SUL TAMBURO n.78: Marino Magliani, “Prima che te lo dicano altri”

Marino Magliani, Prima che te lo dicano altri, Milano, Chiarelettere, 2018

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di Giuseppe Panella

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Questo romanzo si basa su un desiderio rimasto inesausto: mettere in parole la nostalgia di una patria nella quale non si è potuto vivere come si sarebbe voluto. I personaggi della storia si ritengono tutti esuli (molti, come Christel, la matura mediatrice di immobili per i “russi” di cui Leo si invaghisce e che vorrebbe portarsi a letto) e il loro soggiorno sulla riviera ligure Magliani è un narratore nato e la sua ricerca linguistica non è mai disgiunta dalla volontà di raccontare storie, di illuminare con la luce radente dello stile vicende umane di grande spessore e di dolorosa potenza. Questo suo ultimo romanzo racconta un durissimo apprendistato di vita ma anche la struggente riconquista di un passato. Leo Vialetti di Sorba (Imperia), ligure come quasi tutti i protagonisti dei romanzi di Magliani, nasce e appartiene a una Liguria scabra, rocciosa, poco generosa con i suoi abitanti che pure la amano, costruita su baluardi montuosi, intervallati da brevi tratti di pianura, da salite erte e difficili, popolata di cinghiali e di uomini spesso più testardi e duri di quegli stessi animali selvatici cui danno la caccia.

Nello stesso tempo, il romanzo di Magliani descrive un mondo che dovrebbe risultare radicalmente opposto a quello nativo del protagonista: la Liguria e l’Argentina appaiono nelle sue pagine due continenti diversi e lontanissimi, eppure simili nel loro rapporto con l’umanità dolente che le abita.

Leo Vialetti vive la sua adolescenza sanza paje, senza padre, figlio unico di una madre severa e scorbutica, che lo costringe a prendere lezioni private da un italo-argentino, Raul Porti, che possiede una villa a Sorba e che si rivela più che un insegnante un maestro di vita. Leo lo accetterà sia pure in maniera recalcitrante e vivrà con lui momenti esistenziali che si riveleranno indelebili per il ragazzo e la sua formazione di uomo. Il ricordo di Porti sarà così lancinante che lo spingerà a vendere la propria casa di famiglia per acquistare la villa abbandonata e fatiscente dell’italo-argentino. Poi la necessità di sapere qual è stato il destino dell’uomo, considerato un desaparecido

tra i tanti, farà sì che Leo parta per l’Argentina alla ricerca di sue notizie. Ne scaturirà un’avventura che non ha nulla da invidiare a un romanzo poliziesco della scuola hard-boiled, con tanto di indagine e scontro fisico finale,

Ma perché Leo vuole sapere a tutti i costi qual è stato il destino di Raul Porti? Perché vuole incontrarlo assolutamente a costo di rischiare la vita? Come viene detto circa a metà del romanzo, l’italo-argentino è senza ombra di dubbio suo padre – sua madre non l’ha mai voluto sposare e anzi ha sempre ostentato un distacco forse fin troppo sprezzante nei suoi confronti.

Raul è stato il suo unico amore e il figlio nato da quell’incontro l’unico interesse della vita di una madre apparentemente fredda e distaccata ma capace di slanci d’affetti come l’aver permesso un contatto diretto tra padre e figlio. Il goffo e sgraziato Leo è stato amato – sia dalla madre sia da Porti che si è disinteressato a lui quando era in Argentina ma che sarà pronto a proteggerlo una volta rientrato in rapporto con lui. Porti è una figura ambigua: abile commerciante di terreni, oppositore del regime militare argentino, vittima delle torture da parte degli sgherri al servizio di Videla, ostenta disinteresse per la politica e non mostra alcuna passione visibile per tutto ciò che lo circonda. Eppure in Liguria si era dedicato con sincero interesse all’educazione di un ragazzo difficile e spesso sgradevole come Leo. Il quale da adulto non ha mai combinato granché se non innestare piante e uccidere cinghiali. La sua vita a Sorba è fatta di una routine quasi ossessiva di defoliazione, innesti, caccia ai cinghiali nocivi: senza amore e senza tragedia.

La scintilla che lo spingerà a partire per l’Argentina e realizzare il suo sogno di rivedere Porti sarà la necessità di comprare la casa in cui l’italo-argentino era vissuto per impedire che se ne impadroniscano i “russi” che hanno colonizzato quella zona della Liguria. Vendere la casa in cui abita diventa una necessità quasi impellente e lo stesso rimettere in sesto la casa abbandonato di Porti ma non basterà a vincere la nostalgia del padre perduto.

Liguria e Argentina rappresentano due mondi diversi che, tuttavia, convergono in un identico sogno di armonia perduta. Leo pensa che ritrovare il padre risolverà il suo rapporto con la vita (le sue difficoltà con le donne, ad esempio, come dimostrano le gaffes e lo scarso successo che ha con Christel, la mediatrice di terreni e immobili cui si rivolge per vendere la propria cosa).

La prosa scabra e pur tornita di Magliani rende con coraggio e affezione la durezza della terra ligure ma dimostra anche la qualità della sua bellezza e l’amore che per essa hanno i suoi abitanti:

«Rotola ancora una pietra. Poi la notte s’è fermata anche sugli orli di costiera, come il lembo di una coperta posata già da tempo sul resto della valle. Brillano i gruppetti di case, i fari delle macchine ogni tanto spariscono nel bosco di ulivi. Da qualche parte – nel buio non si capisce mai in quale altrove o tempo – , sul costone di Rocca dell’Altare, uno dei tre punti luce che discendono i prati a zig zag – gli altri sono Ostricae Quello dei cani – è la torcia elettrica di Leo Valetti» (p. 330).

Dopo l’Argentina, la pampa e le metropoli del Sudamerica, Leo ha capito che il suo posto è là, tra le rocce e gli ulivi, tra i cinghiali e le stradine di montagna, in un posto dove la sua anima potrà essere felice.

 

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