L’esercizio del distacco


di Riccardo Ferrazzi

Sono già uscite parecchie recensioni di questo libro che non mi azzardo a definire romanzo (è ben altro), e quasi tutte si concentrano sulla prima parte, sui pochi anni di un’adolescenza in collegio raccontati con mano sicura da una poetessa, Mary Barbara Tolusso, perfettamente padrona dei suoi mezzi espressivi, che espone i sentimenti propri e altrui con precisione scientifica.
C’è poesia, certo, nella prima parte: la poesia sognante dei sentimenti sottili, quando ancora l’amore è più scoperta che passione, quando si vorrebbe studiarlo, sezionarlo, provarlo in mille forme diverse, per capire che cos’è.
Ma la poesia vera, quella che affronta la durezza della vita, è a mio parere nella seconda parte, quella in cui l’origine mitteleuropea dell’autrice viene scopertamente a galla.
Come nella “Montagna incantata” di Thomas Mann l’arrivo di Naphta segna l’avvio della Todeslust che metterà fine a un mondo nell’orgia di morte della guerra, così il primo distacco – l’uscita dal collegio – è l’inizio di una vita molto diversa da come la si era immaginata nell’hortus conclusus gestito dalla signorina Stein e da suor Sara. La vita che ci aspetta all’uscita dal collegio è segnata dai distacchi, dei quali facciamo esercizio nostro malgrado.
Muoiono le persone amate: ci lasciano senza spiegazioni, con un pudore che comprendiamo ma che vorremmo rifiutare. Altre se ne vanno lontano, dando alla loro vita indirizzi inaspettati per noi che le avevamo conosciute diverse. Scopriamo che chi rappresentava l’autorità, la saggezza, il saper vivere, è stato obliterato dagli eventi. Chiuderà il collegio, per scarsità di alunni; chiuderà il night club perché cambiano le mode; cambierà tutto, e i cambiamenti sono conclusioni definitive.
Un altro riferimento mitteleuropeo chiarisce fino in fondo l’esercizio del distacco: come in “Le braci” di Sandor Marai, “Tutto ciò a cui abbiamo giurato fedeltà non esiste più”.
La protagonista-narratrice, dopo aver sperimentato ogni possibile forma di distacco, sceglie di distaccarsi volontariamente da ciò che resta del mondo che era stato suo (e possibilmente anche dai ricordi) andando a stabilirsi in Messico e mettendo un oceano fra sé e Trieste. Il suo gesto può apparire come un succedaneo della morte. Ma preferisco leggerlo come il rifiuto di lasciarsi attirare nella Todeslust: un grido di sopravvivenza, la voglia ribelle di affermare se stessi per ritrovarsi, conoscersi, sperare.

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