La borsa del Cabecita

di Mario Bianco

Dedicato ad un personaggio che compare in Sudeste, magnifico romanzo argentino di Haroldo Conti di recente edito da Exòrma edizioni e tradotto benissimo da Marino Magliani con la consulenza di Riccardo Ferrazzi.

La sacca di Cabecita

È una faccenda successa circa quarant’anni fa nei pressi di Giaveno, una cittadina in provincia di Torino, in località detta Provonda, una cosa di poco conto, tuttavia c’erano stati degli spari, o meglio due colpi di fucile esplosi da un tale anziano, Portigliatti Ettore, detto Gino, non si sa perché.

Il detto Portigliatti era stato ricoverato all’Ospedale San Giovanni Battista in Torino in stato di evidente confusione mentale; risultava essere affetto da uno stato piuttosto avanzato di arteriosclerosi, vale a dire che era in condizioni psichiche molto alterate come confermato dalla signora Merlo Pich Ernesta, consorte del Portigliatti.

La detta consorte aveva affermato che purtroppo il marito era gravemente decaduto negli ultimi tempi e passava molto tempo seduto nel cortile della loro abitazione, o meglio baita o abituro montano, a parlare alle galline e alle oche. Tuttavia il suddetto allora camminava abbastanza speditamente tant’è vero che usava recarsi ogni tre o quattro giorni ad acquistare una tanica di vino Dolcetto presso un suo conoscente, certo Rosa Aldo, domiciliato in località limitrofa detta Borgata Fransa. Il signor Portigliatti aveva in casa un fucile da caccia, regolarmente denunciato, una doppietta di marca Anson di calibro 10, calibro insolito e adatto per caccia alle anitre. La doppietta, posta poi sotto sequestro, risultava essere in ottimo stato e detenuta dal Portigliatti da trenta anni circa. Non è chiaro perché il sunnominato avesse un fucile di questo tipo in genere in possesso di cacciatori usi a caccia lacustre.

Il commissario Ferraris Marcello, allora mio superiore, prossimo alla pensione, aveva scosso la testa, mi aveva guardato in modo molto espressivo ed aveva esclamato fissandomi, poi allargando le braccia: Vedi, caro Raciti, qui ci sono dei matti! In specie i montanari. Però bisogna sempre comprendere, perché la natura umana è complessa. Tuttavia… perché questo vecchio deteneva un arma di calibro 10, da anitre? Per di più di ottima marca, pure di valore… Andava forse a caccia di palmipedi in montagna?

Questa era una domanda a cui non sapevo rispondere.

Ero stato il primo a raggiungere la borgata Provonda dopo la segnalazione dei due spari e grida da parte dei vicini Borgarelli Francesco e Attilio. Avevo subito sequestrato l’arma e cercato di calmare il Portigliatti che si aggirava come un forsennato di fronte alla sua baita urlando insulti contro un tale sconosciuto al momento, oggetto dei suoi tiri, che risultava però scomparso.

Avevamo subito, l’appuntato De Palma ed io, chiamato via radiomobile un soccorso medico per sedare il Portigliatti. Quindi, tornato in sede, avevo relazionato i fatti al mio superiore, comm. Ferraris Marcello, che poco dopo mi aveva mandato a prelevare la signora Merlo Pich, 75enne, al momento residente presso la sorella in Giaveno, per interrogarla sui fatti intercorsi poco prima.

Il commissario, come sempre molto paziente, aveva a lungo interrogato la moglie per conoscere sopratutto chi fosse la persona, ora irreperibile, a cui il marito aveva sparato, e se l’avesse vista in precedenza. La donna, una persona facilmente impressionabile, si era messa le mani tra i capelli ed aveva risposto che aveva veduto diverse volte quel meschino che veniva a fornire sigarette di contrabbando al marito, un tipo parecchio brutto, basso, quasi nano, dalla testa piccola, vestito di abiti stracciati, sempre con una borsa a tracolla. Secondo le sue dichiarazioni lo sconosciuto era chiamato dal marito con un nome strano, Cabecita; pare che l’avesse conosciuto, nel dopoguerra quando era emigrato in Argentina per anni cinque, scopo ricerca di lavoro. Risultava che il detto Cabecita era comparso in zona circa un anno addietro e spesso si intratteneva a parlare col marito di argomenti a lei sconosciuti in quanto i due se ne stavano all’aperto, o nella stalla, in caso di maltempo, e spesso conversavano in lingua spagnola.

