SUL TAMBURO n.73: Domenico Cipriano, “L’origine”

Domenico Cipriano, L’origine, Forlimpopoli (Forlì-Cesena), L’Arcolaio, 2017

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di Giuseppe Panella
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Che cosa c’è alle scaturigini prime, all’origine vera e profonda della poesia, della sua produzione inevitabile? Cipriano ha pochi dubbi al proposito, c’è il ritmo, c’è la musica, c’è la scansione delle parole che si intrecciano con il suono e il significante prodotto dal suono stesso.

«Io sono / tutte le terre che ho visitato / anche se da una sola / ho preso vita. // Lì / è rimasta ferma una ferita / per ogni passo / trascinato stanco / per ogni sguardo / che non mi riconosce. // E sono tanti i segni sul mio corpo / che ha tracciato la poesia / di chi / non ha più un luogo / e chiede asilo» (p. 15).

E’ il primo testo poetico, quello che apre la raccolta, e dà il senso dell’operazione messa in atto da Cipriano. L’origine della poesia affonda nel passato, in un passato così lontano che di esso rimane poco da analizzare e di condividere – si può soltanto accertarne l’esistenza e trasformarla in una parola che cerchi di delimitarlo. Il poeta rappresenta, di conseguenza, ciò che esiste fin dagli albori e lo sintetizza nelle sue parole del presente. Il corpo vivente della poesia si rastrema nell’immagine del corpo ferito del poeta che porta su di sé i segni del percorso che lo porta verso la propria autorealizzazione. La scrittura poetica non ha luogo definito e si realizza sempre nell’esilio della mente dove avviene ciò che la rende visibile e comprensibile ai più.

Il tema dell’esilio, della lontananza, dell’abbandono sembrano peculiari a questa fase della poesia di Cipriano e lo contraddistinguono come poeta della solitudine ontologica dell’evento poetico:

«Soffro la distanza dalla scrittura / l’indecifrabile cantabilità immaginata di un paese / le tue labbra friabili e distese / la logica imperfetta che ci unisce / e lenta svilisce, riappacifica ogni sogno. // Il disegno pieno / della valle coercitiva. Le linee frammentate / oltre la collina, le persone / che si salutano virando, / il canto affannoso, / il fiato, la speranza di una stanza vuota. Il mutare / dei suoni in lontananza / preclude / la voglia di scrivere che immutabilmente assale. // Irriverente il sole ci guarisce e le tracce / appaiono in superficie. Ci sono amici sfioriti ovunque / tra le dune sottostanti, distanti pochi giorni / o disseminati da un brivido che attende il freddo / nel piacere nascosto tra le mura, sottoscritto in questo spazio» (p. 33).

“Il disegno pieno della valle coercitiva” – l’impossibilità di uscire dagli schemi, di liberarsi dal proprio destino, di andare oltre le colline e i monti che recingono e circoscrivono la valle La scrittura è qualcosa di esterno, circoscrive l’origine ma non la raggiunge, definisce il passaggio dalle parole ai segni che le definiscono, individua lo spazio in cui gli “amici” si ritrovano e si nascondono per evitare la morte del senso, la fine prevista per le parole della poesia che non sa raggiungere il loro fine che è, per Cipriano, l’origine del voler scrivere poesia, del volerla rappresentare sulla pagina. Nato come autore di jazz poetry e, quindi, legato con imprescindibile chiarezza alla musica come sostegno, come spinta del ritmo lirico, in questa raccolta, invece, tenta la carta della poesia pura anche se è quasi ovvio e scontato che dalle origini musicali e proiettive non si è mai staccato (né forse potrebbe). Il taglio ritmico è pur sempre quello della musica applicata all’elaborazione verbale ma l’andamento lento e quasi narrativo riposa sulla liricità antica e maestosa della parola che scava nel sostrato carsico della tradizione poetica (e non solo – nume tutelare del libro è Vladimir Majakovskij cui di appoggia e si accoppia Jorge Luis Borges anche l’esergo più significativo viene da un dialogo dello splendido film, Le ricette della signora Toku di Naomi Kawase). La poesia di Cipriano cerca sbocchi al di là delle secche di un passato irredimibile, non più sondabile e ormai scomparso nelle sabbie mobili di un passato originario dell’umanità: l’origine appartiene al magma della nascita del mondo e al suo richiamo irresistibile la tentazione di scrivere poesia può difficilmente sfuggire senza confrontarsi con essa:

«C’è sempre un risarcimento / un ciottolo di selce levigato / una disposizione del carbonio che scintilla / o il fuoco addomesticato / a sedimentare la memoria del cosmo. L’istante / dove spunta l’inizio dei pensieri, la nascita. // Ci saranno dissolvenze, la grazia di frammenti / provenienti da lontano, nelle foto / nei diagrammi dei ricordi. Solo una scena si ripete / sbucando da un’epoca scolpita / nel tepore di un’ auto in partenza, in un viso trasformato. // Un dettaglio marginale – sepolto o inaccessibile – / che compensa l’angoscia / la distanza sconfinata dalle stelle» (p. 23).

Quel “dettaglio marginale” che emerge e “scintilla” nella notte buia in cui il mondo si è formato, quel “risarcimento” che compensa la sofferenza e “l’angoscia” di essere, quell’”istante” da cui tutto ha inizio solo la poesia può dirlo e riviverlo, solo la lirica può trasformarlo in una nuova “nascita” dove la parola poetica si rivela come l’origine segreta e recondita dell’umanità, solo la scrittura può darne conto a chi prova nostalgia per ciò che è stato e che non sarà mai più.

 

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