“Via da Sparta” – Intervista a Carlo Menzinger

Testo introduttivo e intervista di Giovanni Agnoloni

Carlo Menzinger di Preussenthal, scrittore nato a Roma ma residente a Firenze, si muove tra ucronia e distopia. L’anno scorso è uscito il primo atto di una serie ucronica intitolata “Via da Sparta”Il sogno del ragno (Porto Seguro editore). In uscita in questi giorni, il sequel Il regno del ragno: domani 29 settembre, il libro verrà presentato in anteprima a “Firenze Libro Aperto” viene presentato (alle ore 16,30 allo stand di Porto Seguro Editore).

In quest’intervista con l’autore, cerchiamo di sviscerare potenzialità derivanti da questi scorci – e incroci – di generi diversi.

Il tuo approccio alla narrativa fonde generi diversi, su tutti la distopia e l’ucronia. Che significato particolare assume la combinazione di ipotesi a-storiche con visioni antiutopiche? In altre parole: immaginare fatti mai accaduti nella storia vera può aprire squarci di comprensione intuitiva sulle non rosee prospettive per la specie umana anche oggi?

Se solo potessi avere abbastanza tempo scriverei libri di ogni genere, ma, in effetti, ucronia e distopia sono spesso presenti nella mia produzione attuale. Massimo Acciai Baggiani nel suo saggio Il Sognatore divergente, di prossima pubblicazione (Porto Seguro Editore), afferma che nei miei libri è spesso presente una vena pessimista. Probabilmente non sono troppo fiducioso sulla capacità del genere umano di migliorare, dunque, anche nel disegnare una realtà alternativa come ho fatto con il ciclo Via da Sparta, gli elementi distopici prevalgono su quelli utopici. Il mio obiettivo scrivendo questa storia era, però, soprattutto quello di mostrare la precarietà delle situazioni storiche, far vedere come il nostro presente non sia il solo possibile, giacché basterebbe pochissimo a mutarlo radicalmente. Via da Sparta insegna che nulla è scontato, che modelli sociali, economici, culturali che diamo per ovvi potrebbero non essersi realizzati per nulla. Dunque, sì, l’ucronia può aiutarci a comprendere meglio il passato e il presente, ma anche il futuro. Farci capire come alcune scelte storiche siano state sbagliate e, magari, aiutarci a non fare nuovi errori domani. Certo, aver scelto una civiltà come quella spartana, per tanti aspetti percepita come negativa, mi è servito a delineare un mondo molto diverso, ma anche molto distopico, secondo il nostro moderno punto di vista. Tutto è relativo, però. Gli spartani probabilmente inorridirebbero a vedere il nostro modo di vivere.

Parlaci della tua serie Via da Sparta, che mette al centro del suo interesse una civiltà – quella spartana – storicamente sconfitta ma portatrice di un’immagine scabra e violenta, che trasuda dalle tue pagine.

Per poter delineare un mondo attuale, ucronicamente mutato, era utile scegliere una civiltà “sconfitta” e immaginarla, invece, incedere verso il massimo successo possibile. È quello che è stato fatto da molte altre ucronie, ma soprattutto con la storia recente, per esempio da Dick con il suo La svastica sul sole o da Harris con Fatherland, in cui immaginano una Germania vincente nella Seconda Guerra Mondiale. Far, invece, sopravvivere una città, sconfitta irrimediabilmente moltissimo tempo fa, 2400 anni, era qualcosa di nuovo. La filosofia spartana è qualcosa di radicalmente diverso dal nostro modo di pensare. Per loro la guerra era centrale. La forza e la salute fisica erano fondamentali. Gli uomini vivevano separati dalle donne. Le donne potevano avere più mariti. L’amore omosessuale e la pedofilia erano la norma. La proprietà privata era quasi assente. L’onore militare aveva un peso che non riusciamo più a immaginare. La tecnologia era malvista. Il solo lavoro onorevole per un uomo era la guerra. Il superfluo era disprezzato. Portare tutto ciò in un mondo moderno mi affascinava.

– Il tema dell’amore, della sessualità e delle sue distorsioni è pure parte importante della tua scrittura. Si tratta forse di un’allusione “sotto mentite spoglie” a quello che è diventata la società umana nel mondo reale? Anche in questo senso, insomma, Sparta è solo un pretesto per parlare di “noi”?

