EDUCAZIONE SENTIMENTALE #10

Cominciò il giorno in cui mio padre tornò a casa con I pirati della Malesia sottobraccio.
Il celebre romanzo di Salgari era in vendita dal suo giornalaio di fiducia e non aveva resistito alla tentazione di comprarmelo. È il primo, chiaro ricordo che ho di un regalo. Ci scrisse sopra una dedica: A Matteo, con affetto, papà. D.O.C. dimenticandosi di aggiungere la data. Così ogni volta che lo riprendo tra le mani la mia ricerca del tempo perduto arranca tra dettagli chiarissimi ma di scarsa utilità (cosa intendeva poi con quel D.O.C?) quali l’emozione di possedere il mio primo libro “da adulto” e le due righe iniziali “Mastro Bill, dove siamo?” “In piena Malesia, mio caro Kammamuri”, infine mia madre che mi chiama per andare a tavola, risvegliandomi da un viaggio che avrebbe continuato ad accompagnarmi negli anni a seguire. “Dov’eri finito?” mi chiese non appena entrai in cucina.
“In Malesia” risposi chinandomi con aria da furfante sul piatto.
Resta il mistero di quanti anni avessi.
L’unica memoria certa (la mia seconda, vividissima immagine) è la reazione che ebbe la maestra quando gli fu riferito cosa stavo leggendo. Disse che I Pirati della Malesia erano particolarmente complessi per un bambino della mia età e suggerì a mia madre di non farmici annegare dentro. Ma non ci fu nulla da fare: cosa si può di fronte al primo amore di un ragazzino? Mi ci immersi d’un fiato. Senza corde di sicurezza. Senza bombole. Senza idea di come sarei tornato in superficie.  
Ad anni di distanza mi rendo conto che sono successe due cose grazie a quel giorno.
La prima è che ho preso l’abitudine di annotare la data su tutti i libri che compro, che regalo o che ricevo. Sempre. Guai a dimenticarsene.
La seconda (e solo adesso che sto scrivendo queste parole posso dire di averne la certezza) è stata l’inizio di quel percorso che mi ha portato alla consapevolezza d’essere al mondo.
Ai Pirati della Malesia seguirono I misteri della giungla nera, Alla conquista di un impero, Sandokan alla riscossa, La riconquista di Mompracem, La rivincita di Yanez…. e poi Il Corsaro Nero, La Regina dei Caraibi, Gli ultimi filibustieri, I predoni del Sahara, Il capitano della Djumna… io finivo una storia e mio padre tornava a casa con un’altra sottobraccio. Salgari fu il mio Anania. I Pirati della Malesia la mia folgorazione. Tutt’ora, quando ripenso ai pomeriggi passati sdraiato sul letto a leggere, rivedo l’acqua del Gange e l’immensa estensione delle terre fra l’Hugli e il golfo del Bengala, le capanne di fango delle Sunderbunds, i grandi velieri della Marina inglese, il lento scivolare di una tigre nelle foreste di bambù. Quel furfante di Salgari, che mi aveva reclutato senza neanche prendersi la briga di avvertirmi! Mettermi sul chi va là! Neppure il buon Kammamuri si era preoccupato d’informarmi che da certe traversate non è previsto ritorno. Ma non è forse questo che fanno i grandi scrittori? Sono illusionisti, impareggiabili reclutatori. Se non fosse che poi l’illusione si rivela reale ed essere reclutati significa diventare artefici del proprio destino.
Contenuto della missione: il mistero della vita.
Obiettivo: viverlo nella sua pienezza.
Mi sono portato l’intera collezione di Sandokan ad Auckland, dove vivo da anni, e sto contando i giorni: non vedo l’ora di tornare a casa anch’io un pomeriggio dopo il lavoro, prendere dallo scaffale I Pirati della Malesia e dire a mio figlio “ho qualcosa per te”.
Incontrerà anche lui il suo Anania? Perderà e riacquisterà anche lui la vista tra le correnti dell’oceano indiano?
Fanno anche questo i grandi scrittori: continuano a reclutare a cavallo dei secoli, di generazione in generazione, mica si arrendono; le storie, una volte scritte, superano i continenti, attraversano gli specchi, mescolano le culture. Loro sì che se ne infischiano dei confini.
Dopo Salgari arrivarono Stevenson, Kipling, London, Conrad, Carroll… Uno dopo l’altro bussarono alla porta della mia cameretta Barrie, Calvino, Ende, Pratt… Domandarono “c’è nessuno?” Entrarono Faulkner, Hemingway, Poe, King… Chiesero: “è permesso”?