Il commissario si era fermato a fissare la Merlo Pich con le mani congiunte sulla sua scrivania, quindi aveva considerato che il personaggio scomparso, oggetto della discussione e del contendere con il marito, ed eventuale bersaglio delle due cartucce sparate, probabilmente era soprannominato Cabecita, ovvero in spagnolo Testina o Testolina, dacché la medesima signora aveva asserito che il marito l’aveva conosciuto in Argentina.

Continuò affermando che avrebbe diffuso fonogrammi descrittivi delle fattezze del Cabecita per la ricerca dello sconosciuto e per sapere se per caso fosse stato ferito dai pallini sparati dal marito, per quanto nell’aia o nei pressi non fossero state reperite tracce di sangue.

Venimmo anche a conoscenza dalla deposizione della donna che il Cabecita aveva lasciato cadere a terra durante la sua fuga una sua vecchia borsa da cui pareva inseparabile. Dopo avermi fatto accompagnare l’anziana donna a casa della sorella, fui spedito dal dott. Ferraris, munito di chiavi, alla casa dei due anziani coniugi in Provonda per cercare la borsa dello strano figuro scomparso e per trovare eventuali tracce per la sua identificazione.

Mi sono preso De Palma, l’ho messo alla guida, e siamo ritornati tra i boschi al rozzo domicilio del Portigliatti mentre l’appuntato continuava a borbottare: Che cazzo di posti, brigadiere, ‘sti boschi, scusi se dico, ‘n‘umidità schifosa… A me non piacciono le montagne, la miseria, spero che alla fine dell’anno mi concedano il trasferimento per avvicinamento, a Caserta, da mio padre…

Non volevo dargli corda. Non avevo alcuna voglia di discutere su temi così stupidi e ripetuti, per cui ordinai a De Palma di piantarla con le lagne e di badare alle buche della strada ch’era piuttosto stretta e malandata.

L’aia di fronte alla baita era discretamente ordinata, in parte recintata; demmo un occhiata generale, specie verso un sentiero che portava ad un bosco limitrofo. Non rinvenimmo nulla di interessante, soltanto notammo due galline che becchettevano in giro e pensai che avrebbero fatto una brutta fine per via delle razzie notturne di faine, visto che i coniugi Portigliatti non potevano badar loro e ricoverarle nel pollaio per la notte.

A questo proposito mi annotai sull’agenda un appunto per telefonare alla sorella della signora Merlo Pich.

Lasciai De Palma ad ispezionare l’esterno mentre io con le due chiavi aprii la porta della casa e mi introdussi nella vasta cucina terrena che trovai in stato discreto, decente, per quanto ammobiliata molto all’antica. Guardai sotto il tavolo, dentro la credenza, ispezionai il bagno, anche le due camere da letto al primo piano ma non trovai tracce di borse particolari, se non due borsette nere ed una rossa, in pelle, della signora nell’armadio di fronte al letto matrimoniale.

Poi ridiscesi per controllare il vasto portico, la stalla e richiamai De Palma, che stava sfumacchiando seguendo con lo sguardo un merlo.

Sotto la travatura del grande portico stava un piccolo trattore di marca SAME, di fabbricazione piuttosto recente, un carro agricolo scassato, e un rimorchio seminuovo; presso il rimorchio, poggiata su di un ceppo, rinvenni una strana borsa con due manici, di spesso materiale plastico, piuttosto corrugato e crepato, gonfia di cartacce nonché di altri oggetti insoliti di dubbia provenienza. La posai sul rimorchio. Dopo aver piazzato un telo sul pianale del rimorchio vi vuotai cautamente il contenuto che mi risultò decisamente strano, quantomeno da stracciarolo. Da un esame superficiale mi sembrò che la borsa dovesse essere davvero quella in oggetto della nostra ispezione poiché un giornale ed un calendario contenuti nella medesima parevano essere argentini, quanto meno scritti in spagnolo.

