Adriana Libretti, Parole presenti (Le Mezzelane 2018)

Ricordate la battuta di Woody Allen che conclude con la voce fuori campo lo splendido Io e Annie? “Bè, credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti uomo-donna. E cioè che sono assolutamente irrazionali, e pazzi. E assurdi. Ma credo che continuino perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova”. Non è un caso che mi sia venuta in mente leggendo questo ultimo libro di Adriana Libretti. La comicità di Allen è tutta costruita sulla parola. L’autrice è un’attrice e doppiatrice. E Parole presenti si chiama questo suo libro. Le “uova” – ma se volete le relazioni con gli esseri umani, gli oggetti e le parole – Adriana ha imparato a coglierle da bambina frequentando la Casa del Sole di Milano, meglio conosciuta come Scuola all’aperto del Trotter. Nata per educare, irrobustendoli, i bambini più gracili delle famiglie meno abbienti, aveva poi introdotto la sperimentazione di metodi di apprendimento molto innovativo. Di questa scuola dal 1956 al 1963 sua nonna paterna, Nonna Bea, fu Direttrice. I bambini venivano educati alla “cooperazione”, accompagnati a condividere la gestione di una piccola banca di risparmi, l’orto, la fattoria.

Sembra facile scrivere sul Bacio. Non lo è affatto. “Proprio come non lo è affatto cuocere alla perfezione un uovo al tegamino”. Si coglie che l’umanità di Adriana Libretti viene da lì. Anche l’amore per la parola nella sua dinamica “globale”, credo, le è derivato da quell’imprinting iniziale. Questo libro è infatti un alfabeto intimo e familiare, un abbecedario di parole-chiave nella formazione e nell’esistenza dell’autrice, tenute insieme, però, non dalla semplice sequenza letterale, ma dalla loro collocazione nel contesto lessicale costruito dalla memoria, dalle sensazioni e dai sentimenti. Più che una sequenza, dunque, un ordito, anzi, una maglia, una rete che assolve al compito – come per il Ragno a cui l’autrice dedica una delle sue parole – di mettere ordine tra i ricordi e dentro questo abbozzare un bilancio o provare a tracciarlo.

Le parole fuoriescono dalla memoria come gli oggetti di teatro dal baule di scena o dall’Armadio di casa. Ciascuna parola è una madeleine, ovvero nella ricerca dell’autrice, un Bottone, ciascuno diverso per materiale e fattura per dare forma al tempo perduto e ritrovato. Ciascuna parola di questo abbecedario sentimentale è un capitolo del libro che si chiude con un haiku. Fiore sull’acqua –/ più l’onda lo raggiunge/ più lo sospinge./ Gioco gradito questo/ a Nettuno e Cupido. E la successione dei capitoli è interrotta da sei racconti che legano insieme alcune delle parole di quelle già declinate. C’è da domandarsi se in queste pagine c’è una lettura nostalgica. La risposta la trovo alla voce Inchiostro. Qui vengono dedicate alcune pagine alla scritture, ed in particolare agli ideogrammi con inchiostro di china della cultura orientale, scoprendo che in questa attività si può provare ebrezza senza preoccuparsi all’oggetto della rappresentazione. “La carta è il campo di battaglia”. La memoria è al servizio della scrittura e non il contrario. Così come uomini e donne che  – cita Anna Maria Ortese – “possono non avere vero nome, essere forze ostinate, ignoti suoni.”

Adriana Libretti si commuove o si intenerisce ma non prova mai nostalgia. Neppure quando ricorda la madre che per i suoi figli abbandona la carriera di Cantante, o il padre duro e insicuro, gli anni beat dei concerti del Re Nudo al Parco Lambro negli anni ’70, o i primi amori, quelli “paradossali” e quelli neri di “pece”. L’anima di questo libro, in realtà, più che sentimentale, è geografico, nel senso che il tempo assume via via la forma degli spazi e dei luoghi della vita. Le immagini legate alle colonie infantili sulla Sila, il mare della Liguria e quello dell’Adriatico, le camminate in montagna, l’Adda o l’India, il Vento della Maddalena. Non esiste, dunque, passato, perché questa geografia è fisica e presente. “Ci si innamora solo se si ha voglia di esplorare un’isola sconosciuta anche se non c’è luna.”

Camminando lungo questi luoghi, anche sul ritmo della passione mimetica che le viene dalla recitazione, Adriana Libretti ha rischiato forse di smarrirsi tra tante multiformi identità. Ecco che la scrittura è intervenuta a salvarci, dettare il tempo, a concedere quell’apnea che il Temporeggiamento concede al flusso continuo delle cose, consentendo di coglierle nella loro bellezza attuale, nel momento stesso in cui accadono. In questa sospensione galleggiano le parole, coltelli per ferirci, Salvia per lenirci, Vestito per sopravvivere. “Osservando il volo degli uccelli, gli antichi interpretavano il futuro. A me capita, invece, di riuscire a stare nel presente giusto quando di un uccello ascolto il canto. Tanto che, come per magia, non esistono più né futuro, né passato.” E’ nel presente di queste parole che l’autrice è riuscita, dopo tanto girovagare, a trovare la sua Unione più profonda. Al contrario di quello che si poteva aspettava, non troviamo approdo o bilancio nell’ultima parola di questo alfabeto. Anzi, l’ultima parola si mimetizza e di fronte a noi troviamo solo il mare aperto.  “Sotto il mare codici, ancora tutti da decifrare.”

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