Più crescevo e più leggevo.
Più leggevo e più crescevo.
Libro dopo libro, storia dopo storia.
Fu solo all’università – avvenne durante un corso del professor Guido Fink sul Concetto d’Isola nella letteratura inglese che realizzai che tutto quello che avevo letto fino a quel momento aveva sempre avuto a che vedere col viaggio: in una maniera o nell’altra si trattava sempre di andare, di mettersi in gioco, di lasciare qualcosa per raggiungere qualcos’altro.
Ma a quel punto avevo già incontrato Kerouac, il vagabondo per eccellenza, il  Virgilio dell’età adulta. Quando Kerouac arrivò, facendosi largo a furia di racconti e benzedrina sopra le mensole già affollatissime della mia libreria, tutto cominciò inevitabilmente ad accelerare.
Ancora una volta i ricordi sono legati ad immagini e sensazioni più che a date ben definite: mi rivedo sul letto a leggere il giornale (di nuovo proveniente dall’edicola da cui era saltato fuori Salgari, e di nuovo portato a casa da mio padre) quando m’imbatto senza volerlo nel “romanzo generazionale per eccellenza” pubblicato da Mondadori in una nuova edizione: in copertina una cadillac impolverata e poco sotto una didascalia che recitava “dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati”, “dove andiamo?”, “non lo so, ma dobbiamo andare”.
Ci cascai di nuovo.
Acquistai Sulla strada quel giorno stesso, e lo lasciai per qualche tempo sulla scrivania, in attesa. Qualcosa – quella stessa cosa che fa riconoscere a un bambino una parola che non dovrebbe pronunciare e che da quel momento in poi lo spinge a pronunciarla in continuazione – mi disse che si trattava di materiale da maneggiare con cura. Merce che scottava. Roba da prendere con i guanti.
Mia madre mi domandò perché lo avevo comprato. Nel suo sguardo l’inquietudine di chi realizza che ovunque stessi andando, da quel momento in poi ci sarei andato da solo. Non è facile accettare certe cose quando si è genitori: adesso che sono divenuto padre lo so anch’io. La punteggiatura dell’esistenza non può essere cambiata. Si gira una pagina, si finisce un capitolo, si arriva al finale di un racconto: i punto e a capo, nella vita come nei libri, non si possono trasformare in virgole.
Mi misi in viaggio. E sparsi con entusiasmo la buona novella tra i miei amici.
Kerouac era la conferma che il percorso era più importante della destinazione, e che una volta che si è data per certa la conclusione di quel viaggio che chiamiamo arco vitale, si deve davvero essere dei pusillanimi, o degli stupidi, o tutte e due queste cose insieme per rinunciare alla partenza solo perché si ha paura di quello che potremmo incontrare lungo il percorso.
Decisi che avrei vissuto nei posti che avevo osato a malapena immaginare.
Avrei messo radici in quello che amavo leggere.
Non mi sarei tirato indietro, io.
E adesso…
Adesso che mi appresto a chiudere il computer e portare a termine questa breve, preziosa, rapidissima risalita lungo le memorie della mia educazione sentimentale, mi pare di rivederli di nuovo tutti quanti, e tutti davanti a me, i Salgari, gli Stevenson, i Conrad, i Barrie, i London, i Kipling e i Kerouac… e poi gli Ende, e i Calvino, e i Pavese, e i Faulkner, e gli Hemingway, e i molti altri – e sono tanti – che negli anni hanno preso fissa dimora o si sono fermati, anche solo per poco tempo, sugli scaffali pieghevoli della mia libreria itinerante.
Adesso…
Adesso che sono di nuovo tutti insieme e in ascolto, adesso che l’impalpabile nebbia dei ricordi sembra essersi per un attimo diradata e gli incessanti interrogativi della coscienza adulta sembrano aver lasciato per un istante il posto all’ingenua integrità di quando ero ragazzino – questo flebile, brevissimo momento in cui digito le ultime parole sulla tastiera – domando loro un cenno, un sussurro, una conferma… una chiusa che non chiuda ma tutto faccia ripartire: ennesima, salvifica, reale… illusione.
L’ingenua integrità del ragazzino è ancora viva? È ancora parte di me?
“Mastro Bill, dove siamo?”
“In piena Malesia, mio caro Kammamuri”.

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