IL BENE E GLI ALTRI di Filippo La Porta

di Massimo Maugeri

I grandi capolavori della letteratura – quelli che oltrepassano la barriera del tempo e dello spazio – continuano a parlarci, a offrirci strumenti che ci consentono di interpretare la realtà che ci circonda e il nostro rapporto con il mondo e con gli altri. La Commedia di Dante rientra senza dubbio tra le opere che offrono suggestioni e stimoli di questo tipo. Lo dimostra Filippo La Porta nell’ambito del suo recente saggio intitolato “Il bene e gli altri. Dante e un’etica per il nuovo millennio” (Bompiani). Il titolo contiene implicitamente una domanda: in che modo è possibile identificare un’etica, nel poema dantesco, che possa trovare applicazione nella nostra contemporaneità? Filippo La Porta fornisce la sua risposta svolgendo un’indagine letteraria sulla Commedia e indirizzandola sui concetti di bene e male / realtà e irrealtà.
Il libro nasce da un’esigenza personale: quella di un padre che desidera educare il proprio figlio secondo un’idea del bene e del male (in un’epoca in cui tutto pare relativo e provvisorio). In che modo questa esigenza ha condotto fino a Dante? L’intuizione iniziale prende corpo una decina di anni fa, a New York, nel corso di una lezione frequentata da La Porta e tenuta dal dantista italoamericano John Freccero (professore di italiano e letteratura italiana alla New York University, nato a New York nel 1931, e sostenitore della realisticità della Divina Commedia; nel 1989 Il Mulino ha pubblicato in Italia il volume di Freccero intitolato “Dante. La poetica della conversione”). A partire da quel momento Filippo La Porta rilegge la Divina Commedia utilizzando gli stimoli forniti dalla lezione di Freccero e facendosi accompagnare da un “Virgilio d’eccezione”:  Simone Weil, grande pensatrice e mistica novecentesca. È proprio Simone Weil a offrire gli strumenti interpretativi legati alla definizione del bene e del male. Per Weil il bene è tutto ciò che dà realtà agli altri; mentre il male è tutto ciò che toglie realtà agli altri. Cosa vuol dire dare (o togliere) realtà agli altri?
«Partiamo da un esempio semplice», mi ha detto Filippo La Porta nell’ambito di un incontro in cui parlavamo di questo suo nuovo saggio. «Immaginiamo di essere impegnati nell’ascolto di una persona che ci sta parlando; immaginiamo che, a un certo punto, magari per un minuto, ci distraiamo (cosa normale, persino legittima); ebbene, in quel minuto non diamo più realtà a quella persona; in un certo senso non la facciamo più esistere per noi. Quindi per dare realtà è necessario dare attenzione all’altro. D’altro canto per dare attenzione all’altro, bisogna desiderare che l’altro esista. In questo senso, dunque, il bene ha a che fare con il mondo reale, con gli altri; mentre il male parte dal presupposto contrario (Lucifero non vuole che esistano altri al di fuori di lui).
Partendo da tali considerazioni l’esigenza di comportarsi bene deriva non dalla necessità di obbedire a un precetto, o a un comandamento, o a un imperativo della coscienza, ma dal fatto che soltanto agendo bene è possibile far esistere il mondo. Viceversa il male, l’agire male (e quindi – per esempio – ingannare il prossimo, umiliarlo), in un certo senso fa sparire il mondo, lo de-realizza, lo desertifica. Il concetto di etica si lega, dunque, a quello di realtà: bene e realtà da una parte, male e irrealtà dall’altra».
Nel corso del saggio Filippo La Porta passa in rassegna i sette peccati capitali enunciati da Virgilio nel Purgatorio. In un modo o nell’altro tutti e sette i peccati capitali tolgono realtà (sostituendola con qualcosa di immaginario). Di conseguenza il male nasce da un eccesso di cattiva immaginazione. Semplificando: il superbo immagina di stare su un piano superiore agli altri; l’invidioso guarda troppo le vite degli altri, immaginando che gli altri siano felici (o più felici di lui); l’ira condiziona le nostre percezioni e non ci fa vedere la realtà così com’è; l’accidioso (partendo dal presupposto che l’accidia si traduce nella mancanza di slancio verso il bene, nella ricerca eccessiva di certezze, mentre la realtà è conflitto e incertezza) tende a chiudersi in un mondo autoreferenziale e quindi irreale; l’avaro si illude di poter possedere qualcosa, ma è solo un’illusione giacché non possediamo nulla, nemmeno il nostro corpo, nemmeno noi stessi; infine gola e lussuria sostituiscono alla varietà quasi illimitata dei piaceri terreni un unico piacere, che – nel momento in cui diventa ossessivo, dispotico – ci fa precipitare nell’irrealtà.
È questa, dunque, l’etica per il nuovo millennio che – sulla base di questo ottimo saggio di Filippo La Porta – ci offre Dante e il suo poema: ”ascoltare” gli altri per il bene del mondo e dunque anche per il nostro. Perché solo ascoltando gli altri è possibile farli esistere, e dunque far esistere noi stessi.

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