Il destino di EVERYMAN

di Massimo Maugeri

Il 2018 è stato segnato – tra le altre cose – dalla morte di Philip Roth, uno dei più grandi scrittori dell’ultimo secolo. Il 22 maggio se n’è andato anche lui, seguendo il destino ineludibile di “Everyman”… per dirla con il titolo di uno dei suoi libri più recenti (pubblicato da Einaudi, tradotto da Vincenzo Mantovani) e su cui vale la pena soffermarsi proprio perché incentrato sul tema della morte.
Il protagonista del libro è un pubblicitario di successo presso un’agenzia di New York. Conduce un’esistenza piuttosto travagliata, ma le peculiarità della vita di questo “man” – in fin dei conti – sono solo dettagli. Soprattutto se visti con l’ottica della nostra comune precarietà esistenziale. Non è un caso che il nome del personaggio principale non sia mai citato nel libro. Potrebbe essere chiunque. Potrebbe essere ogni uomo, al di là dei piccoli elementi distintivi di una singola storia.
La narrazione procede per salti temporali. Inizia con il “mostrare” il funerale del protagonista. E già dalle prime pagine è possibile percepire un’asprezza realistica che esprime un disincanto quasi cinico. Il pensiero della morte incombe sull’uomo a fasi alterne. Ma quella di “Everyman” non è solo la narrazione di una vita destinata a spegnersi. È anche storia di malattie, cronaca dettagliata e cruda di un deperimento fisico progressivo e inesorabile che degenera ineluttabilmente fino all’oblio.
Il protagonista si ammalerà di appendicite degenerata in peritonite nel 1967, ripercorrendo il destino del padre (ammalatosi di appendicite e peritonite nel 1943) e dello zio (che ne era morto a 19 anni).
E poi dovrà fare i conti con seri problemi cardiologici, con un’ostruzione nell’arteria renale, con un’operazione nella carotide sinistra per ostruzione di una delle due arterie principali, con l’applicazione di un defibrillatore all’interno della gabbia toracica.
E mentre la vita si dipana tra alti e bassi, tra momentanei stati di benessere e malattie invalidanti, e pur non mancando elementi di ironia e leggerezza, ci si trova dinanzi alla vecchiaia e alla consapevolezza di dover convivere con una condizione di tormentata rassegnazione. La moglie di un amico appena defunto avrà modo di dirgli: «La vecchiaia è una battaglia, caro, se non per un motivo, per un altro. È una battaglia inesorabile, e proprio quando sei più debole e meno capace di fare appello alla tua combattività.»
E più avanti lui penserà: «La vecchiaia non è una battaglia: la vecchiaia è un massacro.»
Ma è proprio l’inesorabilità di questa battaglia, indirizzata al compimento del comune destino a fornire, paradossalmente, una sorta di consolazione.

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