Momo di Yasmin Khadra (Italia, 2002)

Quando sono nata, Momo aveva 19 anni.
Momo era malato.
Momo mi odiava tanto.
Quando aveva i suoi attacchi di isteria, vedeva in me la vittima delle sue carneficine.
Momo soffriva tanto.
Quando usciva fuori di sé, niente poteva trattenerlo.
Momo ha combattuto una di quelle guerre che ti lasciano cicatrici profonde.
Quando apparivo alla sua vista, buttava giù ogni cosa avesse davanti.
Non mi sopportava.
Momo, però, aveva un cuore grande.

Anni dopo Momo guarì dai suoi attacchi nevrotici.
Riprese a sorridere, a vedere il mondo con mille occhi diversi.
Non mi odiava più. Anzi, mi viziava da morire.
“È per ripagarti di tutte le ingiustizie che ti ho fatto”, diceva lui.
Aveva un sorriso grande ma gli occhi segnati dalle vicissitudini.
Momo era cambiato, era diventato migliore ma dentro di lui il rimorso di aver vissuto una vita fuori dalle righe non lo lasciava in pace.
Nei momenti di vuoto, Momo piangeva.
Le lacrime di Momo erano lacrime dense, di un uomo che non accettava il suo passato.
Ma il passato non è che puoi decidere se accettarlo o no. Devi imparare a conviverci.
Momo non ci è riuscito.

Un anno dopo, in una giornata di Novembre – proprio come oggi – andai a casa di Momo.
Le stanze erano immerse in un silenzio inusuale.
La porta della stanza di Momo era socchiusa.
“Momo, sei qui?”
Niente, solo silenzio.
Poi ancora una, due, tre volte.
Nulla.
Quando uno degli adulti ha aperto la porta, mi sono resa conto che Momo se ne era andato.
Una corda che pendeva dal soffitto circondava il collo di Momo.
Gli occhi inespressivi dicevano che Momo non c’era più.
Da quel giorno, dal 20 Novembre di quell’anno nefasto, non ho mai più visto Momo.
Alla fine non ce l’aveva fatta.
Aveva vinto tante battaglie, lui, ma quella decisiva, quella in cui aveva dovuto affrontare i demoni del suo passato, l’aveva persa.
E così se ne era andato.

Oggi che son passati tanti anni da allora, mi rimane solo un dubbio: mi chiedo se alla fine lui abbia ritrovato se stesso. Se sia riuscito ad accettarsi oppure no.

2 pensieri su “Momo di Yasmin Khadra (Italia, 2002)

  1. Questo testo di Yasmin è di una lucidità sonnambula. Parla delle relazioni umane in tutta la loro complessità, senza abbellire, senza condannare, senza falsa morale. Siamo così, viviamo così. Questo siamo noi. Nel nostro maldestro vivere, il bene e il male s’intrecciano in continuazione. Non c’è mai chiarezza se non per il prezzo della falsità. La sofferenza dell’uno causa la sofferenza dell’altro, sembra inevitabile, ma, nella migliore delle ipotesi, questo intreccio mitologico può essere sciolto: attraverso la scrittura in grado di portare alla luce del sole (anche a quella fiacca d’inverno…) chi siamo noi aldilà di ogni forma del giudizio. In questo senso, Momo respira quella libertà e sovranità più grande dell’autore stesso che pur sempre fa parte del mondo, del mito, dei nostri mille e uno tentativi di vivere…

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