Istinto e analogia

di Riccardo Ferrazzi 

La scienza fa continuamente grandi passi avanti, ma i filosofi, i poeti e i ricercatori senza pregiudizi (come pure i ciarlatani e i truffatori), nonché il mai dimenticato “uomo della strada”, continuano a dare grande importanza a strumenti che la scienza considera né più né meno che assurdità.
L’osservazione può svilupparsi in induzione e perfino in intuizione, ma la conoscenza può assumere anche altre forme, difficilmente definibili in termini scientifici eppure pacificamente impiegate nelle nostre attività quotidiane.
Per esempio l’istinto, una facoltà che può andare oltre l’intuizione. Non la possiedono soltanto gli esseri umani: negli animali è la fonte di conoscenza primaria, e ciò non significa che si tratti di una facoltà “inferiore”.
Gli umani vi ricorrono con una frequenza tale da non rendersene conti. Usano l’istinto ogni volta in cui non dispongono dei dati necessari e sufficienti a impostare soluzioni razionali, cioè quasi sempre. Ogni giorno abbiamo a che fare con equazioni nelle quali mancano quasi tutti i coefficienti. È buona norma rimandare le decisioni in attesa di ottenere qualche dato in più; ma se le circostanze ci costringono a decidere (o se la posta in gioco è così bassa da far apparire conveniente correre un rischio) non resta che seguire l’istinto.
Da dove viene l’istinto? Si potrebbe ipotizzare che si tratti di una specie di “memoria inconscia”, simile alla memoria muscolare (quella che ci permette di camminare senza fare attenzione a ogni singolo movimento o di tornare a pedalare anche dopo aver trascorso anni senza montare su una bicicletta). È persino ipotizzabile che non soltanto le esperienze del singolo soggetto ma anche quelle della intera specie vengano compresse e stoccate in qualche parte del corpo. Secondo la teoria della memoria inconscia l’istinto sarebbe costituito da miliardi di esperienze ridotte all’essenziale, compresse e accatastate in angiporti cerebrali dai quali all’occorrenza riemergerebbero sotto forma di intuizioni pronte all’uso.
La neurologia mostra che le facoltà istintive hanno sede nelle parti più “antiche” del cervello umano, ma ciò non basta a farci ritenere che si tratti di facoltà meno nobili di quelle che ci permettono di impostare un sillogismo. È sempre arduo accertare il livello di razionalità contenuto in una conclusione “d’istinto”.
Allo stato attuale delle conoscenze la memoria inconscia non è sufficiente a spiegare cos’è l’istinto. Bisognerebbe innanzitutto chiarire quali sono i meccanismi che producono, immagazzinano e richiamano ricordi, idee, associazioni mentali delle quali non si ha coscienza. E bisognerebbe spiegare come è possibile che soluzioni il cui unico punto d’appoggio è una analogia trovino conferma nella realtà. Perché il fatto è questo: le decisioni istintive hanno comunque a che fare con una osservazione, ma non nascono da idee razionali bensì da analogie.
Come sempre, bisogna partire da un dato di fatto: l’istinto è una realtà. Gli scienziati che rifiutano di prendere in considerazione tutto ciò che non dipende da meccanismi di causa-effetto dovrebbero provare a censire i loro pensieri e le loro azioni nell’arco di una giornata: scoprirebbero che la maggior parte dei loro atti non è “razionale” (e nemmeno irrazionale), ma istintiva, analogica, apparentemente immotivata.
***
Da quando ha abbandonato l’alchimia, la scienza ha rinunciato a darsi una spiegazione (tantomeno una definizione scientifica) del gusto tipicamente umano di descrivere per metafore e di stabilire (o scoprire?) analogie. La scienza ha messo al bando l’analogia. Nel lessico scientifico la parola “analogia” è niente più che un sinonimo scipito di “somiglianza”. Nessuno scienziato (salvo forse alcuni psicologi) è disposto ad accettare l’idea che le analogie (come per esempio luna-umidità, luna-madre, luna-popolarità, luna-variabilità, luna-follia) costituiscano una forma di conoscenza. Meno ancora uno scienziato sarà disposto ad accettare che il complesso di queste analogie possa dare un’immagine del mondo coerente come quella offerta dalla scienza.
Niente vieta che la decisione di sospendere il giudizio sull’analogia sia più che ragionevole: è possibilissimo che il cervello umano produca anche da sveglio un certo grado di innocua follia. Ma il rifiuto di studiare l’analogia proviene pur sempre dal rifiuto pregiudiziale di tutto ciò che non rimanda a una causa manifesta: un comportamento che conduce a non prendere in considerazione la maggior parte dell’agire umano.
A onor del vero, il rifiuto del pensiero analogico dipende anche dal fatto che molto spesso l’analogia diventa simbolo e prende forma poetica. Quando entrano in campo forme di espressione che sfuggono al metodo sperimentale, la scienza erige un muro. Ma non si può fare a meno di constatare che in questo modo la scienza si autoesilia in un ambito ristretto: che senso ha il suo delegittimare tutto ciò che ne sta al di fuori, se si tratta della maggior parte della nostra vita?
La semplice realtà è che gli esseri umani per conseguire l’obbiettivo della conoscenza hanno a disposizione mezzi di ogni genere, non soltanto la ragione dialettica. Con questi mezzi l’umanità è in grado di concepire intuizioni, di andare oltre l’osservazione e la deduzione, di compiere il salto dalla tecnica all’arte.


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