La poesia di Beppe Mariano

La montagna e l’abisso rovesciato
Il seme di un pensiero di Beppe Mariano, nino aragno editore, Torino, 2012

di Luigi Cannillo

A pochi mesi dall’uscita della raccolta più recente di Beppe Mariano, Attraversamenti (Interlinea, Novara, 2018), ricordare l’antologia Il seme di un pensiero – Poesie (1964-2011) assume un valore non solo retroattivo e riassuntivo, ma contribuisce a far rileggere la sua opera come organismo complesso formato da testi in continuo dialogo fra loro. Dal punto di vista biobibliografico il volume rappresenta inoltre una sistematizzazione di raccolte e sillogi scritte in tempi diversi e poi pubblicate in anni più recenti. L’antologia contiene inoltre numerosi interventi critici, sia di tipo generale che su raccolte e sillogi specifiche.
Mariano, autore appartato geograficamente e caratterialmente, è considerato poeta figlio e cantore della montagna. Effettivamente il Monviso come paesaggio reale e luogo simbolico svolge nella sua opera un ruolo di primo piano. Ma attorno a questo riferimento che è mito e lingua, sfida e fatica, estasi e paura, non sono da considerare inferiori o secondarie altre tematiche o aspetti che si sono sviluppati nel corso dei decenni: l’impegno civile e la tematica amorosa, le diverse scelte di linguaggio, il tono ironico, l’immanenza e lo scorrere del tempo possono costituire altrettante porte di accesso alla sua poetica.

