Ilaria Palomba, “Disturbi di luminosità”

Da Disturbi di luminosità, di Ilaria Palomba. Gaffi Editore, 2018

Ascolto i rumori della strada, invadono. Mi lascio invadere, senza tuttavia lasciarmi scalfire. Fuori ci sono gli zingari, un uomo che vende rose e un altro che rovista nel cassonetto.

Arriva una voce di donna, il rombo di un’auto, c’è il vento. Poggio le mani sul vetro, lascio i segni. Disegno serpenti con le dita, le porto a me, stringo la carotide fino a farmi mancare l’aria.

Immaginami sul divano, i piedi scalzi, laidi, il vestito nero arricciato sulle cosce, i capelli scarmigliati e il cuore che batte a centottanta bpm.

Non c’è nulla che somigli a un attacco di panico, l’ansia è fisica, quello che io provo ha a che fare con il pensiero. Anche se il corpo dovrebbe essere tutt’uno col pensiero, io li vivo dissociati. Di fondo anche il mio corpo non sta bene. La mia testa è piena di rimbombi. Ma sono le cose che penso a gettarmi di faccia in un baratro. È l’eterno ritorno dell’identico, da questo non si può guarire, non si può guarire da sé stessi. Posso soltanto tapparmi le orecchie. Sbatto contro un caleidoscopio dai mille volti e sono sempre io e non posso fingere di non vedere.

Dicevo: Non sono sicura che questa realtà sia vera.

Papà diceva: Prima di te se l’è chiesto anche Cartesio.

Dicevo: Non è solo una questione teorica.

Diceva: Studia, leggi, impara, non prendere droghe, col tuo carattere le droghe slatentizzano.

Quel che non diceva era cosa queste droghe potessero slatentizzare. Tutto ciò che può divenire in atto, esiste già in potenza.

Io volevo vedere fino a che punto si può arrivare lanciandosi nel vuoto. Lo facevo. E cadevo. Ogni volta non toccavo mai fondo, ma cadevo e cadevo e cadevo e tutto si ripeteva in un incubo di demenza.

Ascolto la voce di mio padre nel passato. Un frammento. Una formula che si ripete sempre identica: Non esagerare i sintomi…. Ma io non li ho mai esagerati, erano veri. Ho soffocato quelle ossessioni perché loro mi obbligavano a smettere. Ho sotterrato il vuoto in un’illusione di pienezza. Ho sotterrato l’assenza in significati impropri. Dicevo di essere chiusa in un labirinto senza via d’uscita e tutti lì a dirmi: non esagerare, tu stai benissimo. Vuoi vedere cos’è la pazzia? Vuoi vederla? Questa è la pazzia. E mi mostrava gente del centro di igiene mentale. Gente per lo più sformata. Ma non trovavo in loro quella pazzia che diceva lui, io non li distinguevo dalla gente normale, io non comprendevo loro esattamente come non comprendevo i normali, per me l’altro era sempre la stessa assurdità. Mi sentivo chiusa in un labirinto di voci che non significavano nulla. Mi sentivo falsa e sulla finzione basavo il mio stare al mondo. Fingi di stare bene, fingi di essere felice, fingi di comprendere le parole, fingi di essere intelligente, fingi di essere bella, fingi di provare emozioni, fingi di essere viva.

Volevo percorrere per intero il mio baratro, cercavo di capire dove si potesse arrivare, cercavo soltanto la mia verità e invece poi mi veniva quel dubbio di non stare al mondo, di non riuscire a parlare con nessuno.