Certo, anche se si parla di mondi alieni, di realtà alternative, di passati remoti o futuri lontanissimi, ogni autore parla ai suoi contemporanei e del suo presente. Sparta è distopia, ma non tutto è negativo. L’attenzione per l’ambiente (seppur con modalità difficili da apprezzare) è, per esempio, qualcosa che potremmo imparare da questo ucronico Impero di Sparta, ma altri aspetti, sono esagerazioni di situazioni reali, come il bullismo, l’odio per il diverso, l’incomprensione tra i sessi, la guerra come soluzione a ogni problema, la violenza gratuita. Una delle cose che in questo romanzo appare davvero diversa è proprio il sesso. Il matrimonio è divenuto solo una forma di accordo economico, ma il vero amore, si dice, è “solo tra uguali”, ovvero tra uomini della stessa classe sociale o donne della stessa classe sociale. La famiglia è osteggiata come forma organizzativa. I bambini vengono allontanati dalle madri. Solo i padri più potenti della classe dominante mantengono contatti con i figli. Il romanticismo e la cavalleria non sono mai esistiti in questo presente ucronico, dunque anche l’amore romantico non esiste. Immaginare una società in cui l’eterosessualità e l’amore sono visti in modo negativo credo ci faccia riflettere sull’approccio che oggi abbiamo verso il sesso, in primis, sulle discriminazioni sessuali, ma anche verso il pudore. Nei romanzi gli spartani non usano abiti. Questo renderà difficile ricavarne un film, ma è la maniera visiva per rendere più evidente la radicale differenza tra i nostri universi.

In negativo, la tua idea sembra rimarcare il peso decisivo che la cultura greca (segnatamente, ateniese) ha avuto per lo sviluppo della nostra civiltà. Avevi in mente anche questo tipo di risvolto, nello scrivere Il sogno del ragno e il suo sequel Il regno del ragno adesso in uscita?

Uno dei motivi per cui ho scelto di far sopravvivere proprio Sparta, oltre che la sua lontananza nel tempo, era proprio in contrapposizione ad Atene. Quello che ho voluto mettere in evidenza è proprio un mondo in cui l’intera cultura ateniese è stata cancellata. Quando pensiamo alla cultura classica greco-romana, a volte, la immaginiamo quasi come un tutto unico, ma non era per nulla così. Sparta, per esempio, era diversissima culturalmente da Atene. Immaginate un mondo senza Socrate, Aristotele, Platone, Fidia, Prassitele, Eschilo, Sofocle, Euripide. Immaginate un mondo che non ami la filosofia, la musica, la pittura, la scultura: questo è il mondo di Via da Sparta. Senza la cultura ateniese non avremmo avuto il Rinascimento. Senza il Rinascimento, quante altre cose avremmo perso? Forse anche la Rivoluzione Francese, quella industriale e così via. Perdere la cultura ateniese, avrebbe significato avere oggi un mondo del tutto diverso, qualcosa, forse, di simile a quello che potete trovare nei tre volumi di Via da Sparta: Il sogno del ragno, Il regno del ragno e La figlia del ragno. Spero di aver fatto meglio della McDougall con il suo Romanitas, in cui, al giorno d’oggi, c’è ancora l’impero romano, ma la gente guarda la TV e va in automobile!

– Pensi che l’attitudine prevalentemente realistica della narrativa italiana rappresenti un limite? E, per converso, che i generi cosiddetti “fantastici” costituiscano invece un’opportunità?

Ritengo che il genere fantastico sia decisamente superiore alla narrativa “realistica”, per la semplice ragione che un autore fantastico non solo si limita a raccontare una storia, ma crea un mondo, un universo nuovo. Credo che un creatore di universi sia una figura assai più artistica e geniale di un semplice “cronista” di fatti di vita quotidiana. Eppure, so bene come la letteratura fantastica sia considerata, dalla critica letteraria “più importante”, come secondaria, se non inferiore. Eppure nella fantascienza, nell’ucronia, nel gotico, nell’horror, nel fantasy molti autori s’interrogano sulla condizione umana, sulla nostra psiche, sul nostro futuro, sul senso della vita e di molto altro in modo assai più ricco, fantasioso e approfondito di chi racconta solo di vicende ordinarie. Uno Stephen King, con i suoi mostri, è, per esempio, un grande esploratore delle schizofrenie e delle paure infantili e adulte.