Rimasi molto perplesso e, con un certo ribrezzo, ricacciai il materiale eterogeneo nella borsa, poi chiamai il De Palma che nuovamente si era imboscato.

Ritornati in Commissariato bussai subito alla porta dell’ufficio del dirigente, e il comm. Ferraris mi accolse con un singolare sorriso vedendo che portavo con me la borsa, piuttosto lercia, ancora fregiata di frammenti terrosi e di segatura.

– Aspetta, aspetta! – mi fermò il commissario alzandosi – Aspetta! Di’ a Benevello di portare qui un paio di giornali per proteggere il tavolone… Poi vediamo…

Arrivarono più fogli di carta che furono ben disposti dal mio superiore sul tavolo, quindi estrasse un paio di guanti di gomma dalla sua cassettiera e si diresse verso di me per sollevarmi dal peso della borsa e posarla con cautela sul detto piano in legno.

– Adesso, caro Raciti, prendi la macchina fotografica, lì nel terzo stipo, e fotografa, con flash e senza, la borsa e il suo contenuto, man mano che lo avrò disposto sui fogli… Quindi ti metterai alla macchina da scrivere e ti detterò la relazione di ispezione sui materiali rivenuti nella sporta, oggetto di indagine… Qualora io riscontri qualche elemento che ritenga probante per identificazione del supposto bersaglio degli spari, te lo farò presente e tu ne parlerai all’esimio maggiore Aliprandi… Non so se hai notato l’esimio

Speravo davvero di non dover telefonare al maggiore Aliprandi perché era uno scassapalle terribile, meticoloso oltre ogni limite scientifico, lungo come la quaresima, un burocrate fissato, impossibile.

Comunque anche il mio stimato superiore pareva che se la prendesse con molta calma e posasse sui giornali, con lentezza e cautela insolite, le porcherie che cavava con delicatezza dall’informe borsa.

Tuttavia fotografai diligentemente le cose succitate, quindi mi posi alla macchina da scrivere. Il commissario Ferraris dettò:
n.4 Batterie per pila in diverso formato, consumate,
n.1 Lama da coltello da caccia,
n.1 Scalmo di bronzo,
n.1 Punta di gaffa,
n.1 Grossa lampadina a filamento da 125 candele o watt, inservibile,
n.1 Thermos rotto di colore rosso,
n.5 Valvole per radio, bruciate,
n.3 Vasetti in vetro, con tappo a vite, vuoti,
n.1 Carburatore per auto di marca ignota
n.1 Filo di rame ossidato costituente sorta da collana, con infilati n.4 gusci di chiocciola o lumaca terrestre
n.2 Candele per auto, scheggiate nella parte in ceramica
n.2 Granchiolini secchi di colore giallo-rosaceo
n.2 Tubetti di dentifricio schiacciati e vuoti
n.1 Calendario della Esso Petroli del 1949, redatto in Argentina
Altri brandelli di giornali e riviste, alcune stampate in Buenos Aires, si suppone, tra il 1948 e il 1950.

Terminata la dettatura il comm. Ferraris si sollevò gli occhiali sulla fronte, quindi prese cautamente tra le due dita guantate un affare di ferro rugginoso e mi spiegò: Ci tengo a farti presente, caro Raciti, che l’aggeggio presente è un gancio da attracco o gaffa o mezzomarinaro ed è noto prevalentemente a persone di formazione marinaresca. Quindi, riportati gli occhiali nella corretta posizione, riprese a rivoltare e tastare gli oggetti sunnumerati. Ero francamente stupito di tutta quella attenzione e anche della delicatezza che il mio dirigente usava nel maneggiarli e rivoltarli. Per me erano soltanto porcherie degne di un mondezzaio, nemmeno di un ferrivecchi; ero persino un poco nauseato di quell’accumulo di ciarpame e stufo del tempo dedicato all’ispezione. Io avrei gettato il tutto in uno scatolone in attesa di altre notizie più certe sul detto Cabecita, dopo un interrogatorio esauriente allo sparatore, il Portigliatti, qualora si fosse rimesso.

