EDUCAZIONE SENTIMENTALE #9

di Giovanni Agnoloni

Pubblico questo racconto oggi 3 ottobre, data di nascita, nel1927, di mio padre Giorgio Agnoloni, che è venuto a mancare lo scorso 8 febbraio. Queste pagine, con la sua presenza silenziosa, attestano quello che il suo spirito sta ancora operando in me e intorno a me.

Veduta di Alleghe con il Monte Civetta sullo sfondo (foto di Alex d.b., da Wikipedia, di pubblico dominio)

“Alleghe & Friends”

Memorie della mia casa buia, immersa nella penombra lunare, nei riflessi blu cinese di un paesaggio che fuori è ormai spento, non fosse che per la luce elettrica dei lampioni.

Notte fonda, col sonno che tarda ad arrivare e qualche idea che chiede urgentemente di esser messa sulla carta.

Ma io vedo quella finestra, da una parte del salotto, e devo almeno andare ad affacciarmi un’ultima volta. Guardo la strada deserta, color marrone, con la scuola media e il suo cortile illuminato da luci giallastre, che sembra una piazza di Berlino Est prima del crollo del Muro. Non passa nessuno, e deve far freddo, anche se siamo ancora all’inizio dell’autunno.

C’è un che di cosmico e di definitivo, in questo paesaggio, quasi che le immagini color pastello dell’ultima ora del giorno si fossero spogliate dei loro abiti, rivelando, sotto, un’anima nuda.

L’onda lunga dei ricordi lontani e dei sapori che mi hanno lasciato in bocca nell’arco di tutta la vita mi aleggia ancora intorno. Sembra che la mia memoria sia pronta a riceverli.

Iniziano a giungermi delle immagini, come quando si riavvolge un nastro e ci si ferma in un punto a caso. Ripenso alle strade di Barcellona di notte, alle sue ampie avenidas, vagamente inquietanti, ai larghi incroci che si aprono nel reticolo di strade senza fine che è la pianta di quella città. Ripenso alla voglia che avrei avuto di perdermici, quell’estate del 2002 in cui ci andai, girando all’infinito, senza meta. Non potevo, perché non ero solo. Ma senza dubbio avevo voglia di anonimato, di invisibilità, di liquefarmi e mescolarmi con le cose: essere asfalto, statua, albero, artista di strada, fiume, cassonetto della spazzatura, e spalmarmi sulla realtà come un velo uniforme.

Ricordo Dublino, l’ultima notte della mia prima vacanza in Irlanda, nel ‘98. Il tragitto lungo il Liffey, dal pub cosiddetto “più antico del paese” fino a O’Connell Bridge, con le luci dei lampioni mescolate all’eco dei suoni provenienti da Temple Bar, dietro il primo blocco di case. Ma mi viene anche in mente quella notte che, nei primi tempi del mio soggiorno irlandese, dovetti fare diversi chilometri a piedi, perché non trovavo nemmeno un taxi. Avevo chiesto un’informazione a un tipo buffo incrociato per caso, e avevo scoperto che era fiorentino e bazzicava anche lui, come me, la Biblioteca dell’Isolotto. Sorpreso dalla coincidenza, mi ero messo in marcia a cuor leggero lungo O’Connell Street e attraverso Parnell Square, coi marciapiedi percorsi da pacifici tifosi alticci del Celtic Glasgow, che aveva appena vinto contro la squadra locale. Ancora un pezzo di strada, e poi il fortunato incontro con un tassista che stava per staccare, una breve contrattazione e il passaggio fino a casa.

Ancora, mi ritorna in mente la quiete dell’Alfama a Lisbona, alla fermata dell’eléctrico n°28, vicino al Miradouro de Santa Luzia, con il paesaggio che si apriva sul Tago e una sensazione di calma e di oceano che pervadeva il fresco notturno.

Guardo ancora fuori, in questa notte d’autunno, e mi pare di riconoscere mille altri echi simili a questi, nelle linee semplici ed enigmatiche della mia strada.