La domenica mattina, dopo le feste, mi chiudevo nel letto. Una scatola di latta, una prigione, dove non si poteva dormire. Usavo il computer e giocavo con le false identità del mostro che per anni mi ha ingannata – non era un vero mostro ma solo la mia nemesi o una parte di me – giocavo, mentre fumavo sigarette a seni scoperti, masturbandomi per finta davanti a una webcam. M’illudevo di dominare dal basso con il corpo – il mio corpo al centro – e fuori lui, a spiarmi, spiarmi, spiarmi. Credeva di fottermi e io fottevo lui o ci fottevamo insieme. Era quasi divertente fottersi l’un l’altra. Ci saremmo uccisi. Era romantico uccidersi per un gioco erotico. Dovevo indossare le maschere della banalità per non subire trattamenti sanitari obbligatori. La banalità ora è diventata parte di me ma non voglio viverla in prima persona, non voglio appartenerle. Inficia il mio lavoro, impone la stessa identica angoscia che imponeva la follia. Sono sospesa tra l’abisso e il pavimento su cui poggio i piedi, che non è un vero fondo, solo un inutile parquet. Sono inautentica. Sono falsa, inadatta a vivere, parlo d’altro per distrarmi dal sottosuolo ma il sottosuolo è la mia verità e si rivolta dentro all’infinito impedendomi di guardare fuori.

Nessuno poteva guardarmi dentro e io ne avevo orrore. Lui non può guardare, per quanto possa amarmi Lui lì dentro non può entrare. Nessuno può. Solo io posso calarmici dentro, calarmici dentro, calarmici dentro. Non ti è consentito di guardare senza precipitare. Quando sei troppo dentro non vedi più il fuori. Ci sarebbe un modo per stare bene ma anche stare bene fa male, mi fa sentire vuota e priva di identità, mi fa sentire simile a tutti, mi fa sentire di non poter parlare che di fatti, ma i fatti sono ininfluenti, i fatti sono Maya, la creta che c’è dentro è Ātman. Le azioni non contano, le violenze subite, gli schiaffi, le parole, non hanno significato. Quel che conta è quell’Ātman che c’è dentro e anche fuori, ma che nessuno vede. N Tu non lo vedi se non vuoi morire e se lo vedi vivi morto. Altro che Nirvana. È un nirvana rovesciato, quel che vivo, mi sta mangiando pezzo dopo pezzo…… quanto ancora riuscirò a fingere?

Temevo di dover rinunciare alle mie notti, ma c’era Lei con me. Mi consigliava di ridere. In quelle notti scavalcavamo i significati. C’era l’odore chimico di pelle sudata. Non avrei voluto ascoltare, non avrei voluto sentirmi dire che non potevo farlo. Lei non mi avrebbe lasciata, non potevo confessarle di aver visto, di aver sentito.

La prima volta che accedi a quella cosa non puoi darle nome né significato. Non riesci a percepire altro. C’era un uomo alle mie spalle, mi sarebbe piaciuto afferrarlo, ma quando mi voltavo, non vedevo nessuno. Eppure ne sentivo il fiato. Mi voltavo di nuovo. Era un mostro di carta dalle forme scheletriche. Non potevo riconoscerne i contorni. Avrei potuto ridere per le stesse ossessioni per cui piangevo. Era questa evanescenza a smembrarmi, la certezza che non esistessero i luoghi, l’impossibilità di guardarli. Quando c’era Lei tutto cambiava. I volti assumevano sembianze sconosciute, i luoghi divenivano altro. Le campagne erano dettagli di specchi frantumati.

Cercavo la mano, sentirmi afferrata. Cercavo nei libri di Hermann Hesse il significato dei vissuti. Raccontavo a mio padre i miei timori.

Suggestione, diceva, come nelle sedute spiritiche, se vedi il fantasma è solo per suggestione.

E se lo vedono tutti?

Suggestione collettiva.

Ma qui nessuno si suggestionava. Io vedevo morire le menti, non riuscivo a distinguere i corpi, le persone diventavano sagome confuse, ombre. Erano morti anche se erano ancora in vita. Facevano tutti lo stesso odore di muffa.

Mi chiedevo se a un osservatore esterno anch’io apparissi allo stesso modo. Mi guardavo allo specchio di casa e in quel momento mi trovavo bellissima, e magari tutta la notte ci avevo dato giù d’alcol e cocaina, buttandomi in mischie di corpi. Tutte le notti a sentirmi tra le cosce pezzi di carne sconosciuti. Eppure avevo l’impressione fosse sempre la stessa persona, il primo uomo, l’ultimo uomo. Quella donna, l’unica donna, mia sorella, la mia gemella monozigote separata alla nascita.