– Vedi, Raciti, – e a questo punto il Commissario si alzò e prese a camminare – Stai pure comodo e ascolta. Tu sei una persona intelligente, lo so, tuttavia sei pure stupito, lo vedo dalla faccia, per l’attenzione che volgo a queste baracche… E ti capisco, perciò voglio spiegarti: è che ogni cassetto, ogni raccolta, ogni borsetta da signora, ogni cartella da professionista, anche ogni tasca dice molto del proprietario… Qui siamo di fronte ad una raccolta eterogenea di oggetti inqualificabili, un insieme che pare non avere senso eppure sembra che l’irreperibile Cabecita, probabilmente argentino o oriundo attribuisse alla presente raccolta un senso, se non un’importanza, se non un potere quasi magico.

È davvero un’accozzaglia di cose senza valore alcuno, però il Cabecita, che voglio immaginare come un povero demente, o un minorato, come ci è possibile dedurre dalle descrizioni sommarie della signora Portigliatti e dai vicini Rosa della borgata vicina, ha dato un valore speciale a questi rimasugli… Prima ho detto la parola magico nel senso che probabilmente il Cabecita, secondo me, attribuiva ad alcuni di questi oggetti poteri scaramantici, cosa possibilissima, come per altro si può osservare al presente anche qui in Italia dove vi sono persone che serbano oggetti ridicoli come portafortuna, e non ti faccio esempi… Per altro potrebbero essere ricordi, ovvero brani di un passato vissuto presso il mare, vista la presenza di conchiglie e granchi, e poi dello scalmo e della gaffa… Non mi meraviglierebbe che il carburatore appartenesse a un motore marino… Ecco: è un pezzo di mare, un golfo argentino che si è palesato tra questi monti, queste valli piemontesi…

– Scusi, signor Commissario – mi sono permesso di interloquire – Io attenderei che le indagini sulla persona o nano, oggetto dei tiri del Portigliatti andassero avanti senza dedicare troppo tempo alla qui presente borsa… Mi scusi, ma secondo me sono baracche… magari magiche, sì, ma baracche…

– Hai ragione, Raciti! – ha ripreso Ferraris approssimandosi alla mia postazione e fissandomi – Ammetto in questo caso una mia debolezza… Sono da sempre appassionato di letteratura narrativa e come sai ho pubblicato due romanzi gialli…

– Certo, dottor Ferraris… Molto belli davvero! Li ho letti tutti e due, sono proprio divertenti!

– Ti ringrazio, lascia perdere i complimenti… Volevo venire al dunque: sono sempre stato colpito nei tanti romanzi che ho letto quando l’autore, qualcuno anche grandissimo, si dedicava ad elencare cose o a fare una lista di oggetti, che so io… rossetti, tubetti, portacipria, pistole, revolvers, proiettili, giacche, pantaloni, boccette, bibite, libri e mille cose praticamente inutili… È un po’ una mia fissa! Però la verità è che l’autore usa sovente questo metodo o stratagemma per inquadrare meglio il personaggio, i possessori degli oggetti: è una tecnica che da carattere e fisicità alla scena, e talora affascina… Hai capito?

– Sì, certo, signor Commissario!

– Allora… per farti un esempio…

E qui il dottor Ferraris si dilungò enormemente camminando e gesticolando facendo innumerevoli citazioni letterarie, anche sudamericane, che non ricordo, quindi non oso trascrivere. Ma terminò dicendo:

– Vedi, Raciti, qui ci sono cose e ci sono pure affetti e malie. Ci sono ricordi e ci sono segreti… Qui c’è un ritratto e una persona; qui ci sono conchiglie e batterie per pila, consumate ed erose, perché? Forse perché il Cabecita con quelle batterie ha illuminato di notte una pesca di frodo nel delta del Rio de la Plata!? E la vecchia gaffa rugginosa!? Metti che fosse uno strumento di suo padre pure marinaio!? E i granchiolini, magari pescati presso la sua prima dimora… puta caso una baracca isolata piantata su di un’isola, su di un banco di sabbia? E questa lampadina grossa bruciata? Forse una curiosità, forse un reliquato di un bel posto illuminato bene, dove vide una ragazza graziosissima?..Illuminato bene, sì, illuminato bene, come quello del racconto di Hemingway… ove il Cabecita avrà visto una donna stupenda…

– Scusi, signor commissario se la interrompo… Non scherzo, ma lei è davvero un poeta!