La montagna, imponente nella sua matericità ma anche in tutta la sua pregnanza simbolica, si offre immutabile e sempre diversa alla percezione e richiama contemporaneamente al senso dell’inconoscibile. Appare già in Ascolto dell’erba (1966-1970) come luogo e presenza storico-geografica e nel successivo Le cornici vuote come memoria materna e in Scenari (1986-1996) nell’immagine efficace della lente percettiva: “Ho in faccia il Monviso materno./ Lo avvicino col binocolo,/ cerco in ogni sua ruga/ il possibile accesso segreto./ Il sentiero prescelto s’inerpica/ tra selve inquietanti gole/ contro un cielo presago di neve./ Lungo il suo dorsale sto salendo.// Osservato mi sento, perquisito/ col binocolo dell’altro me stesso.” E ancora, tra i tanti riferimenti nella stessa raccolta, come premonizione: “Monviso mozzato da nevi/ tempestose, dal vento lapidato,/ materno funesto presagio.” Tra il 1990 e il 1995, Mariano si dedica a Monvisana, che fa parte della raccolta antologica Il passo della salita, pubblicata da Interlinea nel 2007, e che nella prefazione Giovanni Tesio definisce come “viaggio dell’oltre” rilevando nei testi la fatica dell’andare, l’individuazione di luoghi come “paesaggio di un altrove d’anima”. Mariano ricerca nella Meta il Senso (Ma quando sarà/ la montagna marosa/ intraveduta?), intreccia luoghi, personaggi e animali, memoria e presenza, visione, mito e leggenda popolare, percezione della natura e riflessione, come nella conclusione del poemetto Pothos: “[…]// Sono tornato. Mi accorgo di essere giunto infine/ all’ossimoro della vita.// L’acqua erompe dalle rocce/ ed è cascata folle in risalita./ La neve si fa rovente nella mani./ Provo l’angosciosa moltitudine dell’Uno./ Una cinciallegra trasvola il millennio,/ la nuova fine del mondo:// Sono giunto all’origine del termine,” Giuseppe Conte osserva nella Presentazione del volume antologico come sia il Monviso a guidare Mariano verso il mito che si fonde con il folclore e la suggestione visionaria in una ricongiunzione con il cosmo e e le origini. Non solo: la montagna è presente nella vita quotidiana ma anche nell’ultima notte del padre in Legàmi, così come viene percepita anche come grembo materno. E si rirova con diversi accenni anche nei Vecchi e nuovi inediti scritti dal 1966 al 2011, sembra allo stesso tempo fondante e interagente con altri elementi.
L’epopea della montagna si compie in Mariano nella lingua che si fa racconto, lirismo narrativo, poema, ma si esprime anche in alcune prose. Il poeta alterna italiano e dialetto con diverse funzioni ma eguale efficacia, là dove l’uso del dialetto esprime una relazione immediata con il territorio e i suoi abitanti e dà vita a un racconto fatto proprio dalla montagna stessa, dalle sue creature, oppure come commento di un sapere popolare, esclamazione potente. La meta, il Senso sono allora anche la parola del Monviso. Ed è nel cambio di vocale nome/nume che risulta evidente come tematiche e scelte espressive formino un unico forte nucleo. Dalla montagna scaturisce una risposta alla richiesta di una parola come volontà superiore di nominazione, o meglio, come presenza tutelare, risposta oracolare: “Per l’alto nevoso ardore/ nel condiviso afrore della salita/ ritmata dalla fatica, dai contrari venti/ presentivamo le sorgenti dell’adolescenza. / In cerca del nome/in cerca del nume// A voce alta ripeteva ognuno il nome/ di qualche santo, e l’eco si spargeva/ nella discesa ampia e nel suo intrico/ a scongiurare la temuta offesa./ In cerca del nome/In cerca del nume// Ma alle spalle si avvertì uno schianto,/ insonoro, di macigno: a valle un’ombra/ ermetica era precipitata, maligno/ annuncio, risata senza fine isterica./ In cerca del nome/ in cerca del nume// Staccatosi dal frontale del Monviso,/ testimone d’un tempo immemoriale,/ pur immoto continuamente cade.// È il nume, o un sofisma della mente?”
Se, come si è detto l’epica poematica della Montagna campeggia centrale nell’opera di Mariano non si deve però porre in secondo piano la sua produzione altrettanto significativa su misure testuali più brevi. A cominciare dalla raccolta iniziale, Nel farsi della poesia, che risale agli anni Sessanta, nella quale affiora il grande interesse per le tematiche pavesiane, soprattutto per quanto riguarda la formazione individuale e collettiva e il rapporto, pieno di ammirazione e sgomento, con il cosmo e con gli elementi naturali, “l’arancia appassionata” nella quale viviamo: “[…]/ Questa sera sfoghiamo parolaia inquietudine/ e pietre contro il torrente/ per un non venire a capo della vita./ Contro la notte altera di stelle/ su di noi spalancata,/ minimi ci riconosciamo,/ infinitesima frazione dell’universo.” Ma anche una coscienza vigile rispetto agli eventi storici e alle storie individuali. Altrettanto interessante rileggere Notizie dalla Castiglia, nell’atmosfera