Parlaci del tuo rapporto – e magari del tuo “metodo” – di scrittura, e dei tuoi prossimi progetti.

C’è una barzelletta famosa sui carabinieri (odio le barzellette, ma questa mi pare utile, per quanto non mi faccia ridere) che chiede perché vadano sempre in giro in coppia e che risponde “perché uno sa leggere e l’altro sa scrivere”. Bene, io non voglio essere come uno di questi due. Amo leggere e, nella misura in cui leggo, sento il bisogno di scrivere. Dunque, recensisco qualunque cosa legga, rifletto su quello che ho letto e mi sento stimolato a scrivere qualcosa magari di opposto rispetto a quanto ho letto. Leggere e scrivere, insomma, sono per me un tutto unico. Spesso, infatti, negli ultimi libri, inserisco varie citazioni all’interno dei capitoli o come inizio o nelle note, per far capire come tutto quello che scrivo ha delle radici in altri scritti.

Come scrivo? Per stratificazione. Magari un racconto posso anche scriverlo quasi per intero al primo passaggio, ma i romanzi prima li scrivo dall’inizio alla fine, poi li rileggo e nel rileggerli li modifico totalmente, poi li rileggo ancora e li modifico di nuovo. Smetto con questi passaggi solo quando le nuove modifiche diventano marginali.

I miei progetti? Tra pochi giorni uscirà Il regno del ragno, il secondo volume di Via da Sparta. Il terzo, La figlia del ragno, spero possa uscire dopo Natale. Ho poi scritto due raccolte di racconti apocalittici, entrambi rigorosamente ambientati a Firenze, il primo che descrive svariati modi in cui la città potrebbe venire distrutta e il secondo che la descrive dopo questi eventi. Queste antologie potrebbero uscire a fine 2019 o forse nel 2020. Sto ora scrivendo un intero romanzo sull’argomento, ma non so se funzionerà. Ho anche scritto un romanzo di fantascienza davvero particolare con Massimo Acciai Baggiani, si chiamerà Psicosfera e parla del potere della mente. Anche questo penso che uscirà tra vari mesi. Quando avrò finito il romanzo apocalittico, ho già una sfilza di idee da mettere in atto. Spero solo di campare abbastanza da realizzarne ancora qualcuna!  Se solo potessi avere una macchina per dilatare il tempo!

Carlo Menzinger di Preussenthal, nato a Roma il 3.01.1964, sposato, ha una figlia e vive a Firenze, dove lavora nel project finance.

Ha pubblicato varie opere tra cui romanzi ucronici (“Il sogno del ragno”, “Il regno del ragno”, “Il Colombo divergente”, “Giovanna e l’angelo”), thriller (“La bambina dei sogni”, “Ansia assassina”),  fantascienza (il ciclo “Jacopo Flammer e i Guardiani dell’Ucronia”), un romanzo gotico – gallery novel (“Il Settimo Plenilunio” scritto con Simonetta Bumbi). Ha curato le antologie “Ucronie per il terzo millennio” e “Parole nel web”, partecipato ad altre e pubblicato su riviste e siti web.

Il suo sito è                 www.menzinger.it

Il suo blog è              https://carlomenzinger.wordpress.com/

3 pensieri su ““Via da Sparta” – Intervista a Carlo Menzinger

  1. Il romanzo è un’ucronia e ci mostra come le cose non sono ma potrebbero essere. Ci mostra la fragilità della storia, come basti poco per farla deviare e, magari andare alla deriva. Diamo spesso per scontato che le cose siano come sono e che non potrebbero essere diverse, ma il nostro è solo uno dei mondi possibili, a volte né migliore, né peggiore di altri. L’ucronia facendo riflettere sulla storia, fa ragionare sul presente e ci può aiutare a evitare futuri indesiderabili.

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  2. Pingback: “Via da Sparta” – Intervista a Carlo Menzinger | La legenda di Carlo Menzinger

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