Di fumetti ed esordi, con Fabrizio Palmieri

Agosto, esterno giorno, Messina. Un balcone con la vista sulla falce, i traghetti che fanno la spola da una sponda all’altra, una bottiglia di tè freddo ed Eliana Camaioni che mi ha ospitato nella sua casa-salotto letterario per intervistare Fabrizio Palmieri.
Autore del romanzo Di amori diversi, uscito a maggio per la casa editrice ad est dell’equatore (qui la scheda), fumettista, con tanti progetti da realizzare e alle spalle storie curiose.
Abbiamo parlato di scrittura, esordi, approccio alle storie, di un pullman nero con un dark dai capelli colorati alla guida e un cassetto pieno di sogni.

Iniziamo dal romanzo.

Uno dei personaggi è reale, lo hai tratto quasi nella totalità da una persona che conosci; eppure sembra il meno reale di tutti.
Questa è una caratteristica che rilevano in tanti; è un personaggio invece che esiste realmente e vive ciò che vive il personaggio del libro.

Di amori diversi è il tuo primo romanzo; com’è arrivato all’editore?
Ho partecipato a un concorso nazionale, il Perseide 2016 per le opere inedite, ho avuto la fortuna e l’onore di vincere e da lì è decollato e l’editore mi ha proposto di pubblicarlo.

Stai avendo buoni riscontri; che tipo di lettore ha il tuo romanzo?
Ho avuto modo di presentarlo in vari luoghi e occasioni (festival, rassegne) e ogni volta è un piacere conoscere chi ti ha letto, sapere cosa hai trasmesso, quali emozioni, curiosità. Il mio pubblico è abbastanza variegato, c’è dalla casalinga all’attrice di teatro, alcuni uomini.

Questo è il tuo primo romanzo; hai altri progetti in corso?
Nel cassetto ho altri tre romanzi. Uno, il più maturo, scritto poco prima di Di amori diversi, poi un fantasy di circa 400 pagine e un noir che ha avuto un buon riscontro nel concorso Io scrittore di Mauri Spagnol e che ho preferito lasciare nel cassetto perché pubblicare avrebbe significato esordire con un libro in formato esclusivamente digitale.

Che progetti hai per questi romanzi?
Vorrei pubblicare il noir all’estero, per vari motivi: prima di tutto perché in Italia si scrive più di quanto si legga; poi perché per il tipo di trama e genere in Italia verrebbe considerato estremamente di nicchia e io credo che possa avere invece potenzialmente un pubblico più ampio; infine, vorrei cimentarmi in un’esperienza all’estero per curiosità.

Come nascono le idee da cui prendono vita i tuoi romanzi?
Una domanda alla quale non so dare una risposta. Forse sono influenzato da quello che leggo. Penso per esempio a un’autrice, che conosco e apprezzo, la quale sostiene che sia meglio, in fase di stesura, non leggere nulla per non lasciarsi influenzare. Invece io ritengo, al contrario, che leggere sia importante e faccia bene, sempre. Quotidiani, fumetti, libri… le mie idee scaturiscono da ciò che leggo.
Importante per me anche sentire musica. Don Gualtiero McKenzie è una chiara citazione che fa riferimento ai Beatles.

Come arrivi dalla suggestione alla stesura pratica?
Difficilmente mi metto subito a scrivere. Aspetto un paio di giorni, gioco al computer, leggo, ascolto musica, faccio altro, bevo un buon bicchiere di vino, non scrivo. Nel frattempo vivo a stretto contatto con i personaggi – quasi mai parto dalla storia, ascolto sempre i personaggi – a volte mi assento anche, vivo in un mondo tutto mio. Quando il personaggio è diventato abbastanza maturo e mi dice “Ok, scrivimi”, allora io mi siedo e scrivo. Una specie di channeling: il personaggio si mette accanto a me e io lo ascolto e racconto.

