L’autobus

di Roberto Plevano

«In questa Italia apparentemente inferocita capita spesso che i ministri facciano i loro annunci e le loro querele “non come politico, ma in quanto padre”. Commovente richiamo alla tenerezza verso i figli, consigliato dagli esperti di marketing.» Gad Lerner

 
Il padre, figura usata nel lessico pubblico per suggerire affetto, rispetto, reverenza. I padri onorati sono i morti, come i padri fondatori, i padri della patria appunto, o quelli impersonali del codice civile, il diligente buon padre di famiglia. Ma il padre vale come simbolo di autorità, e insieme di integrità morale, soltanto per chi sa che egli troppe volte viene meno ai figli. Vale per chi non vuole indulgere a rassicuranti, e in fondo autoassolutorie, rappresentazioni.

Oggi ci sono ministri che giornalmente dichiarano “da padre”. “Stiamo parlando di un problema che mi tocca profondamente come uomo e come padre”: così, lo immaginiamo mentre si mette una mano sul cuore, il ministro delle infrastrutture. “Non accetto, avendo due figli, di pensare che al governo ci sia qualcuno che vuole il male dei bambini”, detto con accorata espressione, mentre navi cariche di coetanei dei figli esibiti sono tenute lontane dalla sicurezza del porto e abbandonate in mare aperto.

E chi sono, figuratamente, i figli? Sono i nostri figli, quelli di uomini in tutto e per tutto come noi, non quelli di altri.

Io ho visto per la prima volta il razzismo quando ancora si dava per scontato che i razzisti in Italia non ci fossero, prima ancora degli ululati negli stadi al tocco di palla di un giocatore di colore. Per questo la mia prima reazione fu di sconcerto e sorpresa. Non si sa cosa pensare. Che cosa si può dire?

Il razzismo che ho visto stava su un’autostrada interrotta dalla frontiera tra Canada e Stati Uniti, la Highway 405, nei pressi di Niagara Falls.
Il confine più lungo del mondo è ben guardato: chiunque intende oltrepassare ha l’obbligo di esibire documenti validi, e sa che l’esser in regola è condizione necessaria per procedere dall’altra parte, ma non sufficiente, perché l’unica e assoluta legge sulla linea di frontiera è l’atto dell’agente, il permesso o il diniego, che non prevede appelli. Gli agenti possono fare domande, perquisire persone e veicoli senza autorizzazione di magistrato, senza garanzia, anche in assenza di ragionevoli motivi di sospetto. Non devono rendere conto a nessuno delle loro azioni. Non sono in quel luogo per applicare la legge, essi sono la legge.
Come ogni giorno, in un’area vastissima centinaia di veicoli sostavano in file parallele sotto il sole, si avviavano di tanto in tanto, si arrestavano di nuovo, ripartivano a intermittenza, avvicinandosi impercettibilmente ai posti di controllo. Finito per caso, o per inconscia claustrofobia, sulla corsia più a destra, noto un autobus con targa canadese fermo nell’area di sosta degli uffici della dogana. C’è gente intorno, alcuni passeggiano su e giù tra le auto scuotendo la testa, con aria molto seccata, facendosi aria con fogli di giornale. Sono tutti anziani. Le file sono davvero lente. Abbasso il finestrino. Afa pesante e umida, odore di scarichi. Parlo con una signora, distinta e ben vestita.
«This is madness, è una follia» dice lei.
Vengono dalla mia città, Toronto. La signora spiega che sono un gruppo di pensionati in gita per un paio di giorni nella regione di Niagara. Le cascate, le aziende vinicole, i casinò. Ma sono fermi alla frontiera da cinque ore. La giornata è andata.
«Been waitin’ for five bloody hours, I beg your pardon. Cinque ore fermi sulla strada, sotto il sole. E non c’è niente, niente che possiamo fare! Solo aspettare.»
L’escursione, dice, è un viaggio di routine, la gita settimanale in bus. Ma questa volta l’autista chiamato dall’agenzia non aveva previsto la difficoltà, o nessuno all’agenzia aveva pensato l’impensabile.
«Ma chi può pensare una cosa così?»
L’autista era entrato, come sempre faceva, nell’ufficio con le carte in mano, i documenti di tutti i passeggeri. Si era accomodato. Aveva atteso. I minuti passavano. Il suo turno non arrivò. Nessuno gli prestò attenzione. Gli agenti della frontiera hanno ordini di non parlare con nessuno, se non per ragioni di servizio e non danno spiegazioni. Gli ci volle un’oretta, all’autista, ma alla fine comprese. L’agente dell’ufficio non lo avrebbe ascoltato, non gli avrebbe fatto le solite domande (scopo del viaggio, itinerario, tempi) né avrebbe preso dalle sue mani le carte e i documenti. Non avrebbe messo il visto. Come se l’autista non esistesse, e non esistesse il bus e il carico di passeggeri.
«You see, that good man, l’autista, è un uomo di colore.»
Per un lungo minuto non riuscii a parlare, troppo sbalordito per articolare una qualsiasi parola.
«Oh… E che cosa potete fare?»
«Niente appunto. Aspettare il cambio di un altro agente. Sperare.»
«Ma è successo altre volte?»
«Never heard anything like that.»

