Tanaliberetutte

di Barbara Pesaresi

È una vecchia foto. Loro sono in piedi, una stretta all’altra, si tengono a braccetto. Sui loro volti si percepiscono sorrisi incerti, forse timidi o forse diffidenti. La foto è sbiadita, come se un velo di foschia vi si fosse depositato sopra.
Oh, Signore, la vita e l’onore, il grano da vendere e i soldi da spendere, un buon marito in questa vita e il paradiso nell’altra – cantilenava la Venusta, arrampicandosi faticosamente su per i tre gradini di casa mia. Gli occhi perennemente sbarrati, annaspavano dietro occhiali dalle lenti spesse e unte. Le altre seguivano a ruota, sbucando una ad una dalla nebbia come falene attirate dalla luce al neon della cucina. L’Elisabetta dalla lingua schietta e le gambe storte simili a due parentesi tonde, Pina il gazzettino, l’Adelina dalle tette così grosse e pesanti che quando camminava dondolavano come le mammelle delle vacche, e poi Flora, un donnone alto e quadrato dallo sguardo sarcastico sempre in disaccordo con le amabili parole che le uscivano di bocca.
Arrivavano in ciabatte, infagottate in informi e scuri grembiuli dalle tasche gonfie e cascanti, sorta di cassette di pronto soccorso dove dentro ci potevi trovare di tutto, dai santini alle fette di salame. Avevano modi bruschi e facce d’una volta, piagate da quella tara millenaria che è la fatica delle donne. Nei crudi pomeriggi novembrini di bassa marea, si riversavano in spiaggia con i loro stivaloni di gomma e le gonne arrotolate in vita a raccogliere poveracce e lumachine. Camminando chine si allontanavano dalla riva, e mano a mano che la foschia saliva dal mare e si ispessiva, una alla volta sparivano, inghiottite dalla nebbia. Rimaneva qua e là un alone bianco: il loro sedere, che infilato in candide mutande si esibiva con grazia in un garbato sberleffo.
Coetanee della nonna Marianna, nate a cavallo tra l’ultimissimo sbuffo dell’ottocento e il primo del novecento, su suo invito e istigazione del prete, si riunivano a casa nostra una sera a settimana, in inverno, dopo cena, per recitare il rosario. Quanto pesasse, in quegli incontri serali, la devozione e quanto il desiderio inconfessato di scrollarsi di dosso per un poco i pesanti doveri familiari non saprei dire, fatto sta che dopo l’ultimo amen la serata proseguiva a chiacchiere, lupini e sangiovese.
Prima di iniziare la preghiera, ciascuna di loro inclinava una sedia verso di sé, vi appoggiava un ginocchio sulla seduta e le braccia sullo schienale. Dalle mani raccolte penzolavano pazienti corone di finti granati e zaffiri, le cui croci disegnavano nel vuoto ipnotici cerchi concentrici che catturavano la mia attenzione. Il ritmo lento e cadenzato della preghiera faceva il resto, così che ogni tanto mi addormentavo.
Di questo piccolo esercito, l’Adelina era la più invidiata. Sposatasi giovanissima, era rimasta vedova dopo pochi mesi poiché il marito era morto al fronte durante la prima guerra mondiale. Questo le dava diritto ad una pensione che le permetteva di campare senza lavorare. Avevano attraversato due guerre, patito fame e miseria, lavorato duramente, allevato figli, curato i vecchi di casa e spesso preso botte da mariti ubriaconi. La vita cercò di pareggiare i conti con la vedovanza, il resto lo fece la pensione di reversibilità. Per la prima volta si trovarono in tasca dei soldi da gestire in autonomia. Qualcuna cominciò ad andare tutte le settimane dalla parrucchiera e a indossare abiti dai colori un po’ più allegri, qualche collana fece la sua timida comparsa a impreziosire quei seni prosperosi, e la sera le carte da briscola presero il posto della corona.
Tornando al rosario, non ero obbligata a parteciparvi, ma mai e poi mai vi avrei rinunciato. In quelle sere la cucina si trasformava, nella mia fantasia, nell’antro delle streghe, e da un momento all’altro mi aspettavo di vedere il diavolo fare capolino dalla tasca di un grembiule. Io, il diavolo, lo immaginavo alto alto secco secco e con la gobba, vestito di nero, con gli occhiali e la testa piccola e pelata che ricordava un cece. Più tardi mi sono resa conto che gli attribuivo le stesse caratteristiche del povero don Antonio.
Mia madre e mia zia partecipavano più per dovere che altro. Quando mia zia cominciava a scocciarsi alzava il volume della voce e accelerava il ritmo della preghiera. Gli uomini erano latitanti, ché pregare e perorar cause perse era roba da donne. Anche quelli di casa sparivano, mio zio se ne scappava al bar a giocare a carte e mio padre partiva per Yuma insieme a Tex Willer e Kit Carson.
Poiché quelle riunioni avvenivano soltanto a casa mia, non sapevo se andarne fiera o vergognarmene. Erano gli anni sessanta, anni di profonde trasformazioni, e per quel che riguarda il contesto in cui vivevo, la riviera romagnola si avviava verso quell’esplosione turistica e di cemento che ne avrebbe cambiato irrimediabilmente, nel bene e nel male, l’anima e i connotati. Anche se ero troppo piccola per essere consapevole di tutto questo, ne avvertivo lo scoppiettare come di popcorn sotto i piedi.
Di lì a poco queste ragazze del secolo scorso sarebbero svanite nella nebbia insieme al loro mondo. E lì sarebbero rimaste, in paziente attesa del tanaliberetutte della memoria, una stretta all’altra, con il loro sorriso incerto, sul fondo di una vecchia scatola di latta piena di bottoni con, sul coperchio, deliziose signorine in stile Belle Epoque che passeggiano lungo un viale alberato e si allontanano senza voltarsi indietro.

2 pensieri su “Tanaliberetutte

  1. Davvero molto bello e vivo, questo racconto. La cosa che rimane di più, forse, è l’immagine delle donne che raccolgono lumachine di mare col sedere all’aria nei mutandoni bianchi…

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  2. Grazie.

    @giovannamenegus
    Grazie. La memoria è sorgente d’acqua viva, dobbiamo averne molta cura perché è lì la nostra matrice, almeno secondo me.

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