L’arte contemporanea spiegata a mia nonna


Una nonna e l’arte contemporanea

Guido Michelone intervista Alice Zannoni

 

Nei mesi scorsi esce in libreria un volume dal titolo curiosissimo: L’arte contemporanea spiegata a mia nonna, dove in copertina una ragazza sorridente porge una tela bianca a un’anziana signora altrettanto euforica e pronta a tracciare un solco nel quadrato, alla maniera di Lucio Fontana. L’immagine dà l’idea esatta di un testo a suo modo rivoluzionario e innovatore, dove una giovane studiosa riesce nell’intento di spiegare alcuni fondamentali valori a una persona digiuna della complessità dell’attuale universo estetico. In quest’intervista inedita l’autrice, Alice Zannoni, rivela come riesce in un intento a prima vista impossibile.

Alice hai “scritto” un libro con tua nonna: fiction o realtà?

Reality! La nonna esiste, si chiama Zita Urbani e ha 92 anni. Ma non solo! Le pagine del libro sono a tutti gli effetti la trascrizione delle lezioni proprio come si sono svolte, (il telefono sul tavolo con registratore è stato il mio supporto di lavoro). La forma dialogica ha funzionato come approccio didattico, motivo per cui ho scelto di mantenere nella struttura del libro la forma del dialogo tra me e nonna.

 

Ci sono, oltre la nonna, altre motivazioni che ti hanno spinto verso quest’impresa così originale?

Certamente! La nonna è stata l’epifania, la rivelazione… l’ormai famoso santino che ha dato vita a questo progetto – quando lei me lo passò per rendermi partecipe delle sue letture, ma io non ho potei fare altrettanto contraccambiando il suo gesto di condivisione, perché stavo leggendo di uno squalo sotto formaldeide [dell’artista Damien Hirst] che vale 12 milioni di dollari – ecco quel momento ha generato un senso di inadeguatezza perché non potevo comunicare con una delle persone a me più care e più semplici. Il vuoto è stato il campanello di allarme.

 

Vuoto in che senso, Alice?

Ho avuto la necessità di colmare il vuoto provato spiegando a mia nonna cosa stavo leggendo, ma per gradi… partendo cioè dall’inizio dell’arte contemporanea. La riflessione che mi è tuonata dentro è, citando Nietzsche, “L’essenziale non è ciò che so, ma ciò che farò di ciò che so”. Non avevo altra scelta che darmi da fare per nonna e per coloro che “temono” l’arte contemporanea. La motivazione si può riassumere con la parola “amore”, amore per mia nonna e amore per l’arte.

 

Nella pratica come è stato lavorare con un’anziana su un tema a lei estraneo?

Molto difficile. La difficoltà non è stata data dell’età del mio interlocutore (anzi con il senno di poi la sua lunga esperienza mi ha agevolato), ma dalla necessità di utilizzare un linguaggio molto semplice rispetto a quello che si usa nell’ambito di settore. Ho dovuto spogliarmi di ciò che mi appartiene, fino a ritrovarmi afasica, e ho dovuto trovare delle connessioni metaforiche che appartenessero all’orizzonte esistenziale di mia nonna (che è fatto essenzialmente di orto, messe e santini) per attrarre la sua attenzione e far capire concetti astratti, concetti che non hanno consistenza; e, credimi, il pragmatismo della sua generazione ha demolito più volte il mio lavoro sul campo, le mie certezze e le mie convinzioni… e allora… ricominciavo da capo perseguendo un’altra strada. Mi ha aiutato molto – e quando ho capito che era la chiave sono stata molto felice – la sua profonda religiosità e devozione… l’arte non è un discorso tanto diverso dalla fede e tutto sommato nonna era predisposta a comprendere l’arte contemporanea, solo che non lo sapeva.

 

Che tipo di libro ne è venuto fuori?

Per me, per me Alice, è un libro che ha raccolto lo spirito di nonna Zita, è l’esito di un’esperienza affettiva molto intensa, per questo ogni tanto lo apostrofo come “storia di amore”. Si tratta di un libro che restituisce a nonna Zita tutta l’attenzione che mi ha dato quando ero bambina… “la ruota gira”, mi dice spesso nonna… Ecco il libro, mi sarà ancora più prezioso nel futuro, quando rileggendolo vi ritroverò nonna… saranno pagine che mi consentiranno di non avere rimorsi su ciò che avrei potuto fare e non ho fatto.