Oggi ci sono ministri che si vantano di chiudere i porti e le strade. Vedono che funziona, che la maggioranza degli italiani approva e plaude, e forse pensano – a essere benevoli — che la funzione pubblica sia appunto accontentare in queste cose la maggioranza. Se ne può lucrare intanto un bel tornaconto personale e politico.

“Da ministro e da papà, lo faccio per il bene di tutti”.

È vero: a ripensarci, la parola ‘padre’ conserva il senso della continuità della specie umana, non tanto in termini biologici ma culturali. Al padre è affidata la custodia e la difesa, alla madre spetta la cura: su questo ci siamo tutti cresciuti e formati, che piaccia o no. Prego sommessamente che i miei figli non associno mai il ricordo di me con le parole empie che leggo stamattina.

Ho preso atto che molti miei conoscenti (non è che io li conosca bene, o forse li conosco bene loro malgrado, permettetemi questa presunzione) sono d’accordo con la nuova politica dei proclami, e non mi sembra per una stima razionale di costi e vantaggi per il nostro paese Italia. Pare che in tutti loro ci sia una specie di sollievo liberatorio nel rendersi conto, quasi d’un tratto, di costituire la maggioranza e nel consentire a una figura di potere appunto familiare, e che questo dia liceità a posizioni fino a non molto tempo fa tenute come inammissibili. Ciò che dicono non è il frutto di una personale riflessione, perché sono le stesse cose ossessivamente ripetute ovunque. Oggi però aggiungono la protervia del numero, e con ciò la convinzione di essere pienamente giustificati nel loro sentire, nelle loro opinioni. Anche negli ospedali i malati sono la maggioranza, viene da pensare. Come viene da pensare che sempre abbiamo intuito che essere tra i pochi, in queste genere di cose, sia scomodo, ma sia anche uno strano privilegio.

Allora torniamo alla domanda che nessuno sembra porre (accantonando ciò che è evidente nel discorso pubblico di questi giorni, vale a dire il vaniloquio, l’ipocrisia, l’osceno uso dell’umana sofferenza, il calcolo meschino, la brama di potere, il malcelato esibizionismo): ‘padre di chi?’

Ci soccorrono — e ci nutrono — le nostre radici cristiane mediorientali, che non possono essere recise — ne sono convinto. Abbà. Il Padre è uno, di tutti. Lui dà la legge.

E questa è la legge: tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro.
Πάντα οὖν ὅσα ἐὰν θέλητε ἵνα ποιῶσιν ὑμῖν οἱ ἄνθρωποι, οὕτως καὶ ὑμεῖς ποιεῖτε αὐτοῖς· οὗτος γάρ ἐστιν ὁ νόμος

È legge dura, come dura è la libertà umana; di fatto è inapplicata, ma questo non può essere un pretesto per ignorarla o sospenderla, o interpretarla a uso e comodità di parte, perché la Legge del Padre non è negoziabile, né contempla casi particolari. La legge è universale come il genere umano e incondizionata come il ‘fatelo’ che ordina. La legge è necessaria alla salvezza di ogni singolo essere umano: non nel cielo della redenzione finale, ma in ogni giorno della sua esistenza materiale sulla terra che condividiamo con tutti i vivi e tutti i morti. Ignorare la legge genera discordia, e nella discordia l’essere umano non riconosce più se stesso e si perde.

