Trittico e lamentazione di Armando Rudi


di Giselda Pontesilli

Su Trittico e lamentazione di Armando Rudi

 

Leggendo Trittico e lamentazione del poeta di Mozzate, Armando Rudi, ci troviamo di fronte a un’idea di poesia come estroversione e introversione, e come reversibilità dell’una nell’altra: reversione continua, ciclica, perché, dopo le tre parti del Trittico (I Camini, Orti, Il Vento), canto esaltante dell’ambiente, del “paesaggio” culturale e naturale, c’è il controcanto, il ripiegamento interno e tremendo della Lamentazione (Lamentazione d’un Giobbe moderno), che noi però non  sentiamo come esito finale, bensì – talmente imponente e magnificante è stato il canto – come premessa d’un ritorno al canto, così come accade nel Libro Sapienziale di Giobbe, appunto.

Canto e controcanto sono, insomma, collegati, in una sorta di ricambio, di scambio simbolico; difatti, se qui ci fosse solo il canto, l’elogio dei camini, degli orti, del vento, noi – benché ammirati della sua esuberanza – penseremmo pur sempre trattarsi solo di uno sforzo volontaristico, supremo ma -in definitiva- di maniera, inautentico; invece, subito dopo Il Vento, il poeta scrive:

 

Poi succedono giorni senza vento.

Anche il figlio rimasto con il Padre

ha le sue crisi: crisi depressive.

 

E ha inizio così, a inverare il canto, l’articolata, tormentata Lamentazione.

 

Ora, si deve osservare che I Camini che il poeta ci presenta, non sono solo i comignoli di casali e case d’antan (il che sarebbe di nuovo accademismo, maniera), ma tutti i camini, anche quelli, apparentemente privi di interesse, che

 

caddero anch’essi vittima

dei moderni sistemi di produrre,

nell’ingranaggio dei lavori in serie.

Ne uscirono torrini in cotto esili,

o in cemento tarchiati,

anonimi, monotoni, spauriti.

Se n’ha un senso di pena a osservarli:

pare che in essi covi

un larvato disagio, un senso occulto

di colpa, un tribolo diuturno.

Stanno in disparte,

chiusi in ermetico mutismo,

vergognosi di sé

come parenti poveri.

 

Così come, si osserverà che i suoi Orti sono quelli “attuali”, piccoli orti urbani di cortili, di prime e seconde periferie, o da queste poco lontani, e innanzitutto

 

[…] quegli orti incredibili

coltivati a ridosso

delle sedi ferroviarie:

visioni fuggitive di polittici

intelaiati in siepi di ligustro,

composizioni opposte al bailamme

delle forme caotiche funganti

in un raggio di miglia.

Poi l’arrivo, la corsa forsennata

per giungere in orario, oppure affari,

il chiasso dei rumori, confusioni,

contrattempi inattesi, e di quel mondo

quasi sempre si perde la memoria.

 

Infine, il terzo quadro del Trittico, Il Vento (anch’esso quotidiano, “meccanizzato”):

 

Si è mosso il vento.

Era da settimane che taceva,

e una nebbia severa,

la classica nebbia padana,

terrore delle strade ad alto traffico,

grigiore inamovibile, stagnava.

Ma ora è scomparsa,

al vento che si è mosso.

Non è un vento di terre lontane:

è un vento nostro,

nascente dai monti che ci sovrastano.

 

E più oltre:

 

Ho appreso la notizia che attendevo:

tutta l’Europa è flagellata dal vento,

[…]

La carcassa del vecchio continente

scricchiola e geme, sotto la sua sferza.

[…]

Cos’è, infatti, l’Europa al giorno d’oggi?

Non altro che un convitto fatiscente

d’apprendisti stregoni

inetti a superare apprendistato

e buoni solo a combinare guai

(hanno, ormai, rovinato quasi tutto:

in mano loro le formule magiche

dell’arte, della scienza, della vita,

conosciute a metà, non integrate

in un quadro unitario, non sorrette

dal rispetto dei limiti e dei termini,

risultano strumenti di rovina).

