I “Mostri di Sicilia” di Ambra Stancampiano

Mostri di Sicilia (Amazon Editore) è il nuovo libro di Ambra Stancampiano, che sarà ufficialmente presentato Sabato 1 Settembre 2018 alle 16,00 al Castello di Milazzo, durante il Dragon Fest.
Come scrive Ambra “Avete mai pensato che Polifemo potesse avere ragione ad arrabbiarsi con Ulisse?
Sapevate che i folletti sono dei gran modaioli e che tengono in particolar modo al loro cappello?
Vi siete mai imbattuti in un sugghiu e nel suo inconfondibile fetore?”

Per conoscere questa e altre meraviglie sulle creature presenti nel piccolo bestiario siculo, splendidamente illustrato da Martina Garzia, Ambra vi aspetta il 1 Settembre alle 16,00 al Castello di Milazzo, nell’area Conferenze del Dragon Fest.

Per l’occasione proponiamo un estratto di questo accattivante e affascinante libro [E.D.L.]

***

Il più giovane dei ciclopi si chiamava Polifemo e ai tempi della strage di Febo Apollo era poco più che un neonato. Non ricordava nulla del padre, ma sapeva dai fratelli che stoltamente si era fidato degli dèi dell’Olimpo e degli umani, e da loro era stato tradito.
A quei tempi i ciclopi vivevano isolati; a nessun uomo con un briciolo di senno sarebbe mai venuta la balzana idea di fare una passeggiata per le loro terre, e così i giganti con un occhio solo coltivavano in pace le uve etnee dal sapore aspro quanto l’astio che provavano per Zeus, pascevano le loro greggi di lana morbida e folta come neanche i capelli di Afrodite, la dèa della bellezza, e si nutrivano di formaggi squisiti, carni fibrose e saporite e vino pungente e difficile da bere tutto d’un fiato, scuro come la terra del vulcano dopo una colata di magma rovente.
Polifemo si annoiava. Avrebbe voluto viaggiare

e scoprire cosa avevano di diverso le genti che abitavano le città e i paesi oltre l’Etna, ma gli altri ciclopi non vedevano di buon occhio queste sue fantasie e temevano che i suoi vaneggiamenti su città ed esseri umani potessero scatenare nuove sventure sulla loro piccola comunità felice. Perciò, per incoraggiare il piccolo Polifemo a interessarsi a cose sensate come la produzione del formaggio e la pastorizia, i fratelli gli regalarono una pecora che lui chiamò Galatea.
Polifemo e Galatea divennero ben presto inseparabili, e il giovane ciclope smise progressivamente di interessarsi alle città e ai loro abitanti per concentrarsi sulle sue lunghe passeggiate tra i monti con Galatea e il resto del gregge che i fratelli gli avevano affidato.

Il tempo di Polifemo scorreva lento come lo sciabordare pigro delle onde quando il mare non s’infrange su una dura scogliera, ma abbraccia una dolce spiaggetta sabbiosa. Il gigante imparò a mungere le sue bestie, a caseificare il formaggio, a liberare le pecore dalla lana in eccesso e acconciarle come soffici nuvolette. Crebbe fino a diventare alto più di una quercia centenaria, gli spuntarono una folta barba e una villosa peluria sul petto, il suo corpo si rinvigorì e con esso il suo spirito: divenne orgoglioso e battagliero, pronto a difendere la sua posizione nelle discussioni coi fratelli attorno al fuoco, quanto ad affrontare a mani nude orsi, leoni e altri animali feroci che avrebbero potuto minacciare il suo gregge. L’unico suo punto debole erano le ninfe.
Le graziose protettrici dell’acqua lo prendevano in giro per il suo aspetto feroce e, quando lui provava ad avvicinarglisi per ammirare la loro bellezza, fuggivano via starnazzando come terrorizzate oche da cortile. Polifemo, allora, si rimirava triste negli stagni o nei ruscelli abbandonati dalle donzelle acquatiche, chiedendosi cosa ci fosse di sbagliato in lui. Sentiva qualcosa bruciargli tra il petto e la gola, e tirava lunghi sospiri. A quel punto interveniva Galatea, che si accostava al suo migliore amico avvolgendolo tra i morbidi riccioli di lana. Il ciclope l’abbracciava e sentiva il bruciore trasformarsi in qualcosa di umido, per poi tornare ad essere un calore confortante di cui riempirsi l’anima. Perché preoccuparsi delle ninfe, quando aveva con sé Galatea?

