“Prima che te lo dicano altri”, di Marino Magliani

Recensione di Francesco Improta

Marino Magliani, Prima che te lo dicano altri, Chiarelettere 2018

In una recente intervista Marino Magliani ha affermato testualmente: “I miei viaggi sono stati in realtà un andare e un tornare, un cerchio. Mi sono chiesto se io sia mai davvero partito.” Tale dichiarazione non solo ribadisce l’importanza fondamentale delle radici per Magliani, uomo e scrittore, ma anche e soprattutto il carattere particolare della sua narrativa, dove personaggi, situazioni, paesaggi e persino nomi sono continuamente presenti a configurare un universo domestico e simbolico al contempo.

Prima che te lo dicano altri (Chiarelettere editore, 17,50 euro) conferma quanto enunciato sopra. Il romanzo piuttosto corposo si svolge in maniera non lineare, attraverso un continuo slittamento di tempi e di piani narrativi, nell’arco di un cinquan­tennio, dal 1974 al 2025 e si divide in due parti: la villa e la pozzanghera.

Il protagonista, Leo Vialetti, quando inizia la storia frequenta la seconda elementare ed è stato rimandato in Italiano, per cui è oggetto di scherno tra i suoi compagni a Sorba, nella Val Prino. La madre di Leo decide allora di mandarlo a lezione da un professore, Raul Porti, che abita in una villa appartata e un po’ fatiscente. Leo, che soffriva per la mancanza di un padre – senza paje lo chiamavano gli amici – finisce con l’affezionarsi al professore, per cui, quando alla fine dell’estate Raul torna in Argentina, Leo avverte ancora di più la solitudine e la malinconia. Di Raul non si hanno più notizie. Sono trascorsi 50 anni e Leo, che nel frattempo ha esercitato i mestieri più disparati (cacciatore, bracconiere, innestatore e commerciante di olive), quando viene a sapere che la villa di Raul è stata messa all’asta, riesce ad acquistarla e, frugando tra le carte del professore, scopre documenti e ritagli di giornale che rimandano al regime di Videla e alla drammatica vicenda dei desaparecidos. Decide allora di partire per l’Argentina in cerca di tracce o notizie di Raul, anche perché sua madre gli ha confessato che Raul è suo padre. Inizia a questo punto la seconda parte, molto più movimentata e intrigante…

Credo sia giusto fermarsi qui, nel riassumere le vicende di Leo Valietti, per non privare il lettore del piacere della scoperta. Va detto, comunque, che il romanzo di Magliani, anche se abbraccia grandi temi come l’amore, la vecchiaia e la morte, vive di fatti concreti, pratici, quasi a voler sottolineare l’insignificanza del vivere, o meglio l’incapacità di dare alla nostra vita un senso che la giustifichi. Ci torna in mente la conclusione di La ballata della piccola piazza di Elio Lanteri, quando il protagonista Damin si rende conto che la vita corre troppo velocemente per afferrarne il senso, per cui la maggior parte di noi si limita ad attraversarla. Anche nei colloqui con il padre Leo difficilmente va oltre la quotidianità; a prevalere è il silenzio in cui si ha la possibilità di spaziare con la memoria, che, insieme alla malinconia di cui essa si nutre, è il tema principale del romanzo. Magliani, alla stregua di un archeologo, scava nel passato, fruga tra i rovi e i ricordi nel tentativo di “resistere contro il presente”, quel presente che significa per la sua Liguria speculazione edilizia e corruzione e per l’Argentina la rimozione degli orrori della dittatura militare e l’impunità dei respon­sabili di quei tragici eventi. Per Magliani, non diversamente da Leopardi, i ricordi più vividi e struggenti sono quelli del­l’infanzia, quando guardiamo il mondo con l’innocenza e la meraviglia delle cose non ancora esperite e affibbiamo loro un epiteto che ce le fa sentire soltanto nostre. Non a caso si legge testualmente; “Uno è il posto dove si nasce. Poi ti innestano”. Ho citato non a caso Leopardi, anche se stilisticamente i due autori sono agli antipodi, perché in Prima che te lo dicano altri c’è la descrizione di una sagra paesana che ci richiama alla mente La sera del dì di festa, soprattutto la parte conclusiva.

Da ragazzino era sempre stato il suo sogno fermarsi alla festa fino a tardi. La madre non glielo permetteva e allora la notte finiva così sdraiato nell’orto dietro la stalla dei conigli, a guardare in su e a sentire gli insetti e le voci stonate degli ubriachi.

Poco importa che il giovane conte di Recanati poggiasse la guancia su un cuscino di piume e Leo/Marino sull’umida terra;, c’è in entrambi i casi una struggente malinconia che sfocia in un pes­simismo, più o meno esplicito: “… la vita è troppo piena di fastidi e di amarezze per rimpiangerla”, dice a un certo punto Anselmo di Giò, uno dei personaggi di questo pittoresco campionario umano,

La grande conquista di Magliani in questo romanzo, a mio avviso, è lo stile, cui egli approda dopo un lungo peregrinare e un continuo sperimentare; uno stile originalissimo che si avvale di un impasto linguistico che rimanda a Verga, Gadda e Pavese, per citare solo i più famosi. Un linguaggio familiare e letterario al tempo stesso, domestico e universale, capace di utilizzare i registri linguistici più disparati (alto, medio, umile), si pensi alle lettere scritte da Leo, sapientemente sgrammaticate e farcite di errori ortografici, oppure alle concessioni che egli fa al dialetto ligure o allo spagnolo parlato dagli Italiani emigrati in Argentina. Né manca il ricorso a un’efficace strumentazione retorica: penso alle metafore di cui si serve allorché, per una sua innata e rustica pudicizia, accenna alla sfera sessuale o al lirismo di alcune descrizioni paesaggistiche. Ed è con una di queste che vorrei concludere queste brevi riflessioni su Prima che te lo dicano altri:

Nel silenzio, in un respiro di vegetazione inzuppata, la curiosità del pettirosso aprì i cancelli del giorno, saltellante controluce, su un magro olivo di costiera. Poi qualche merlo si mosse come spaventato dentro i rovi.

 

 

 

 

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