Intervista su “Magellano”. A tu per tu con Gianluca Barbera, autore del romanzo


di Guido Michelone

Dopo Finis mundi (2014) e La truffa come una delle belle arti (2016) ecco Magellano, il nuovo romanzo del cinquantenne Gianluca Barbera da Correggio, allievo dello stesso liceo classico, dove studiò Pier Vittorio Tondelli (considerato l’apripista della giovane narrativa italiana già a metà degli anni Settanta), ovviamente basato sul personaggio storico reale, ma con un taglio narrativo inedito, come gli stesso ci spiega in quest’intervista esclusiva.

Perché, dopo due romanzi ‘impegnati’ o impegnativi proprio un libro ‘facile’ su Magellano?
Di facile lettura ma raffinato. Ho deciso di tornare alle origini. Il romanzo è una forma d’arte popolare, tutt’al più borghese. Dunque è anche al grande pubblico che ho deciso di rivolgermi, con una storia epica e divertente al tempo stesso. Come è stato scritto, si tratta di “un romanzo che ha il sale sulle pagine e il vento di Robert Louis Stevenson nella frase”. Il mio Magellano è un novello Ulisse, ma potrebbe anche assomigliare a un personaggio delle leggende di Re Artù. I suoi modelli sono comunque alti: non solo Salgari, dunque, ma anche Melville, Stevenson, Verne, Conrad, Poe, i moralisti francesi.

Cosa ti ha colpito di più della vita e della psicologia di Magellano?
Magellano è un personaggio positivo a metà. Audace, all’occorrenza generoso, ma dispotico e talmente posseduto da un sogno da mettere da parte ogni ragionevolezza. Una specie di Riccardo III, sfigurato nell’aspetto e nei modi. Per tratteggiarlo mi sono ispirato a un mio ex datore di lavoro tirannico e folle, dall’aspetto mefistofelico. Un uomo che ho detestato. Eppure nel profondo ne coglievo una certa qual grandezza. Del Cano, l’antagonista di Magellano, sono io, ovviamente.

Cosa invece ti ha colpito dell’impresa della flotta di Magellano?
Leggendo alcuni volumi sul suo conto mi resi subito conto che quella di Magellano era una storia drammatica già fatta e compiuta. Con una struttura narrativa quasi perfetta. Una tragedia che pareva uscita dalla penna di Shakespeare. Con misteri, tradimenti, morti violente, sensi di colpa, figure titaniche e rivalità insanabili. Me la sono trovata in mano già confezionata. Andavano sistemate alcune cose, trovata una lingua, un punto di vista, occorreva dare spessore ai personaggi. E vi andava innestata una ironia tutta moderna, se volevo che certe situazioni non risultassero eccessive. Non è stato un lavoro facile. Ma penso di essere riuscito nell’impresa. Scrivere può risultare più arduo che compiere il giro del mondo.

Hai detto di voler scrivere un romanzo d’avventura, quasi a rilanciare un genere che sembrava defunto dopo Emilio Salgari. Ma c’è davvero bisogno d’avventura?
Ovviamente il romanzo di avventura non è mai morto. Ma si è dovuto misurare con competitori feroci: il cinema, la tv, il fumetto, i videogiochi, la facilità con cui oggi si può viaggiare. Però un romanzo ha delle specificità che gli altri mezzi non hanno. Per esempio la possibilità di dilatare il tempo, di approfondire la psicologia dei personaggi, di far accadere qualunque cosa senza mai cadere nella banalità: in questo la maestria nell’uso della lingua risulta spesso decisiva. Se abbiamo bisogno di avventura? Stando all’accoglienza riservata a “Magellano” dai lettori, direi di sì: quanto a vendite il romanzo sta volando. Ma c’è di più.