– Grazie, Raciti… Lascia perdere la poesia… è sempre una tentazione. Mi sono lasciato trascinare dalle mie passioni… Adesso restiamo qui, al dunque. Abbiamo questi reliquati: tu li hai fotografati, ne hai battuto la lista… Ora prendi uno scatolone in cartone, gli metti dentro la borsa, delicatamente intendo, e il suo contenuto, quindi lo etichetti allegando copia dell’elenco e lo poni in archivio corpi di reato in attesa di ulteriori chiarimenti, capito! Quindi vatti ad informare telefonicamente o con altri mezzi presso colleghi o vicine stazioni dei C.C. se hanno notizie di un tipo fisico corrispondente al sunnominato Cabecita. Va bene!?

Io feci quanto ordinatomi dal mio dirigente e dopo due settimane ebbi notizie attendibili e significative dalla stazione dei Carabinieri di Avigliana: il maresciallo mi segnalò che un tipo sospetto, dai connotati simili a quelli del Cabecita, aveva tentato di rubare una barca sul lago grande, ormeggiata presso un ristorante. Però il malvivente era fuggito alle grida del proprietario del piccolo motoscafo fuoribordo.

Mi colpì il fatto che il supposto Cabecita si aggirasse ancora presso barche e acque; lo riferii subito al commissario il quale spalancò le braccia e fece una faccia raggiante da fotografia a colori su rotocalco argentino.

Per conto mio, nel pomeriggio, con l’auto di servizio me ne andai ad Avigliana per conferire direttamente col Maresciallo Caminiti, responsabile della stazione locale, però prima mi recai dal proprietario del ristorante Miralago e mi feci spiegare dove avrei potuto reperire l’imbarcazione a motore oggetto dell’eventuale furto da parte del suindicato ladruncolo.

Tutto ciò mi incuriosiva, anzi quasi mi eccitava. Andavo al di là delle necessarie o utili indagini; aggiungo che le storie meravigliose ammannitemi dal dottor Ferraris sul contenuto di cassette, borse e pacchi, scatole, tiretti e ceste mi avevano del tutto incantato, per cui recatomi, come mi era stato indicato dal ristoratore, in riva al lago avevo trovato l’imbarcazione bianca con riga rossa munita di piccolo motore fuoribordo, tirata in parte in secca lungo la sponda ghiaiosa. Sono salito a bordo con estrema cautela per vedere se il Cabecita o chi per lui avesse lasciato qualche altra curiosa borsa o simili involti sul pianale di calpestio. Non trovai nulla di grosso, ma tra due listelli intravidi un cosino bruno chiaro che raccolsi con cura: era un cavalluccio marino disseccato. Con due dita lo ficcai in un fazzoletto e me lo posi nel taschino della camicia, quindi andai dal maresciallo e la faccenda si risolse in quattro chiacchiere.

Riferii poi al dottor Ferraris della conversazione informativa passata tra me e il sottufficiale dei C.C. ma non gli parlai del cavalluccio.

Lui non disse nulla, scosse la testa, parve triste.

Del soggetto detto Cabecita non se ne seppe più niente.

Però io custodii per me, in un cassetto, il cavalluccio marino o ippocampo, anzi dopo alcuni mesi lo colorai di un bel rosso brillante con uno smaltino da modellistica e lo regalai a mia figlia come potente portafortuna per l’esame di maturità. Le andò infatti benissimo e quel cavalluccio marino ce l’ha ancora in un suo scatolino: è il portafortuna del Cabecita, che né io né lei abbiamo mai conosciuto, ma l’ippocampo, sì.

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