“I BISCOTTI AL GINGER”, DI HELENA MOLINARI

“I BISCOTTI AL GINGER”

(dal romanzo Emma di Helena Molinari)

I rintocchi dell’Ora Media non furono sufficienti a destarla, ma la sconosciuta voce di un uomo, l’insistente bussare all’uscio sì, molto dopo, quasi all’imbrunire, a Vespro cominciato d’un feriale sfollato, dove la sua assenza si fece ancor più notare.

«Emma, Emma, apri ! Emma stai bene?»

«Arrivo, arrivo!» Ciao Emma… Padre mi dica…

«Emma, sono padre Eugenio, priore di questa piccola comunità da molto poco.»

«Oh padre mi scusi davvero, il tempo è volato ed io ho mancato i Salmi.»

«Non temere Emma, non sono qui per questo; solo per sincerarmi che tu stia bene, per ascoltare da te il racconto dell’anima e di questo luogo, dove a lungo, mi dicono, tu hai risieduto, quando ancora ero un semplice novizio in cammino. Insomma se vorrai io ci sarò, disse impavido e mosso da quella perfetta letizia tipica del francescanesimo.»

Non una parola di più e rapido ridiscese la scalinata, che ingombra di autunno accompagnò il suo commiato rumorosamente, come un crepitio vivace di fuoco.

Oramai del sole un pallore a glassare di poco quelle tante foglie, nella piazzetta antistante l’alloggio.

Quella visita e quello spettacolo agli occhi la trattennero un po’ sulla soglia, confusa quasi imbambolata, nonostante il freddo fuori.

D’un tratto come balzo d’animali udì uno strano rumore, netto e sonoro; pareva provenire dal retro della foresteria, sul percorso d’uscita dei visitatori.

Preferì non indagare e richiuse rapidamente la porta.

Una nuova alba e non semplicemente un’altra alba; le pareva al rintocco di campana, che la destò, da subito con quel pensiero e persino con un accenno disinvolto di sorriso; come non avesse dismesso mai il suo sogno e la sua angoscia; come se non avesse dormito mai. Sono sazia di dolore pensò, mentre con acqua gelida rinfrescò il viso per poi raccogliere lentamente i capelli in un morbido elastico di spugna, con un gesto eguale a  sempre, eppure diverso, quasi a volersi bene.

«Sono sazia» ripeté per non smarrirsi ancora ed aggiunse «ora ho fame…»

Rivoglio indietro il mio pane, il prima delle mie nozze, l’attimo prima e soprattutto l’ancestrale di ogni cosa, d’ogni più piccola e grande cosa.

Voglio inginocchiarmi tutta dura della mia irriconoscenza, dei miei egoismi, sulla dura pietra dell’eremo, nelle sue viscere più ardite e solitarie…

Gli uomini e i guerrieri direbbero

“ chi la dura la vince…” in Dio altra è la vittoria; è la resa d’armi, è il profumo del pane il sapore più buono.

Non c’era pane nella sua dispensa ed era già piuttosto tardi, mangiò al volo un paio di biscotti al ginger, ma non rinunciò ad una bella tazza di latte caldo macchiato con un po’ di caffè del giorno prima.

Lasciò di proposito la liturgia in stanza, non volle nulla con se.

Corse in cappella per la preghiera delle Lodi, con tale impeto, quasi come fosse

un’occasione speciale.

Una volta terminati i Salmi il tempo le parve essere passato con tale velocità e si rese conto che poco o nulla era stato afferrato o s’era impigliato, la sua voce così unisona e decisa quella mattina, aveva fatto bene il suo dovere, prima di qualsiasi piacere, vuota di significati. La sua fame era tale?

Lei voleva ascoltare, chiamare, tutt’al più tacere e più di tutto essere messa a tacere.

Doveva imparare dall’Amore ed espiare il suo tanto amore misericordioso ed infedele.

Rimase incantata dalla strana nevicata al vetro.

Al cospetto di un  tale immacolato spettacolo la tentazione si fece ancora più grande, con magistrale regia e con l’incoscienza di chi sapeva appagarsi del sogno imperfetto  della propria umana debolezza, incominciò a sognare ad occhi aperti il finale di un sogno… d’accomodante ipotesi di fuga.

 

Non avrebbe mai immaginato un giorno sarebbe potuto accadere. Ritrovarsi di sotterfugio tra le sue braccia rubando al tempo morsi di attimi per divorarsi di bocconi ben più voraci le carni, come dovrebbe essere dopo essersi tanto amati? Quale idiozia! Si conoscevano da anni entrambi e se si incrociavano si guardavano come i cani si annusano tutt’altro che indifferenti le pareva.

Poche parole e tutto un racconto d’occhi da non poterne più fare a meno. Perché ciò che non si sa sembra confortare tutte le nostre umane debolezze. Perché gli amanti sembrano nuovi inizi, possibilità, rinascite. E da lì all’innamoramento ci può passare un soffio come un oceano.

Per Emma di certo un invisibile filo di seta, sapeva dapprima di spegnere il motore dell’auto in quel posteggio, prima del suo arrivo, che quell’ uomo suo coetaneo, si sarebbe impigliato dentro e che le sarebbe stato caro e inevitabile prendersi cura di lui per quel poco o nulla che avrebbe potuto fare da così lontano da così ..

Più ancora del peso enorme sul cuore che avrebbe dovuto portare da lì in avanti, ma era come una pagina speciale, la migliore, di un libro inconfessabile e mai scritto e se lui era molto corteggiato per la sua apparente bellezza e credo talvolta infastidito come

quasi tutti i belli; lei lo amava per quella che lui non sapeva..

Spariva e ricompariva trasgressivo, ma anche molto semplice e fragile, mille casini le scriveva, la separazione, i figli, il lavoro che gira male e quella euforia da evasione, che lei cercava di smussare dicendogli di non avere paura, scegli! Le scriveva, ma non voleva vederla più.

Lei segretamente l’aveva battezzato Nero; per la colpa e per la verità.

Nero era unico, ma la storia della sua vita in quanto a uomini spesso aveva lo stesso finale: uomini o cometa?

Quale amaro dejavu zanzara la testa.

Un altro che avrebbe preso,tremò; perché da chi si da incondizionatamente si prende senza neanche domandarsi perché oggi qualcuno ancora incondizionatamente si dia..

Nero s’allontana e la deride a bordo del suo mezzo sul suo dorso la chioma fluida e

rossa d’altra donna, ma quale altra si convinse, io sono solo uno svuota tasche disperò.

E la pagina si fa buona per gli inverni e i camini.

«Emma» udì lontanissimo il suo nome la mano sulla spalla a destarla riversa quasi in adorazione sulla panca scivolata.

«Emma» scusami, ma io devo chiudere la cappella.

 

Si rese conto d’aver di nuovo sognato l’incubo di un sogno…  in un luogo così inadatto dove dovrebbe fortificare il candore e la durezza della croce e rappacificare l’eco della preghiera e l’odore buono delle candele appena spente?

Al diavolo Nero!

Sin da bambina accostava i cerini alla bocca per soffiarli e al naso perché le piaceva quel profumo diceva, quando li spegneva, pressoché subito dopo averli appiccati al cartoccio di stufa per scaldare i freddi inverni.

Si sentì come svuotata, derubata di un magnifico sogno non c’è che dire.. alleggerita di un sogno?

Nero neanche immaginava.

Pianse e pianse nel lasciarsi alle spalle poca luce e lucernaio di frati e di Dio.

L’anima si fece tufo.

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