L’Appennino, la timidezza di Paola Renzetti

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Io con indosso
come te la timidezza
della gente di montagna…

*

Erbe e bisce

Scoprirò il nome
dell’erba che nasce
quando ritorna la biscia.
Corpo nero sulla strada
perde sangue come te.

Quel dolore è il tuo.

È un’erba coi teneri calici
animale nascosto, a cui piace.
Tenacemente si muove
guarisce, ritorna alla pace.

*

Il coniglio

Sotto al portico
per le zampe appeso
ai miei occhi
un coniglio squartavi
dalla pelle.

Le viscere molli
cadevano piano
a terra lucendo.

Ammiravo te
in quel gesto sicuro
dicendolo mio
quel lavoro da grande.

Custode della morte
e anche della vita

mi passavi il segreto
senza esserne
per nulla stupita.

*

Frane

Si spezza l’Appennino
dilapidato
dei suoi boschi.

Profondi tagli
di anno in anno
secondo le piogge
segnano i terreni.

Stanno celati appena
quando ricrescono
cespugli ed erba
e si riassesta il suolo.

Ancora qualche albero
scomposto, dalla forra
squartata protende
l’impoverita chioma.

Il passo si adegua
ai dislivelli del sentiero
dove l’antico e pesto andare
si ricongiunge al nuovo
ancora da segnare.

*

Il torrente

Nei rovi al sole
sale il sentiero.

Quando tace il respiro
e la sete assedia

la sete di quell’acqua
che stenta ad arrivare.

Ancora non si sente
il canto dei suoi molti figli
e la voce delle cascate
che là il dirupo nasconde.

Si effonde l’amaro e verde
umore della quercia
se appena un ramo fende
e si attorciglia.

Le luci dagli alberi
piovono alla strada
ed ecco quella voce:

nel grande varco dell’aria
tra rocce azzurre
rugginose e nere

già scorre l’acqua
che di null’altro
senti nostalgia.

[…]
ma tu non sai trovare
la via piccola
che giungeva i due paesi
dall’una all’altra parte

e dove alla fine rideva

unica e sola
la prima casa bianca.

*

Vecchie case

Ogni sasso porta
i segni delle mani
che lo hanno lavorato.

Ogni sguardo stringe
alla memoria del passato.

*

Madia aperta

La grande stanza la sentivi da fessure
ancora prima di aprire il catenaccio.

Accorreva in volo cipria profumata
ai vetri saliti un piccolo gradino.

Vedevi il monte con ogni tempo
la fontana e l’orto sulla strada.

Sull’asse pulita a lei dalle dita
spuntavano bianchi piccoli fiori.

*

Notte d’Inverno

La neve scintillante di luna
contende ai tetti il limite del buio.

Le case dai sassi grevi

con bocche chiuse
e gli occhi addormentati

invano aspettano
il giorno che le desti.

*

Approdo

Mi piacciono le case
con l’approdo sul monte.

Profumano di pietra corrosa
e l’ortica sugli scalini

tiene i villeggianti un po’ a bada.

Le piane spioventi sul tetto
in bilico non cadono mai.

Le porte consunte di antichi colori
si lasciano staccare schegge sbiadite.

L’occhio alla serratura respira
di fresca aria notturna di ragnatela.

Nella luce del mattino vaga il polline
di fiori gialli quasi invisibili.

Sullo stelo è rimasto poco colore
solo strette foglie accarezzate dal sole.

*

Divagazione

Un giorno
potrò viaggiare
con pochi soldi
e senza meta.

Dormire dove capita
e ridendo

annusare quell’odore
nuovo di città.

*

Figli di operai

Eravamo figli di operai
con la barba e i capelli lunghi
la camicia a quadri
e i libri sottobraccio.

Parlavamo una lingua
che i nostri a tavola
non capivano più.

Abbiamo studiato
rubando pezzi di tempo
e la testa ci pullula ancora
di sogni da realizzare.

*

Paola RENZETTI, Verrà la notte
“La carrucola del pozzo”, 96 rue de-La-Fontaine Edizioni, 2018
226 pp., 13 euro

Paola Renzetti (1955) ha trascorso la prima infanzia a Graiana di Corniglio, sull’Appennino parmense.  È stata impiegata alla Fiat e insegnante alle scuole elementari. Vive in provincia di Milano, oltre che in poesia si esprime attraverso la pittura.

6 pensieri su “L’Appennino, la timidezza di Paola Renzetti

  1. Ringrazio Giovanna Menegùs, per la sua scelta, che rappresenta così bene la gente di montagna e quel mondo contadino, di cui qualcosa si è perso per sempre con l’industrializzazione e l’abbandono dei luoghi. Rimane però il legame antico, insieme a al senso di costante estraneità col mondo cittadino, anche se amato nella sua ricchezza e problematicità.

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  2. Ringrazio Giovanna Menegùs, per la sua scelta, che rappresenta così bene la gente di montagna e quel mondo contadino, di cui qualcosa si è perso per sempre con l’industrializzazione e l’abbandono dei luoghi. Rimane però il legame antico, insieme al senso di costante estraneità col mondo cittadino, anche se amato nella sua ricchezza e problematicità.

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  3. Pingback: L’Appennino, la timidezza di Paola Renzetti | Crudalinfa

  4. Avevo apprezzato l’intera raccolta, quando ero stato chiamato a dare il mio parere. Leggendo questa scelta attenta e intelligente, sono ben lieto di ribadire che questa parola poetica è illuminata da una semplicità che è chiaramente non un punto di partenza ma un ben meditato punto d’arrivo.

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  5. Cosa spostiamo nel futuro dell’esperienza
    poetica, dalla letteratura del passato, dalla geografia del passato, cosa sedimenta nelle nostre aggregazioni letterarie presenti?
    Cosa diventa futuro poetico?

    “Il passo si adegua
    ai dislivelli del sentiero
    dove l’antico e pesto andare
    si ricongiunge al nuovo
    ancora da segnare.”

    Gli studi le comparazioni il nostro quotidiano. Di Franco di Carlo avevo apprezzato anche un suo inedito lavoro poetico.

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/12/27/franco-di-carlo-poesia-inedita-il-pensiero-poetante-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-la-verita-e-diventata-precaria/

    La comparazione, l’esegesi di un dislivello storico. L’individuazione di un salto. La poesia sta nella caduta gravitazionale. Nello sguardo a terra. In questa osservazione orizzontale, piatta, raso terra. Questo credo la lezione quotidiana di Giorgio Linguaglossa.L’inganno della terra piatta! E penso alla poesia NOE.
    Mario Gabriele per esempio. Sguardo sempre ben piantato!

    Alla Renzetti questo gli auguro.
    (il suo curriculum è una bella poesia.)

    Grazie OMBRA.
    Abbraccio tutti.

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