“Notturno con sax”, di Rossana Pavone

Notturno con sax

di Rossana Pavone

Aveva imboccato per caso il viottolo in discesa e la vecchia moto che lo accompagnava da tanti anni sembrava scegliere autonomamente il percorso migliore su quel terreno sconnesso.

Arrivato alla spiaggetta compì l’unico consueto movimento con cui, smontando, appoggiava il mezzo al cavalletto. Questa volta, però, non c’era nessuno da aiutare a scendere dalla sella.

Sfilò il casco e si avviò seguendo i suoi passi. Non si accorse del respiro cadenzato del mare, né delle cicale che avevano ritrovato il ritmo del loro canto, l’ultimo prima del calare della notte, interrotto dal rombo estraneo di quel motore sconosciuto e potente.

Si era lasciato cadere sulla sabbia, stordito dall’assenza dolorosa che aveva preso il posto dei suoi pensieri. La sua figura era in contrasto stridente con l’armonia di quell’angolino riposto, abbracciato dalle rocce ancora tiepide di sole, lambito dal mare già tremolante dei riflessi della notte. Dopo un tempo indefinito si rialzò, allacciando meccanicamente il giubbotto, con passo rigido e cieco raggiunse la moto fedele, l’avviò col gesto noto e si allontanò accompagnato dal rombo basso del motore.

Non notò la piccola abitazione abbarbicata alle rocce, dello stesso colore, in perfetta sintonia con esse, che apriva piccole finestre da cui trapelava una luce. Non sentì muovere un’imposta, né scivolare leggero un gatto ritagliato nel colore della notte.

La baia tornò silenziosa per poco, per riaccendersi poi del frinire dei grilli che davano, nel buio, il cambio alle cicale.

Qualche sera più tardi la caletta riconobbe la vibrazione bassa e potente, mentre passi incerti sembravano cercare le tracce già percorse fino al posto sul limite dell’acqua. Il ragazzo sedette, sbottonando il giubbotto e allungò le gambe davanti a sé, appoggiandosi alle braccia tese.

Più tardi si alzò, per allontanarsi poi come la volta precedente. Di nuovo le imposte si chiusero e la luce svanì dietro a esse.

 

Il rito serale si protrasse per giorni, con un impercettibile e progressivo cambiamento nel ragazzo, che sembrava ammorbidirsi mentre raggiungeva il suo posto vicino al mare, attento alle voci notturne, in ascolto al dipanarsi del programma noto che colmava il silenzio allo spegnersi dl motore.

Un giorno, poco dopo il tramonto – la notte cominciava a impossessarsi della spiaggia sempre prima – l’ospite si avviò al suo appuntamento recando un astuccio di pelle. Si sistemò sulla sabbia che non riusciva più a conservare il tepore del sole e liberò dalla custodia uno strumento che scintillava debolmente nel buio. Accostò alle labbra il sax e trasse alcune note, un po’ incerte, esitanti, quasi dimenticate. Le cicale e i grilli tacevano già da tempo. Nessun suono accompagnava il suo procedere.

Provò ancora qualche brano, poi ripose lo strumento, preparandosi al ritorno. Alle sue spalle si era aperta la piccola finestra, incorniciata dal tenue lume che proveniva dall’interno.

Le sere successive ascoltarono un suono più sicuro che armonizzava con la risacca, con il buio, con il mutare del cielo. La musica struggente leniva la sofferenza, esorcizzava il dolore e la solitudine, mutevole come uno stato d’animo, fragile come la vita stessa che riprendeva a scorrere in quel corpo, trasparente come la speranza.

Dalla finestrina illuminata fiocamente scese una cascatella di note, accordi interlocutori di un pianoforte che chiedeva spazio. Il sax si interruppe, per rispondere poi, stupito e disponibile. Il buio accolse un duetto un po’ incerto e improvvisato, ma caldo di possibilità.

 

La notte seguente era carica d’attesa, sulla spiaggetta. Allo smorzarsi del motore la finestrella s’illuminò e il ragazzo si avviò liberando il sax dalla custodia. Propose passaggi più e meno noti, più e meno recenti, e si accorse che il pianoforte si accendeva di virtuosismi e variazioni nei brani più antichi e classici. Le note salivano e si confondevano, si sostenevano vicendevolmente cercando un accordo e l’oscurità si diluiva nell’alba quando l’ospite si accomiatò e la finestrella si richiuse.

 

La sera successiva uno spartito giallo di tempo attendeva sulla sabbia. Il ragazzo non sapeva che fosse solo il primo di una lunga serie. Lo raccolse turbato, avvertendo un calore particolare pervadergli le dita che trattenevano quell’antica carta. Lesse la musica e provò ad appoggiare le labbra allo strumento, mentre il fiato tardava a sostenere l’emozione.