 

Per certi versi mi pare anche un testo anche spiritoso…

È un libro a tratti molto divertente, a volte la nostalgico, non a caso il sottotitolo è “ridere, piangere e capire”, anche se il riferimento in realtà è a Spinoza. È un libro che ha molte entrature, perché non si riduce a raccontare l’arte contemporanea. È un libro sul tempo, per l’implicito confronto generazionale. È, ovviamente, anche un libro didattico. È un libro che tra l’altro che non ha un unico senso di lettura, ovvero non sono solo io che parlo alla nonna, la nonna risponde, è attiva, mi dà del filo da torcere e mi insegna a stare al mondo… è quell’insegnamento difficile da prendere perché non ci sono lauree, master, o qualsiasi altra qualifica che possano insegnartelo, se non l’esperienza e nonna Zita: con i suoi 92 anni di vita vissuta rispetto ai miei 37, ha molto da dire e con cognizione di causa. Resta un libro che trasmette conoscenze diverse.

 

Il problema più grande è davvero illustrare o spiegare qualcosa che viene ritenuto ostico, misterioso, difficile?

No, il problema più grosso per l’arte e la cultura, ma direi per tutta la conoscenza in generale è che manca un’adeguata formazione e non ti parlo di mia nonna che ha solo la terza elementare, parlo di formazione soprattutto rivolta alle generazioni più giovani. Le cose che non si conoscono fanno paura e allora ci si allontana, se poi, oltre alla paura, si genera anche un senso di disagio per la mancata comprensione… allora è chiaro che il pubblico si disaffeziona.

 

Ma la tua ‘operazione’ poi è stata un’impresa ardua?

Molto, me ne sono resa conto a esperienza terminata. Nel mentre ero troppo presa per farmi distrarre delle difficoltà. Pensavo solo a come superarle.

 

Ma c’è un messaggio, anche subliminale, dietro al tuo libro?

No, assolutamente no. Sono diretta per natura.

 

Alice, da cosa o da chi sei partita per raccontare la modernità da inizio Novecento a oggi?

Dal lavoro di Marcel Duchamp, nello specifico, il capitolo a lui dedicato introduce il tema della genesi dell’opera d’arte; mi è venuto in aiuto lo scolabottiglie che nonna Zita ha in cantina… è andata così: il suo scolabottiglie non è un’opera, ma quello di Duchamp sì, eppure sono uguali… che cosa fa la differenza? Siamo partite da questo e piano piano ci siamo addentrate nel lavoro, in particolare applicando poi il tutto in generale. E’ stata una lezione divertente, forse la più tosta in quanto, essendo la prima, ho improvvisato molto senza crearmi un’architettura… la verità è che quel giorno non sapevo proprio come iniziare e quando mi è venuta l’intuizione dello scolabottiglie in cantina e ho verificato che c’era… ho esultato!

 

E poi, come si è sviluppato il tutto?

Tenendo fede a questo mio approccio: mi interessava offrire categorie estetiche (per esempio il concetto di Bello, Giudizio, Valore, la differenza tra arte e artigianato) e non mere nozioni, perché questo libro non è un manuale di storia dell’arte contemporanea, bensì è, come spesso lo definisco, una “cassetta di pronto soccorso” con il minimo indispensabile per districarsi nell’arte in autonomia.

 

Dopo il lavoro con la nonna, hai rivisto i tuoi giudizi su personalità e opere contemporanee?

No, il mio punto di vista su opere e artisti non è cambiato, è però cambiato il mio approccio e di certo il mio modo di sviluppare contenuti che saranno meno aulici e più “volgari”, perché voglio parlare alla gente, non voglio auto-comunicare con me stessa, voglio che il pubblico torni ad appassionarsi all’arte… si parla di “metodo Zannoni” a me fa sorridere…

 

Alice, cosa ti auguri per l’arte di oggi e soprattutto cosa auguri all’arte contemporanea?

Mi auguro che questa esperienza possa essere di stimolo a tanti colleghi per alleggerire la frattura che esiste tra arte e pubblico; vorrei non sentire più: “non entro al museo, perché tanto l’arte contemporanea non la capisco”.

 

E, alla fine, cosa dovrebbe dire o narrare l’artista contemporaneo?

L’arte parla del mondo attraverso quello che il mondo stesso gli offre; l’artista intercetta umori, visioni, sensazioni, scenari… non sono di certo io a dover dire cosa deve narrare l’arte, io mi limito a osservare, leggere, valorizzare ciò che viene prodotto e che ritengo (e qui entro in campo) degno di nota.

 

E cos’è l’arte, secondo te, il critico e studioso Alice Zannoni?

L’arte per me è vita, non tanto perché conduco un’esistenza in dialogo constante con essa, in un rapporto, oserei dire, di “quasi devozione”, ma perché a tutti gli effetti è una forma di espressione che dà materia alle mille sfaccettature dell’esistenza e io sono molto curiosa, soprattutto mi intriga vedere quello che i miei occhi non vedono e che invece l’arte mi palesa.
Alice Zannoni, L’arte contemporanea spiegata a mia nonna. Ridere, piangere e capire, NFC Edizioni, Rimini 2018, pagine 185, euro 16,60.

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