Do per scontato che tu, come tanti scrittori a cui ho chiesto, non riesca a “vivere di scrittura”.
Vivo di scrittura nell’accezione in cui ho bisogno di scrivere per vivere, quello sì, senza scrivere non riesco a stare. Anche se facessi il lavoro più entusiasmante del mondo, senza scrittura sarei triste. Il lavoro che faccio mi piace molto ed è un lavoro che faccio anche per vivere “fisicamente”. Non so se si riesce a vivere di scrittura, ma c’è sempre il sogno di poter coniugare l’aspetto materiale con l’aspetto spirituale.

Visto che tu fai un altro lavoro per vivere, quando trovi il tempo per scrivere? Come gestisci la routine di scrittura?
Scrivo prevalentemente la sera, la notte, la mattina presto, la notte, e quando ho i momenti di flood creativo e non vedo l’ora di mettermi a scrivere, sfrutto anche la pausa pranzo. Comunque anche quando non scrivo ho sempre i personaggi che vivono e si muovono intorno a me.

Ti capita mai di “veder passare” un’idea e avere la necessità di scriverla, prendere appunti?
Quando ero fumettista avevo i miei post it; avevo un soppalco pieno di post it incollati ovunque; scrivevo l’idea e la incollavo. Oggi ho adottato un sistema molto meno invasivo di colla e carta ma che alla fine non funziona: passa l’idea, non la segno “tanto me la ricordo” e poi sistematicamente mi passa di mente e me la perdo.
Ho un taccuino che porto quasi sempre con me e se posso (magari sto guidando, facendo la spesa, mica posso segnarmi le cose mentre scelgo i biscotti o il detersivo…) e trovo la penna (che non ho mai), la segno; se non posso (magari sono in moto), inizio a raccontarmela in continuazione, fino a quando arrivo a casa, magari incontro il vicino di casa… e puntualmente la dimentico!

Hai dei rituali (scaramantici, propiziatori) legati alla scrittura?
No, non ne ho, anche se so che tanti ne hanno. Magari adesso ci penso e ne trovo uno. Forse il mio rituale è non avere rituali.

Hai detto “quando ero fumettista”. Quindi sei stato fumettista?
Certo Watson! Elementare, direi. In gioventù sono stato fumettista, ho anche lasciato il lavoro, con grande… come si dice in italiano… scuorn’ dei miei genitori, ho smesso per cinque anni di fare l’avvocato, per seguire questa strada e al tempo devo dire che sopravvivevo, però, ne valeva la pena.
Bevevo una bottiglia di prosecco in meno, mangiavo una pizza in meno, però è stato molto bello.

A Lucca ancora ricordano ancora un furgone nero con un darkettone a bordo… ne sai qualcosa?
Anche la Guardia di Finanza se lo ricorda. Eravamo ancora in autoproduzione e salimmo a Lucca per il Comics carico di ben quattro volumi realizzati da me ed Elena de’ Grimani, per un totale di circa 3500 copie, e poi poster, toppe per i jeans, magliette, cappellini. Abbiamo venduto tutto, tutto autoprodotto con l’Anatema srl, casa editrice che avevamo creato noi e aveva come simbolo un gatto nero sfigato. Eravamo vestiti completamente di nero, io ero nel mio periodo dark, con i capelli neri striati di blu. Sulla via del ritorno ci fermò la guardia di finanza, videro che il furgone era vuoto e ci augurarono la massima fortuna. Non ci credevano nemmeno loro che fossimo riusciti a vendere tutta la roba che un furgone poteva contenere. Nemmeno noi, in realtà, riuscivamo a crederci.

E da lì alla Panini?
Da lì alla Panini è stato un salto perché una volta ci chiamò un editor, e ci disse chi era. Noi nemmeno ci credevamo; insieme con lui siamo andati a Villa Ada, e dopo qualche bicchiere di vino e tante chiacchiere sul futuro, siamo tornati a casa con un contratto con la Panini. Abbiamo realizzato quattro volumi di Interlunium, un dark gotico, che era un mash up delle nostre autoproduzioni, Rigel e Tinebra, e vendemmo tanto.