Tornavo a casa e man mano tutto sfioriva, non sapevo riconoscere i sapori tra le labbra. Avevo solo questo vuoto, questo senso di eterna sete incolmabile. Mi chiudevo nei libri di Filosofia – rimanete, fratelli, fedeli al corpo e alla Terra poiché è l’unica cosa di cui si possa dispensar certezza.

Ascoltavo The End imparando a memoria i movimenti delle labbra di Jim. Il primo uomo, l’ultimo uomo. Nello specchio c’era un volto e poi nulla. Ero circondata da presenze e alle volte le pareti ridevano con la voce di mia madre. Pensavo, che brutto scherzo mi stanno tirando. Andavo in bagno e mi guardavo, mi guardavo, diventavo orrenda. Gli occhi si gonfiavano come rane e la pelle stingeva fino a colare via. Non m’importava di pesarmi perché io credevo solo a quel che vedevo, e quel che vedevo era un mostro di grasso e rughe che a diciott’anni non sarebbe stato logico avere. E sentivo sul mio corpo l’odore di quei corpi e per quanto mi lavassi e mi lavassi ancora, quell’odore non andava via. Era diventato un altro pezzo di pelle e sottopelle, scavava. Ogni volta avevo paura di guardarmi allo specchio, mi stringevo la carne tra le mani fino a lasciare segni rossi e viola sui fianchi, che avrei tagliato, mi sarei fatta mangiare a morsi da una belva.

Trovavo numeri sconosciuti nella rubrica e chiamavo, ostentando un’intimità di cui non mi credevo capace. A malapena ricordavo il nome di quelle persone, eppure parlavo loro come fossero miei. Lo erano.

Dicevo: Che fai? Io mi annoio, mi racconti un sogno? Dicevo: Come t’immagini di scoparmi? Dicevo: Non mi avrai mai.

Poi mi truccavo a dovere e scivolavo via di casa, allora ero di nuovo bellissima, avevo nel corpo una misterica sensualità. Mi fingevo innocente, m’immaginavo vestita di nero in un paesaggio irlandese, di ghiaccio, mi sentivo forte e invincibile. Scavalcavo le strade, raggiungevo le cantine, gli scarni monolocali, incontravo l’uomo della telefonata e mi sembrava di non riuscire neppure a vederlo. Tenevo tra le dita sigarette, ciccavo sui pavimenti, sedevo su divani troppo stretti. Ero io qui e io dall’altra parte, finché i corpi non mi mangiavano e mentre accadeva non riuscivo a sentirmi. Io chiedevo loro il dolore perché non sentivo nulla.

Gridavo, colpiscimi!

E c’erano mani a dilaniare la carne. Ero viva e morta. Un pezzo di me rideva, l’altro urlava.

E allora gridavo ancora, alza la musica! Alza il volume! Voglio il volume altissimo! Voglio sentirti addosso! Colpiscimi!

Musica e polvere chimica e mani e capelli e morsi e cosa realmente accadesse in quelle notti io non lo ricordo. A volte entravo in una stanza, incontravo un uomo e poi mi ritrovavo tra due tre quattro corpi. A volte sparivo con un’amica e all’improvviso lei mi stava toccando tra le cosce, ma era tutto così confuso, un lungo sogno e i volti cambiavano. C’erano almeno dieci persone in una e viceversa.

Corri, adesso, corri! Alla fine dei giochi riuscivo solo a correre e mi sentivo orrenda con il trucco ormai sciolto e nessun mistero da custodire. Altrove mi sentivo. Altrove sempre. E c’era quell’uomo a inseguirmi, dietro di me i suoi passi rimbombavano. Attraversavo le strade dei borghi e nelle campagne sentivo l’ululato dei lupi. Erano solo cani. Tachicardica avvertivo punture di spillo nel torace.