È legge tanto dura che nella storia abbondano reticenze e sotterfugi per evaderne l’obbligo. Un modo spiccio è restringere il suo campo semantico. Gli uomini, οἱ ἄνθρωποι, hanno pensato alcuni, siamo noi, e noi decidiamo a chi dare questo nome. Non è forse vero che ovunque, in ogni tempo, vi è diffidenza, paura e fastidio per chi non è come noi? Non è forse un istinto piantato nelle nostre viscere il timore verso chi ci è sconosciuto? Se c’è questo sentimento, lo sconosciuto deve essere un nemico, anche, e soprattutto, quando si presenta sulle nostre terre e sulle nostre acque senza segni visibili di minaccia, o quando qualcuno suggerisce subdolamente di accoglierlo come nostro uguale. Il moto di ripulsa a ogni contatto con lo sconosciuto non può ingannare: ci fa sentire che non è un uomo come noi. Lo sconosciuto diventa estraneo, straniero, a lui si danno connotati fisici per marcare l’estraneità: il naso prominente dell’ebreo, la pelle scura del meridionale e dell’africano. Ed è importante ricordare che il carattere del corpo diventa segno di estraneità e divisione tra gli uomini soltanto a partire dall’Ottocento, e prima invece la demarcazione passava attraverso la definizione di anima. Ma in ogni tempo il razzismo è una crepa che ha frantumato le comunità, che si è propagata con altre due sconcezze della storia, il dominio e la rapina. Ma corre più in profondità, perché non tocca soltanto le azioni, ma l’essere stesso nel fondo di ogni umano sulla terra.

In questi cupi giorni mi sono ricordato dell’autobus fermo alla frontiera. Ho visto persone razziste, donne e uomini stupidi e ignoranti, e con la fortuna dei vantaggi materiali e culturali di una vita privilegiata. In tutti ho colto, credo, un disagio, una violenza reattiva tenuta repressa ma invadente nei più profondi strati del pensiero. E quando persone con un buon livello di istruzione fanno esperienza di questa violenza reattiva, essa diventa sottile, inconsapevole, può rivelarsi in una commissione di esame di dottorato nella forma di domande capziose, di feroci contradditori e gravi e rancorosi silenzi di docenti di pelle bianca e ascendenza anglosassone davanti a un candidato dalla pelle olivastra, gli occhi neri e un nome ispanico o italiano. Io non sono razzista, ma… non avevo mai imparato che cos’era il razzismo. L’ho conosciuto quel pomeriggio assolato, di passaggio sulla frontiera tra Ontario e New York State.

Credo di aver alla fine capito che il razzismo non si può battere una volta per tutte, perché non esistono argomenti in territori, tanto più primordiali della logica e del discorso, dove la vita dell’uomo non può che essere “solitary, poor, nasty, brutish, and short”. Ma il razzismo si può comprendere e si possono riparare i suoi effetti più indesiderabili, uscendo con ciò, almeno temporaneamente, da questa condizione umana di male.

Salou N’Djave parla da un villaggio del Mali: «Non so che farò, farò qualsiasi lavoro, anche se ho la patente per guidare i camion. Sarebbe bello fare l’autista. Parto con il telefonino e nient’altro. Credo che due, tre mesi basteranno per arrivare. Non ho soldi, non è una scelta. Qui i bambini si ammalano per l’acqua che beviamo, la terra non produce più niente perché è così rovente che sotto sembra esserci un vulcano. Ci sono state siccità così terribili che abbiamo dovuto scoperchiare i termitai per cercare le larve e sfamare i figli» (Domenico Quirico, Esodo, Neri Pozza 2016, p. 76). (qui, e qui)

La repulsione istintiva del razzista davanti agli estranei non ha origine dalle loro differenze. L’estraneo è diverso, lo si rappresenta come tale, ma non è così tanto diverso, soprattutto non lo è abbastanza. Qui sta la radice del razzismo su base biologica del Novecento: l’ideologia dell’Untermensch si costruisce nello sforzo inane (come molti costrutti ideologici) di marcare diversità concettuali avendo esaurito, dopo averne abusato, ogni possile indicatore materiale. L’Untermensch irrita e diventa intollerabile quando si ostina a essere non troppo diverso da noi. Quando resiste. A leggere la tremenda crisi demografica e migratoria, senza precedenti nella storia recente, che investe Africa ed Europa, bisognerebbe chiedersi chi di noi non tenterebbe la migrazione e la traversata (ma nessuno se lo chiede), se fossimo nati in Africa, se ci aspettassimo di morire a 48 anni, con in tasca quello che rimane di 70-80 dollari al mese (se una qualche banda di predoni o un poliziotto corrotto non porta prima via e la vita e il salario), sapendo che al di là del mare si vive quasi il doppio, si guadagna cento, cinquecento volte di più. Dovremmo essere stupidi, o fatalisti oltre il concepibile, a non metterci in viaggio, in qualsiasi modo, ad affrontare il deserto e la detenzione e peggio, e se non per noi, per i nostri figli. Questa semplice verità non può essere negata, ma nemmeno ammessa dal razzista: faremmo lo stesso, perché siamo esseri umani talmente poco dissimili ai migranti da essere uguali.

