amiche poete Giovanna e Annamaria.

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