In che senso ‘c’è di più’?
Se la vita quotidiana è spesso piatta, i libri possono accenderla. C’è una cosa che mi ha colpito rileggendo di recente “Il Milione”. Quando Marco Polo, giovanissimo, giunge alla corte del Gran Khan, di lui l’imperatore dei tartari apprezza subito la capacità di adattarsi alle usanze degli altri popoli. Lo spedisce in missione diplomatica per tutta la Cina perché Marco, a differenza degli altri suoi emissari, al ritorno non si limita a riferire a Kublai Khan dell’ambasceria, ma gli riporta mappe, carte geografiche, misurazioni, descrizioni, resoconti e aneddoti riguardanti le terre visitate e i popoli incontrati. E per tutto questo il Gran Khan lo ama. Questo è lo spirito che in certi momenti dovrebbe animarci.

L’avventura del tuo Magellano sembra essere non solo una sfida con il mondo, ma anche con se stesso: in tal senso non pensi che sia più un Ulisse dantesco che l’Odisseo di Omero?
Per certi versi il mio Magellano assomiglia anche a Achab. L’Odisseo di Omero sogna il ritorno a casa, quello dantesco non desidera che rimettersi in viaggio. Ma credo che Dante bari attribuendo a Ulisse il desiderio di perseguire virtù e conoscenza attraverso le sue peregrinazioni. Non ci sono dubbi sul fatto che Magellano fosse guidato dal desiderio di arricchirsi e di dare lustro al suo nome. Salvo eccezioni, all’epoca non ci si imbarcava in simili imprese per spirito di avventura o per desiderio di conoscenza: quelle sono idealizzazioni. Ragioni di ordine militare, commerciale, religioso o diplomatico sono state alla base di viaggi ed esplorazioni nell’età di mezzo o in epoca rinascimentale. E anche in seguito.

E a chi dobbiamo riferirci?
Basti pensare a Marco Polo, Giovanni da Pian del Carpine, Odorico da Pordenone, Guglielmo di Rubruk, Colombo, de Varthema, de Gama, Vespucci, Caboto, Carletti e così via. Nel romanzo la figura più vicina alla nostra sensibilità è Pigafetta, l’unico a essere mosso dalla sete di conoscere il mondo. È grazie alla sua meravigliosa relazione se abbiamo potuto sapere così tanto di quella spedizione, specie per quanto attiene agli aspetti naturalistici ed etnografici. La sua relazione lo rese così celebre che le principali corti europee se lo contendevano.

Si può leggere il tuo libro come una metafora del presente (gli intrighi, i dubbi, i sospetti, le guerre, le sopraffazioni, ecc.)?
Da sempre trovo che il modo migliore per parlare del presente sia quello di parlare del passato o del futuro. È una scelta che spesso premia sul piano della lucidità e della libertà espressiva. Io sembro perduto nel passato mentre in realtà è sempre del presente che mi occupo. Leggendo attentamente i miei romanzi è facile accorgersi che i piani di lettura sono molteplici.

Hai usato manzionianamente l’escamotage del manoscritto ritrovato: un mistero o un’avventura al quadrato?
Un mistero nel mistero è anche un comodo stratagemma narrativo che risolve molti problemi. Senza contare che questo sistema consente di moltiplicare le prospettive.

Che rapporto esiste tra questo e gli altri due romanzi?
Sullo sfondo c’è sempre il gioco, un certo gusto per il divertissment, per l’arguzia, per la scoperta, per il meraviglioso, per l’avventura. Potremmo dire che ogni romanzo che ho scritto è stato preparatorio per quello che sarebbe seguito. Ma in nessuno dei precedenti ho spinto così a fondo il desiderio di appagare il lettore, pur senza trascurare il tributo che sempre sento di dovere all’arte. Io scrivo innanzitutto per fare arte.

Hai superato la soglia fatidica dei tre romanzi che è quella che consente a uno scrittore di pubblicarne altri mille o cento o almeno venti. Quale sarà il tuo prossimo soggetto?
Sto già lavorando a un nuovo romanzo che avrà per protagonista un personaggio storico che trascinerà il lettore in un vortice di meraviglie e di prodigi. Ma preferisco non dire di più. Mi ha già completamente assorbito.

Gianluca Barbera, Magellano, Castelvecchi Editire, Roma 2018.

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