La notte ha moltissimi suoni e tante storie da raccontare: una macchina che passa strusciando sull’asfalto; una sirena di ambulanza che sibila nello spazio, distorta dall’effetto Doppler; un vago rollio di musica da discoteca, proveniente da chissà quale balera incasinata.

L’ambulanza arriva e si ferma davanti al palazzo di fronte, con il portello aperto e la luce dentro spalancata su un lettino verde vuoto. Quel colore, per qualche strana associazione mentale, mi evoca il ricordo di certi bagni di autogrill, puliti e igienizzati, ma che ti mettono lo stesso a disagio. Osservo i paramedici in azione, e mi domando chi mai si sarà sentito male, e perché. Mi volto e mi siedo sulla poltrona. Guardo il quadro nero della televisione, che non mi va di accendere, tanto a quest’ora trovi solo vecchi film, dibattiti soporiferi e porno di vario tipo. Ma non sono in vena autoerotica: troppi ricordi, per una fantasia in più.

Guardo verso un punto della libreria dove so che mia madre tiene le foto di quand’ero piccolo, e poi cerco con gli occhi uno scaffale dove sono esposti, in bella mostra, libri su cui ho sudato copiosamente, al liceo e all’università. Poco più in là c’è una lampada che una volta stava a casa dei nonni, a Scandicci, e che a volte mi faceva luce mentre studiavo. Adesso non c’è niente che mi illumini, da fuori, ma mi abbandono completamente a questo cocktail di immagini del passato, che sanno di pace e di tormento, come in un ossimoro di vita: tutto si risolve, annullandosi nel momento presente. Sento di essere di fronte a un’altra emersione di immagini, che non posso frenare.

Ecco il gusto intimo di certe giornate di pioggia, quando da bambino passavo le vacanze coi miei sulle Dolomiti. Anche stasera, col freddo incipiente, l’aria sa di montagna. Allora andavamo sempre ad Alleghe, accanto all’omonimo lago e sotto la cresta spiegata del Monte Civetta.

Facevamo tante gite. Ricordo soprattutto il percorso in una gola naturale, per andare alla Malga Ciapela e da lì prendere la funivia per la Marmolada: avevo sempre paura, a passare per quel budello stretto, e di solito tenevo gli occhi chiusi mentre lo attraversavamo, finché un giorno non li aprii.

Un’altra volta andammo a Cortina d’Ampezzo, e ho ancora vivo nella mente il parcheggio della stazione degli autobus, che un tempo era stata la stazione ferroviaria. Quel giorno mia madre salutò un signore di una certa età, distinto e dall’aria un po’ altera; lui ricambiò inclinando la testa e pronunciando un asciutto «Buongiorno». Le chiesi chi fosse, e mi disse che si trattava di Indro Montanelli.

Poi ci fu una gita sul Lago di Carezza, uno specchio d’acqua purissima e azzurra ma gelida, dove solo i tedeschi osavano tuffarsi. Oppure Canale d’Agordo, luogo natale di Papa Luciani, il Giovanni Paolo I ricordato per l’angoscia di una fine prematura e densa di mistero: mia madre mi aveva parlato di lui, e il paesino, con le case vecchie dalle pareti annerite dall’umidità secolare – compresa quella dove lui era nato –, mi sembrava aver assorbito il dramma della sua vita.

E infine c’era Alleghe. Quel posto aveva un che di magnetico, e insieme di perverso. Sarà che i miei mi avevano detto degli inquietanti delitti raccontati da Sergio Saviane nel suo libro I misteri di Alleghe, imperniato su quattro omicidi avvenuti qui tra il 1933 e il 1946. Ma la prima volta che venimmo in vacanza in questo bellissimo paese sulle rive dell’omonimo lago avevo solo sei anni, e potevo capirne poco. Resta il fatto che ancora adesso, seppur di rado, mi capita di sognare, la notte, quel paesaggio luminoso ma soffocante. Ci si poteva sentire una cappa di enigma, che non si sapeva spiegar bene. Solo in seguito avrei trovato, nel carattere di alcuni abitanti, tracce di quello che doveva essere stato il clima di omertà del passato. Ma naturalmente la realtà era cambiata. Adesso era lo scenario naturale a prevalere. Da una parte c’era il Monte Civetta, alto nel suo profilo orizzontale e seghettato, quasi un’enorme bandiera ondulata da un vento iperboreo, capace di tingersi del rosa più meraviglioso, le sere in cui il tramonto era sereno. Dall’altra, lo Spitz, un monte boscoso e segnato da un’enorme cicatrice: l’impronta lasciata dalla frana che se ne staccò nel 1771, seppellendo tutta la vallata del torrente Cordevole e creando uno sbarramento che diede origine all’attuale lago. Le case che sorgevano in basso furono tutte sommerse e, secondo alcuni, sarebbe stato ancor oggi possibile udire, da sotto l’acqua, il suono delle campane della vecchia chiesa del paese.