 

Notiamo che le tre estroversioni, e il volgersi dunque alla realtà, al mondo esterno, non riguardano direttamente la società, il mondo umano, perché il poeta (come ognuno nel desolato stato delle cose) è isolato, solo, e obbligandosi a salutevolmente camminare per intere ore, vede intorno a sé non uomini, ma case, tetti, orti, camini.

 

Amo i vecchi camini. I miei passeggi

– e sono ore – non vivono che di essi,

nell’andarne in rassegna,

interessandomi alle loro fogge,

empiendomi di strane sensazioni.

[…]

Scoprirli è un’esperienza primitiva,

come accendersi alla vampa del sole,

incantarsi al sorriso d’un bimbo,

fremere al palpito degli astri.

Basta inoltrarsi nei quartieri antichi

delle città o, più ancora, dei borghi:

straduzze vergognose, corti, meandri,

vicoli barcollanti in cui discendono,

bassi qui più che altrove,

tetti d’un rosso antico e bello

– così bello, così umano, così caldo:

non c’è un colore che non ami tanto –

ed, eccoli!, incominciano.

 

Tuttavia, queste case, questi tetti e orti e camini ci parlano degli uomini che li hanno fatti e tuttora li fanno, e anche se in una più recente poesia Rudi definisce tutti gli uomini «una folla […] immensa / con il capo piegato», è indubbio che camminando  -come lui- nei vari “territori” che ci attorniano, noi vediamo di loro gli antichi e presenti manufatti, i sentimenti, i tentativi anche minimi, odierni, di dare forma, ingentilire, rifinire.

È una lettura dei luoghi simile a quella che ritroviamo nell’opera “Colazione sull’erba” del fotografo Luigi Ghirri, anche lui impegnato nel riconoscere e farci riconoscere, in periferie e borgate «dell’umile Italia», le forme in cui gli uomini, con un semplice giardinetto condominiale, o due vasi ai lati del portone, o rondini di gesso sul balcone, rispondono alla serialità, al cemento, all’anonimato.

 

Rudi, del resto, è ben consapevole del suo portato:

 

Se alcuni si gustarono un concerto,

io mi glorio d’avere assimilato

la sinfonia dei fatti abituali,

l’eroica del reale,

dove gli orti, fagotti ponderati,

suonano note opache, riempitive,

ma nondimeno dolci e misteriose.

 

E più oltre:

 

Altri si dedicarono a colloqui

di supremo livello diplomatico.

Mi riferisco al rango dei politici

che forse in queste ore hanno discusso,

una volta più ancora dell’ennesima,

per citare un esempio,

la formazione dell’Europa unita.

[…]

Io, per me, conosco un’altra Europa

unita già da secoli:

l’Europa degli orti.

Tanti ne ho visti, nei saltuari viaggi,

di piacere o lavoro, che vi ho fatti!

[…]

Ferme le differenze di coltura,

latitudine e clima,

un’unità stilistica di vita,

se così posso esprimermi,

potentemente vi veniva espressa:

composta, parca,

paziente, regolata, solidale.

 

Noi ci sentiamo, di fronte ai quadri di Rudi e di Ghirri, in un’aria mutata rispetto a quella degli enormi apparati globali di prima, ci sentiamo in un’aura, in un’accettazione non più ostile, quasi epifanica, come se presentissimo che quanto prima si vedranno, si incontreranno gli abitanti di quei palazzi dai pazienti, minuscoli, resistenti orti, ornamenti, camini, giardini, e panchine all’aperto e alberelli e graffiti.

Ed è proprio quest’aria, in fondo, già demassificata, già più raccolta e umana che anche la Convenzione Europea del Paesaggio nel 2000 ha infine percepita, col suo rivoluzionario considerare, come paesaggio, tutto il territorio, e riguardare dunque «sia i paesaggi che possono essere considerati eccezionali, che i paesaggi della vita quotidiana e i paesaggi degradati».

 

Tutto è paesaggio, perché dappertutto:

«Pieno di merito [certo], ma poeticamente, abita

L’uomo su questa terra».

E ogni uomo, se cammina e osserva, lo può documentare.

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