claustrofobica della detenzione nel carcere di Saluzzo dove il ritmo diurno e notturno, gli ideali e la vita quotidiana si esprimono in rintocchi brevi e significativi, in quadri sintetici, versi di denuncia e riflessione e anche incontri e personaggi con il loro vissuto. Come osserva Giovanna Ioli in una sua nota critica “ci troviamo di fronte a una poesia statica e dinamica, dove il silenzio è realmente un urlo attonito e impotente”. Nelle poesie di Dell’anima assediata (1975-2002), spesso improntate dalla mutazione, dalla consapevolezza del cambiamento, si muove più fortemente un impulso poematico, sul quale fanno sponda. gli inserti di dialetto piemontese. Permane e occhieggia il Monte con il suo bosco, là dove ricerchiamo una “polla di quiete nella frana” prima che gli eventi naturali precipitino. Nei versi si ritrovano anche riflessioni sull’impegno civile e politico nella fase di riflusso di quel periodo: “Si ha bisogno non d’una verità costante/ ma d’una costante in una verità mutabile.” E la ricerca del Nome e del Nume persiste come attesa della parola. Giorgio Bàrberi Squarotti sottolinea giustamente nella nota introduttiva come questa raccolta si inserisca in un processo di trasformazione, dopo le “tensioni al mutamento” sulla consapevolezza di Mariano che “l’occasione storica è andata perduta”.
Nei successivi Scenari e in Autostorie il mondo del viaggio, dei motori e dei mezzi di trasporto funge da impianto allegorico per riflessioni ironiche o amare sull’esistere. I testi hanno chiuse secche e aforistiche: “Insisti nel cercare il punto/ di congiunzione, la posizione/ più comoda al volante,/ negli astri confidando:// Ma vai a luci spente.” Nelle “cielostrade” possono scorrere così allegorie surreali e iperrealistiche allo stesso tempo, negli spazi aperti che diventano teatro di passaggi esistenziali. Anche nelle poesie di Legàmi (1968-1982), nelle quali riemergono evocate a tratti la semplicità e la freschezza dell’infanzia, Mariano compone per liriche più brevi, anche versi amorosi di particolare delicatezza, mentre in altri aleggia il senso della morte e del pericolo come per il “Monviso negato”. Nella sezione Della famiglia ritroviamo le figure dei genitori, la ricerca e il richiamo della loro memoria nel rapido passaggio di una bicicletta o nella commemorazione della madre di un amico: “il dolore reclama espedienti/ per la sua sopportazione”. Infine nei Vecchi e nuovi inediti (1966-2011) coesistono tonalità e testualità diverse: sintetiche osservazioni sul tempo e la vita e l’
evocazione di personaggi con testi più lunghi e articolati. Ma anche una specifica riflessione sulla parola: “[…]// Le parole vere sono spesso occultate sotto/ quelle stremate dall’uso;/ ma è arduo recuperarle, farne un motto// di vita. Forse è meno difficile/ far nascere nuove parole,/ accudirle come infanti nel loro farsi…// Vorrei averne già elaborata qualcuna/ per osare parlarti,/ ora che sono vecchio, d’amore.” La stessa recente raccolta Attraversamenti rilancia questa molteplicità testuale tra testi a struttura poematica e liriche brevi.
La funzione dell’antologia Il seme di un pensiero è quindi non solo di riunire il lavoro sviluppato nel corso di molti decenni, ma di mieterne la ricchezza tematico espressiva: un approfondito intervento a riguardo viene offerto dal saggio di Elio Gioanola La prigione metafisica di Beppe Mariano nel quale si legge: “Questa è dura poesia esistenziale, scavata nella carne viva di una dura esperienza di vita, affidata alle cadenze stilistiche di un realismo che non teme di ricorrere agli appoggi espressionisici più forti e persino alla visionarietà.” Certo, Mariano si muove con grande dinamismo tra le diverse forme espressive proprio perchè ha diverse frecce al suo arco: da quella della consapevolezza critica a quella della capacità introspettiva, da quella dell’ironia a quella della duttilità stilistica. La poesia offre la chiave di uscita dalle ristrette celle concettuali. Ed è nella chiave offerta al lettore che si integra e sviluppa il seme che, conservato, potrà diventare fruttuoso: “[…]// Capovoltasi la montagna,/ nell’imbuto tutto precipita,/ tutto s’innalza verso lo zero.// Sul ghiacciaio vacillante/ poter ibernare, in attesa dei tempi/ il seme di un pensiero.”

2 pensieri su “La poesia di Beppe Mariano

  1. Da sempre stimo ed amo la poesia di Beppe, raro esempio di sobrietà stilistica, tensione etica, credibilità espressiva, lontana da ogni forma di accessorio esibizionismo egotico. Questo, di per sé, atto meritorio. Ottima analisi dell’altrettanto bravo Luigi.

    "Mi piace"

  2. Ringrazio l’autore del saggio, il critico e poeta Luigi Cannillo, Stefanie Golisch che lo ha postato, la redazione de “La poesia e lo spirito” e Fabrizio Bregoli per il suo commento,

    Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.