C’era un negozio di dischi e una basilica, la serranda mezza chiusa e la gente di paese che mi guardava e tutte le strade che mi guardavano e sentivo rompersi dentro il torace, andare in mille pezzi, quel ghiaccio che credevo di aver custodito. Salivo sui treni, tremavo e non era solo panico, il panico non dura così tanto. Tremavo come mi rendessi conto di qualcosa di terribile. Non ero mai sicura di essere veramente lì dov’ero. Fissavo i campi di grano oltre i binari, erano dipinti di Van Gogh. Infilavo le cuffie, ascoltavo Chemical Brothers, fissavo il dissolversi del grano nella musica, ascoltavo i bassi, lasciavo che coprissero le urla nello stomaco, lasciavo che il mondo mi convincesse della sua pregnanza e poi sparivo. Ed era l’unico istante di gioia – la sensazione di sparire nella musica era vera, reale – la sensazione che il corpo non ci fosse e tutto il resto intorno fosse bianco. Era il nulla, e così stavo bene, nel nulla.

Il treno si fermava, arrivavo a Bari, erano le otto del mattino, i riflessi del sole addosso mi facevano sentire sporca e c’era quell’odore, quel maledetto odore che non sapevo più a chi appartenesse e la pelle ancora coperta da pieghe livide come se sotto ci fosse un’altra persona. La stazione di Bari al mattino era colma di tassisti e ubriaconi che mi avvicinavano e all’improvviso le loro voci mi facevano paura. Quando la musica finisce, spegni la luce.

Corri, corri, corri! Attraversa il sottopassaggio, non parlare con nessuno, non guardarli in faccia. Corri, corri, corri fino a casa! Mancava il respiro, avevo rantoli ai polmoni. Corri, corri, corri fino alla fine! Salivo fissando l’immagine allo specchio, nell’ascensore. Sentivo le crepe nella pelle.

Una volta papà disse: Tu vivi all’inverso. Sei sempre nel prima e nel dopo e non sei mai qui.

Mi accarezzò i capelli e pensai, come faccio a parlarti se tu mi credi altrove?

Ma non dissi nulla.

Eravamo su una panchina, ma non so dove e lui, che il presente è fatto di storie, di persone, di parole e di dettagli e io mi sforzavo in ogni modo di registrare questo presente, queste storie, questi dettagli, questa realtà, ma era come se qualcosa di più forte catturasse l’attenzione.

C’era il sole, ma tutto era coperto da uno strato di bruma.

Diceva: Che t’importa della morte, quando c’è lei tu non ci sei.

Non potevo credere a queste stronzate, non potevo credere, alla fine mi sembrava di vederla quella morte: un caleidoscopio dove tutto ricomincia sempre identico.

Dicevo: Non riesco a vivere il presente, non riesco ad ascoltare nessuno, a registrare dettagli, non me ne importa niente del luogo in cui siamo, dei volti che incontro, non me ne frega proprio niente.

Io vedo sempre quel caleidoscopio, io sento di esserci finita dentro e non riesco più a uscirne. L’Oracolo ascolta e tace.

C’era il sole, ma tutto era coperto da una coltre di nebbia.

 

 

2 pensieri su “Ilaria Palomba, “Disturbi di luminosità”

  1. Il coraggio di raccontare certe storie e percorrerle fino in fondo, con dei momenti di estraniazione, uno sguardo rivolto alla luce (dal caleidoscopio verso…). Realtà vere e frequenti, nelle nostre città, in certi luoghi ai “margini” dove nessuno di noi andrebbe mai (o nel chiuso delle stanze) e i giovani, giovani belli e sani fuori, vanno.
    Non c’è stato lavoro, nè studio per loro, e intanto si scopre che saranno sempre più ricercati certe professionalità (operai specializzati – tecnici – medici). Perchè qualcuno non si è occupato in tempo di tutto ciò?
    Ma la ragazza della storia, apparteneva a un contesto, che si sarebbe detto più fortunato.

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  2. Pingback: Disturbi di luminosità tour e Rassegna Stampa | ilariapalomba

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