Ecco allora che nell’isteria del discorso pubblico, che avviene per la maggior parte nei social, di cui ormai l’informazione istituzionale è un’appendice, si confondono deliberatamente le operazione di soccorso in mare, l’opera di accoglimento a terra, e l’integrazione di singoli e comunità straniera in contesti civici. La confusione ha lo scopo di non ammettere la realtà dei migranti, o di ammetterla soltanto alle condizioni che dettiamo. E purtroppo occorre ripetere cose ovvie: il soccorso è un dovere assoluto, l’accoglienza può avere mille facce e dipende dal grado di civiltà delle istituzioni di un paese e dalle risorse, l’integrazione (sociale, economica) è tutt’altra cosa, può procedere ma anche regredire, chiama in causa le possibilità e i dilemmi di una società multiculturale, e nessuna società europea oggi lo è. Medesima confusione sulle parole usate per nominare i non-voluti: profughi, rifugiati, immigrati, clandestini, irregolari, dove l’indistinzione serve ad alimentare emotività, pregiudizi, ignoranza, schieramenti di parte, moltiplicazione dell’assenso per somma di condivisioni. E pure queste paure, questi rancori, andavano capiti, ed è sempre più urgente comprenderli ora.

Quella italiana è una società vecchia e statica, poco aperta al nuovo. Ormai il nostro si avvia a essere – anzi, già lo è – un paese di vecchi senza figli, non di padri. Il declino demografico ci priva ogni anno della popolazione di una città di medie dimensioni e ha effetti cumulativi gia visibili nel sistema educativo e previdenziale. Così come sono già visibili le conseguenze di un altro grave depauperamento, quello di giovani formati e acculturati che se ne vanno e non torneranno; la nostra crisi demografica è biforcuta: alla denatalità si assomma l’emigrazione dei giovani migliori, i più colti, i più intraprendenti, quelli con migliori aspettative. Cosa ne sarebbe oggi del discorso pubblico, del consenso politico, della selezione del personale dirigente, della nostra traballante coesione sociale, in breve del nostro futuro, se tutti coloro che se ne sono andati negli ultimi venti-trent’anni dicessero la loro? Forse ci sarebbe qualche obiezione ragionata in più contro la xenofobia, contro la manipolazione dei sentire collettivo, contro i nuovi uomini di potere che costruiscono e aizzano il rancore “popolare” verso i non voluti, quelli nei campi rom, sui barconi, nei container, che non possono davvero replicare se non con la loro stessa esistenza. In altri tempi sarebbe bastata per dire che, noi uomini, non riteniamo estraneo niente di ciò che è umano.

Oggi invece i nuovi uomini di governo usano il potere di dilatare e dirigere la crepa che ha frantumato le comunità. È il potere della discordia, il potere di miseri e degli empi, ai cui occhi tutto è guerra. Il battello che si avvicina alle coste è seguito, sorvegliato come un nemico sulle mappe nautiche, sui social, da milioni improvvisamente ansiosi del suo carico di sciagura per noi (unser Unglück), degrado e rovina. Che non si diriga al porto! Tenetelo lontano! E peggio.

Il divieto di attracco nei porti italiani per l’Aquarius è stato preso da molti come una dichiarazione di guerra, proprio nel giorno del confronto elettorale. I molti hanno così risposto alla chiamata alle armi, alla guerra, in nome degli italiani e dei figli che non ci sono. Il 10 giugno è stato per l’Italia l’equivalente dell’incendio del Reichstag per la Repubblica di Weimar, il precipitato di elementi da molto tempo in concentrazione in un brodo lasciato andare a male.