L’intera regione era impregnata di storia. Queste erano zone in cui, durante la prima guerra mondiale, si era combattuto nelle trincee, che spesso erano ancora visibili lungo le pareti rocciose. La dimensione della montagna, così, acquistava ai miei occhi il colore sfumato della fatica, del sacrificio e del pericolo, al quale si univano gli odori penetranti della natura, dalle fronde degli alberi ai bachi terrosi che mio padre usava per pescare, prendendoli dalle zolle rigirate. Tutti aromi che ancora adesso, a volte, in posti diversissimi, mi raggiungono inaspettatamente, facendomi sentire di nuovo lì, per un istante. Improvvisi spostamenti dimensionali, rapidi come una folata di vento carica della fragranza di una torta, o magari di uno strudel, tanto popolare da quelle parti. In altre occasioni, sedendo a bere qualcosa di caldo in un paese nordeuropeo, mi è capitato di provare nuovamente, con grande chiarezza, il gusto di certe serate passate in albergo o in residence, coi miei genitori o con amici conosciuti in vacanza, durante una partita a carte, con una fetta di dolce nel piatto e una tazza di tè.

Spesso si passeggiava fino alla parte alta del paese, dove c’era una piazzetta antica contornata da case con il piano superiore occupato dalle scorte di legname. Nel mezzo c’era una fonte dove le donne, sia pur di rado, lavavano ancora i panni, come nei tempi passati. Lì vicino abitava Marco, l’orologiaio, timido, comunista e semi-innamorato di una vicina di casa, nei confronti della quale sembrava non volersi mai esporre troppo. Ingobbito dal suo lavoro, ma alto e scattante quando andava su per le salite, aveva dei baffetti che avrebbero potuto essere argentini e un labbro inferiore leggermente sporgente, col quale sembrava sempre pensare a qualcosa. Era una persona mite e paziente, che, vivendo in solitudine, aveva imparato a fare di necessità virtù. Di lui c’erano due cose che non potevano sfuggire: la sigaretta sempre accesa e il muso buono del suo setter irlandese, morto e poi sostituito da un altro identico e con lo stesso nome. Marco non si scocciava mai, se lo andavi a trovare. A mio padre piaceva perché era tranquillo e silenzioso. A volte andavano a pescare insieme.

Ricordo una delle ultime sere che lo incontrammo, quando ci venne a far visita nella casa che i miei avevano preso in affitto. Arrivò senza preavviso e senza far rumore, come faceva lui. La mattina dopo saremmo ripartiti per Firenze, e doveva sentirsi solo. Si sedette col babbo in cucina, mentre mia madre gli offriva qualcosa da bere. Il nostro amico aveva tutta l’aria di non essere al primo goccetto della serata, ma accettò volentieri e rimase lì, biascicando il sapore del vermouth e qualche discorso sconclusionato. Alla fine gli si inumidirono un po’ gli occhi, ma a quel punto ci salutò e se ne andò quasi di corsa.

I miei genitori, qualche anno dopo, tornarono ad Alleghe senza di me e passarono dalla sua bottega. Marco c’era sempre. Invecchiato, malato di enfisema e con un tubicino infilato in gola.

Non aveva mai voluto smettere.

 

 

8 pensieri su “EDUCAZIONE SENTIMENTALE #9

  1. Tra le montagne, presenti o ricordate, lo spirito e gli spiriti sono sempre presenti e li si può ritrovare. E’ una ricchezza per tutti.

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