Lo riscosse il pianoforte col suo invito e il sax lo seguì docile. Il fraseggio si allargava e si intrecciava con eleganza, armoniosamente, allontanandosi ad abbracciare il passato, ricongiungendosi inaspettato al presente, sorvolando sul dolore e sugli avvenimenti recenti e trascorsi, traendone forza per il futuro, amalgamando due esperienze e due vite che si parlavano sulle ali della musica.

Il ragazzo attingeva alla saggezza pacata del suono purissimo che arrivava dalla finestrella opalescente e il pianoforte traeva energia nuova da quel giovane sax candido e coraggioso.

 

Sempre più spesso la luce fioca della finestrella sbiadiva nel giorno che sopraggiungeva. Il colloquio tra i due strumenti spaziava su mondi noti e universi da esplorare, su vicende che volevano rivivere e altre che cercavano il silenzio. L’incontro serale di quei due spiriti accendeva nell’uno il coraggio di tornare trionfalmente alla vita e nell’altro la capacità di portarla a termine serenamente, consapevole del tempo già speso.

Notte dopo notte si sentivano sempre maggiormente attratti dalla grandezza del mistero di tutto quanto li circondava, ampliato dal buio, mentre con sempre più generosa sincerità cercavano nel profondo di se stessi l’intima conoscenza di donare all’altro, incoraggiandosi, spronandosi, appoggiandosi all’intensità delle note per raggiungere vette che, da soli, non avrebbero neanche potuto immaginare.

 

Un giorno il ragazzo fu raggiunto dalla notizia che la casa sulla spiaggia aveva preso fuoco nelle prime ore dell’alba. Rivide la luce tremula di là dalla finestrella e intuì che il danno doveva essere partito da quella candela.

Salì sulla moto, complice di tanti momenti, assecondato dal ritmo del noto rimbombo, seguì il solito itinerario per arrivare alla spiaggetta, del tutto nuova nella luce del sole. Un gatto smilzo gli si fece incontro, cercando schivo una carezza, mentre il fumo acre ancora stagnava nell’ aria.

La piccola folla di persone che si occupavano della vicenda non lo infastidiva, perché non avrebbe potuto invadere l’intimità delle notti trascorse. Era comunque disorientato dall’aspetto così insolito che quel luogo aveva assunto con l’avanzare del giorno, che non lasciava spazio all’immaginazione, che respingeva le ombre: non si era mai accostato al suo strumento prima dell’imbrunire, non si sarebbe sentito sufficientemente libero.

Entrando nella casa vide che l’intervento dei vigili del fuoco ne aveva risparmiato buona parte. Posò leggermente lo sguardo sullo scarso mobilio e fu attratto dalle fotografie alle pareti. Alcune erano di grandi interpreti della musica internazionale, con dedica. La maggior parte ritraeva la nota pianista in tutte le fasi del suo successo. Si fermò a studiarne la figura, la foggia antiquata dei vestiti e della pettinatura, la luminosità degli occhi e del sorriso, colpito dalla perfezione di quelle mani che avevano attraversato, indenni e vitali, quasi un secolo, per regalargli, in ultimo, uno stimolo vibrante di vita.

Qualcuno lo distolse per raccontargli che l’anziana signora era stata trovata accasciata sul pianoforte, dove probabilmente la morte l’aveva colta mentre suonava. No, appena dopo – avrebbe voluto correggerlo – abbiamo terminato fino all’ultimo movimento del concerto e sono andato via che l’aria palpitava della nostra musica.

Altri particolari li ebbe da una donnina gentile che sbrigava qualche faccenda domestica: la signora ultimamente era più serena e la sera si cambiava d’abito, come al tempo dei concerti. Entrati in casa, allarmati dal fumo, l’avevano trovata con un’espressione quieta e assorta sul viso. Guardandosi intorno vide il pianoforte, intatto: la candela che aveva appiccato il fuoco era rimasta abbandonata vicino a una finestra aperta e probabilmente si era rovesciata per un colpo d’aria, incendiando le tende.

Sopra una sedia stavano alcuni spartiti: in ordine tutti i brani eseguiti insieme, fermati da un ciottolo preso sulla spiaggia. Li raccolse come se lo stessero aspettando e si avviò alla porta sfogliandoli. Mancava l’ultimo.

Uscendo nel sole e nella brezza che arrivava dal mare vide un foglio ingiallito che svolazzava piano: lo raggiunse in due lunghi passi e lo mise sopra tutti gli altri.

 

2 pensieri su ““Notturno con sax”, di Rossana Pavone

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.