Perché avete smesso?
Con la Panini il contratto si è concluso (hanno rieditato Interlunium quattro anni fa circa) e siamo passati alla Star Comics. Ci aveva contattato anche la Disney per Luna, un altro progetto che avevamo sviluppato, ma a quei tempi la Disney lavorava sul Kylion (bellissimo progetto) e ci aveva chiesto di aspettare un paio d’anni. Noi però vivevamo di fumetti e quindi accettammo la proposta di Star Comics, realizzammo questo progetto mainstream che veniva distribuito nelle edicole.

Che differenza (o analogia) c’è tra scrivere per i fumetti e lavorare a un romanzo?
Io scrivo, vedo le immagini e descrivo, vedo i personaggi, ci chiacchiero e scrivo. Quindi non ci sono, nell’approccio, tante differenze. La differenza principale è che il fumetto ha, ovviamente, un impatto principalmente grafico e quindi, per scrivere una sceneggiatura, immaginare una scena, un dialogo, devi tenere conto dei punti di forza e di debolezza della persona con cui stai lavorando. Devi dare anche l’impostazione delle tavole (a meno che tu non lavori per Bonelli per esempio che ha gabbie fisse), quindi decidere se c’è una splash page, uno scontornato o altro e stabilire i piani (americano, stretto e così via).
Il fatto che io sia un autodidatta mi ha permesso di non essere troppo legato a un metodo e di utilizzare il “mio”, senza avere un’impostazione data da altri. Visualizzo la scena e descrivo, ho studiato centinaia di film, tantissimi. E ho riportato l’esperienza (teorica e pratica) nei corsi di sceneggiatura dei fumetti che ho tenuto. I miei allievi lavoravano guardavano con me i film, e studiavamo le inquadrature, i tempi…
Prova di questa mia “anarchia” è quando mi chiesero di fare qualche prova per Dylan Dog per esempio, ma nella gabbia bonelliana mi trovavo “costretto” – al tempo non c’era Dylan Dog color fest  e tutte le altre varianti bellissime e più “libere” – e la collaborazione non andò in porto.

Non hai mai pensato di scrivere sceneggiature?
Ho lavorato come ghost writer per un canale satellitare, con un autore famoso, che ritengo un caro amico e un maestro. Da lui ho imparato i tempi comici soprattutto ed è stata un’esperienza formativa e umana molto importante. Abbiamo scritto la storia di uno scienziato pazzo wrestler, ambientata dentro una roulotte. Il target era 14-17 anni e l’attore Enzo Salvi. Non so poi se in effetti il progetto andò in porto così come lo avevamo scritto, ma è stato un ottimo esercizio per me, molto divertente.

Hai in programma di scrivere un romanzo a quattro mani? Penso al fumetto…
Io non lavoro bene con un partner. Il fumetto è diverso. Sei tu che scrivi e il disegnatore realizza le tavole. Se cerchi di “fregare” il disegnatore, lui se ne accorge, finisce a piatti in faccia e mediamente vince sempre lui.
Io poi ho questa scrittura, di cui ti parlavo prima, meditativa, solitaria, da channeling appunto, e mi risulta difficile riuscire a entrare in sincronia con la scrittura di un’altra persona. Condividere le idee sì, volentieri, ma scrivere insieme no, non ci riesco.

Chiudiamo con le letture…
Sto leggendo un romanzo bellissimo, Volevamo andare lontano di Daniel Speck. Non è in linea con quello che di solito leggo, ma è un romanzo che mi ha dato molto, mi aiuta per un eventuale sequel di Di amori diversi e mi ha fatto riflettere tanto perché è una storia d’amore presa a pretesto per parlare dei siciliani emigrati in Germania, tema senza dubbio attuale in senso lato. Ho avuto anche la fortuna di intervistare Daniel Speck ed è una persona molto profonda.

Arrivederci allora, con sequel, nuovi progetti e nuove idee che i tuoi personaggi e le tue letture ti suggeriranno.

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