Prima che te lo dicano gli altri


Con Marino Magliani ho perso il conto delle iniziative in cui siamo stati coinvolti e dei libri che abbiamo tradotto insieme, accomunati dalle nostre diverse esperienze di vita in Spagna e in Sudamericano. Ho letto tutti i suoi romanzi (e non posso fare a meno di citare almeno “Quattro giorni per non morire”, “La spiaggia dei cani romantici” e “Quella notte a Dolcedo”) e i suoi libri “di introspezione” (“Il canale bracco”, “Soggiorno a Zeewick” o “L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi”).
Confesso di avergli sempre invidiato la capacità di tenere il lettore aggrappato alla pagina anche quando non racconta fatti direttamente connessi con la vicenda. È una abilità che hanno in pochi (quando gli dico che in questo mi ricorda Hemingway, lui si mette a ridere), e ho sempre creduto che si trattasse di un dono, una facoltà innata. Questo romanzo mi ha fatto ricredere.
Ho avuto il privilegio di leggere “Prima che te lo dicano altri” fin dalla sua prima versione, quando il titolo provvisorio era ancora “Ciliegio Ferrovia”. Per uno scrittore, che è sempre un po’ filologo, è sempre istruttivo vedere come si sviluppa l’articolazione di una storia.
Il “Ciliegio” era poco più che una trama, il racconto di una ricerca, con un lungo prologo che doveva contenere molte spiegazioni. Ma per il lettore non è agevole cogliere i sintomi di ciò che deve ancora succedere, quando non sa cosa sarà, e neanche se succederà. La prima parte del “Ciliegio” sembrava sfilacciarsi in fatti e personaggi slegati fra loro, che apparivano e sparivano, e avevano l’aria di opporsi alla narrazione invece di darle senso. Rielaborare questo materiale, dargli compattezza e significato, mi appariva come un’impresa ai limiti dell’impossibile.
E invece no: la versione definitiva è stata una rivelazione. Nel “Ciliegio” Magliani non aveva semplicemente riversato nella pagina immagini e personaggi intravisti, abbozzati e ancora da sviluppare: no, il diabolico Marino aveva già tutto in mente, e ogni cosa aveva il suo perché. C’era soltanto da lavorarci su, scomporre e ricomporre, come si fa con il cubo di Rubik. Ricombinando gli elementi, tutto è andato a comporre un’unità organica: intorno al protagonista, con il suo passato, la sua cerchia di conoscenze, le sue fissazioni, la sua tenacia, le sue risorse, la sua cattiveria di bracconiere, ruota il mondo della val di Prino, che incombe sul Ponente ligure come una spada di Damocle fatta di solitudine, malinconia e trasgressioni.
Ed è stupefacente la naturalezza con cui Magliani fa sentire la fatica fisica degli uomini che coltivano le fasce, riparano muri a secco, innestano viti e ulivi; e intanto vivono in un paese che costringe a mantenere rapporti con tutti, chi dà affidamento e chi se ne approfitta, perché poi insieme si va a caccia, si pesca di frodo, si comprano e si vendono i raccolti, si lavora nelle seconde case degli stranieri. Magliani racconta tutto questo con dettagli fatti di cose concrete, dipingendo atmosfere senza mai chiamarle per nome.
È questo il modo giusto per entrare nell’ambiente e capire come mai Leo Vialetti, che ha studiato poco e male, e non ha mai viaggiato per il mondo, a cinquantotto anni un bel giorno si imbarca su un volo da Nizza e se ne va in Argentina: attraversa el charco, “la pozzanghera”, l’Oceano Atlantico.
E “Pozzanghera” è il titolo della seconda parte del romanzo, in cui a poco a poco la tragedia prende forma. All’altro lato della pozzanghera c’è una terra segnata dalla tragedia dei desaparecidos, dove chi vuole rintracciare qualcuno non può fare a meno di commettere errori. Laggiù, in quella terra che sta agli antipodi, ma è così simile a noi nella lingua e nella mentalità, per un breve momento la ricerca è coronata dal successo. Ma gli errori compiuti si sommano fino a provocare un’altra avventura, una richiesta di silenzio e una conclusione definitiva. Leo Vialetti accetta tutto, anche il silenzio, anche la fine, perché sa che “la vita è una guerra di resistenza contro il presente. Le stagioni sono battaglie. Prima o poi si perde. Tutto lì”. L’avventura gli ha restituito ciò di cui sentiva la mancanza, ma il prezzo è la definitiva perdita di quell’improbabile ritrovamento.
E questo, in fondo, è il destino di noi tutti: passiamo la vita a rincorrere ciò che dovrebbe giustificare il nostro stare al mondo. Quasi mai riusciamo a raggiungerlo, e quando capita un colpo di fortuna non abbiamo neanche il tempo di rallegrarcene: le rose della vita durano l’espace d’un matin.

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