Io non ho dubbi sul fatto che i sostenitori del blocco delle operazioni di soccorso (di questo si tratta, non raccontiamocela, la geografia non è un’opinione) considerino se stessi persone morali. Essi hanno una morale, e nessuno pensa che la propria sia una morale cattiva, altrimenti vi rinuncerebbe. Era già stato detto qualche tempo fa, che “dobbiamo essere onesti, rispettabili, solidali con i membri del nostro popolo”, e parole d’ordine come “l’Italia agli italiani”, “Prima gli italiani” seducono ed entusiasmano, forse proprio perché in sé, al di fuori del contesto della comunicazione politica, non significano nulla e ognuno può girarle come vuole. (E a nulla varrebbe ribattere che si è ben visto, di che cosa sono stati capaci gli italiani con l’Italia, e ora vorrebbero finire l’opera in santa pace, e gli italiani del malaffare vengono sempre prima e sono tanti, grazie F.K. per l’osservazione)

Il dispositivo retorico del buon padre di famiglia (della sua famiglia) ha lo scopo di dare parvenza di sostanza etica a posizioni e decisioni che urtano con la sola Legge riconosciuta (e solo occasionalmente applicata) attraverso i millenni. Si deve parlare piuttosto della legge del padre fasullo, del padre cattivo. Il padre cattivo prepara la desolazione del deserto per i suoi figli, distrugge la società umana e la stessa umanità dei figli. Era stato Heinrich Himmler a dichiarare la necessità di “essere onesti e rispettabili e solidali con i membri del Volksdeutsche”, la gente del nostro sangue, a chiamare la simpatia per la vittima una “debolezza che non ci si può concedere nel dovere”. Hitler scelse Himmler come esecutore della soluzione finale perché dei suoi complici era il meno intelligente e non poteva cogliere, concettualmente e dialetticamente, la fondamentale aporia morale dello sterminio fatto per il bene dei “nostri figli e nipoti” (discorso di Poznań a ufficiali delle SS, 6 ottobre 1943). Himmler non arrivò a pensare che quel discorso non si poteva dire, nemmeno davanti a consapevoli assassini. Ma era l’esito di una feroce pedagogia che attecchisce, con altri mezzi rispetto al passato, di nuovo, oggi, nel nostro paese.

Oggi il nostro vicino di casa può dichiarare pubblicamente, e vantarsi delle migliaia che leggono, che

“è il momento di essere duri, e pensare al futuro nostro e dei nostri figli. Se x fare questo dobbiamo abbandonare al loro destino degli individui che credevano di aver trovato la patria dei sogni, tireremo fuori le palle e lo faremo. MEGLIO AVERE SULLA COSCIENZA TUTTI I MIGRANTI Che lasciare ai nostri figli un paese di MERDA CHE E’ CIO CHE STA DIVENTANDO L’italia. BUONI SI FESSI NO”.

Voglio credere che questo sentimento non sia condiviso dalla maggioranza degli italiani, in questa guerra di miserie, ma so che gli acclamanti già sono troppi.

Oggi il razzismo non passa attraverso uno status giuridico. Si veste di un linguaggio di economia e di società, di risorse e lavoro che non c’è, di insostenibilità, dove di insostenibile per molti c’è soltanto, nei fatti, la mera esistenza di altra gente come te che tu non vuoi. C’è, è vero, un paese in grave necessità di manutenzione, un paese il cui declino è iniziato molto prima delle emergenze migratorie, un paese che non ha mai voluto guardarsi allo specchio.

Nessuno mi toglie dalla testa l’idea che la sconfitta di Matteo Renzi preceda i suoi numerosi errori politici. Si è consumata con il ripescaggio, da lui voluto, del peschereccio affondato il 18 aprile 2015, per dare una sepoltura ai trecento e più esseri umani i cui poveri resti erano ancora nella stiva. Era l’unica decisione morale da prendere in quel momento, è stato un nobile gesto, e per una volta io mi sono sentito orgoglioso del governo del paese di cui sono un cittadino. Non orgoglioso di essere italiano, che è una frase che non significa nulla, ma orgoglioso di essere umano. Ma per troppi cittadini del paese a 150 chilometri dalle coste dell’Africa quella barca azzurra ripescata dall’Ade doveva rimanere lontana, nel fondo del mare.

2 pensieri su “L’autobus

  1. Il commento di Gard Lerner costituisce un esempio classico di processo alle intenzioni, di scarso senso delle conseguenze: uomini pubblici come lui non dovrebbero più parlare, pena l’ombra del marketing o del nuovo libro da farsi presentare in tv. Fausto Carratù

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  2. Gentile Fausto, non comprendo il senso del suo commento. Se non potesse parlare nessuno che ha un qualche profilo pubblico (nel caso di Lerner, a buon titolo), chi rimarrebbe?

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