Un giorno, però, durante il periodo di transumanza, la luce appannata dell’alba colse il ciclope che ancora ronfava come una segheria, e il gregge si mise in movimento senza aspettarlo. Quando finalmente Polifemo si destò, le pecore erano già lontane e Galatea non era più al suo fianco. Il gigante imprecò diffusamente, radunò di corsa i suoi pochi oggetti e si mise all’inseguimento del gregge.
Poco lontano notò dei fuochi simili a quelli di un accampamento ma, preso dall’urgenza di recuperare le bestie dei fratelli, si ripromise di indagare in un secondo momento.
Polifemo riuscì a radunare il gregge solo al tramonto, le pecore si erano sparse in giro per tutta la montagna e all’appello mancava ancora Galatea. La luce sanguigna del sole già faceva posto a una notte livida e fredda, il gregge era appena radunato e il ciclope dovette desistere dal cercare l’amica. S’inginocchiò per allestire un focolare e, scrutando nel buio della valle sottostante, vide un’altra volta i fuochi di quel secondo, misterioso accampamento; era però troppo in angoscia per porsi dei veri interrogativi su coloro che beneficiavano di quelle fiamme lontane.
Il giorno dopo, Polifemo balzò in piedi prima del sole e cercò febbrilmente Galatea in ogni anfratto, in ogni declivio delle colline etnee, sotto ogni albero e in ogni buco, su spiagge sabbiose e scogliere piene di spelonche. Il tramonto, sugoso e rosso come una sanguinella matura, lo colse esausto e disperato mentre piangeva su una fonte.
La ninfa che abitava quello specchio d’acqua, impetosita dai lamenti di Polifemo e infastidita da quei goccioloni di lacrime salate che rischiavano di trasformare la sua polla in un nuovo mare, si affacciò oltre il velo delle acque:
«La tua pecora l’ha rubata il pastore Aci» disse con voce seccata «Gliel’hanno chiesto le mie sorelle, per farti dispetto.»
Il ciclope la fissava, inebetito dalla sua bellezza oltre che dalle sue rivelazioni.
«Ora, va’ pure a riprendertela e lasciami dormire.» Aggiunse la creatura delle acque, fredda come il ghiaccio, prima di scomparire sul fondale della sua pozza.
Polifemo sentì il corpo pervaso da scosse di una rabbia elettrica, che saliva e scendeva al ritmo del suo gigantesco cuore di ciclope. Dalla gola gli uscì un ululato che sembrava quello di mille cani rabbiosi e il suo unico, enorme occhio roteava iniettato di sangue, per scorgere nel buio della montagna quel focolare a cui aveva fatto così poco caso nei giorni precedenti: se Aci era un pastore, quel fuoco doveva essere suo! E lì vicino l’infame teneva prigioniera Galatea.

Non molto lontano, il pastore Aci udì l’urlo di Polifemo spezzare la notte e il suo sangue, per metà umano e per metà di ninfa, s’agghiacciò letteralmente nelle vene. Mentre si malediceva per esser stato al gioco delle ninfe sue cugine, Galatea dai riccioli di lana si mise a belare disperatamente in risposta al ciclope.
«Zittisciti, pecora!» Ordinò Aci sottovoce, per non farsi udire dal mostro. «Così, mi farai ammazzare.»
Ma Galatea belava sempre più forte e i tremendi passi del gigante si facevano sempre più vicini. Il pastore, colto dal panico, impugnò il suo bastone e colpì con violenza la povera Galatea sulla nuca, proprio nel momento in cui sopraggiungeva Polifemo.
«Ahi, disgraziato!» Gridò il ciclope all’indirizzo del pastorello «Così tu mi hai privato del mio amore per dispetto, e io ti privo adesso della vita per vendetta!»
E mentre diceva queste ultime parole, afferrò un masso che stava lì vicino e lo scagliò contro il povero Aci che, paralizzato dal terrore, non si scansò.
Da sotto il masso, però, non fuoriuscì il sangue della vittima di Polifemo, ma l’acqua di un nuovo torrente cui la morte di Aci aveva dato vita.

Le acque del torrente Aci scorrono ancora nel catanese, spingendosi fin sotto il mare. A quel pastore così amico delle ninfe sono stati intitolati ben nove paesi della costa, a dimostrazione di quanto poco contino le tue imprese reali: se hai degli amici abbastanza affezionati e importanti verrai comunque ricordato con onore.

 

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