L’ambasciatore delle foreste


di Riccardo Ferrazzi

C’è sempre qualcosa di affascinante nelle biografie perché, a prescindere da quanto i protagonisti abbiano fatto di notevole, le loro biografie ci mettono sotto gli occhi una vita quotidiana sorprendentemente diversa dalla nostra, anche quando da allora a oggi non è passato poi troppo tempo.
Il personaggio che Paolo Ciampi sceglie di raccontarci è vissuto nell’Ottocento. Avrebbe potuto essere il nonno di mio nonno: se avesse fatto qualcosa di notevole sarebbe diventato una piccola gloria privata, un nume tutelare. Non l’avrei conosciuto di persona, ma ne avrei ascoltato le gesta nella tradizione di famiglia. E con lui sarei venuto a sapere qualcosa in più sugli uomini del suo tempo, che non tenevano su i pantaloni con la cintura, portavano il colletto staccato dalla camicia e si sbarbavano usando il rasoio a mano libera dopo aver massaggiato per un quarto d’ora le guance col pennello. Ma soprattutto avrei capito qualcosa di come affrontavano la vita.
La prima impressione, nel racconto di Ciampi, è di avere a che fare con una specie di Mr Pyle, esquire: un benestante americano che gira per l’Europa col naso per aria, come quello descritto in lungo e in largo da Alessandro Barbero in un libro decorato dal Premio Strega una ventina d’anni fa.
In realtà George Perkins Marsh (che per la sua carriera diplomatica meriterebbe davvero il suffisso esquire) condivide con Mr Pyle soltanto l’indolenza, e forse neanche quella. Ancora per tutto l’Ottocento, gli appartenenti alla upper class trovavano normale non dover lavorare per sbarcare il lunario e concedersi dei lussi, e si ritenevano traditi dal destino cinico e baro se restavano senza il becco di un quattrino dopo aver sperperato i beni di famiglia.
Ma avevano le loro risorse. Marsh ha fatto l’avvocato (presumibimente con scarsa passione e altrettanto scarsi risultati), e ha sempre potuto contare su amici ed estimatori. A modo suo, doveva essere simpatico. Ha avuto fior di tragedie familiari: ha perso la prima moglie e un figlio. A quei tempi le malattie non perdonavano. Anche a Giuseppe Verdi, quasi negli stessi anni, capitò la stessa disgrazia. Ma George Marsh ha avuto fortuna: ha trovato una nuova moglie che gli ha dato sicurezza e stabilità, è diventato ambasciatore degli Stati Uniti in Italia (quando l’Italia era appena nata e gli USA non erano affatto una grande potenza ma solo un’ex colonia che contendeva la terra agli indiani. Pardon: ai nativi americani). Grazie alla mentalità della sua epoca, Marsh ha potuto approfondire i problemi che di volta in volta lo hanno interessato, dalla grammatica delle lingue norrene alla raccolta di pietre varie. Si è innamorato delle Alpi, degli Appennini, dell’Italia. In modo distaccato, svogliato, a volte anche assenteista, ha fatto l’ambasciatore perché quello era l’unico modo che aveva per restare in Italia; ma nonostante tutto non ha demeritato, visto che tre o quattro presidenti l’hanno sempre confermato nella carica.
La gloria di George Marsh, e il motivo per cui oggi Paolo Ciampi gli dedica questa biografia è “Man and Nature”, il libro in cui denuncia gli effetti catastrofici che l’equilibrio ecologico può subire dall’intervento umano se non è guidato da un preveggente buon senso. Un libro lungimirante, ma anche anacronistico, edito in pieno Ottocento positivista, il secolo del Ballo Excelsior e della glorificazione del progresso, il secolo in cui Jules Verne manda Cyrus Smith e i suoi compagni a stravolgere da cima a fondo l’isola misteriosa. Un libro che, senza perdersi in polemiche ideologiche, indica i criteri da seguire per non rovinarci con le nostre mani, e ne dà solide ragioni.
La particolarità di questa biografia sta nella chiave che Ciampi escogita per la narrazione: un vero e proprio corpo a corpo dell’autore con il protagonista. Il Paolo Ciampi che compare nel testo non è propriamente un deuteragonista: contende la scena a George Marsh nell’intento di capirlo, di penetrare il suo modo di affrontare la vita. In questa sfida Ciampi prodiga tutto se stesso: il suo quartiere, la sua bicicletta, le sue fisime, le sue amicizie (fra le quali non manca Tiziano Fratus, altro grande cultore di alberi), le sue frequentazioni letterarie (da Jean Giono a Mario Rigoni Stern, ma anche Jack Kerouac, Cechov e Pessoa, e Melville, e l’imprescindibile Thoreau; e i meno noti Sjöberg e Wohlleben).
Insomma, un libro da leggere per ritrovare il senso di una istanza razionale: progredire senza distruggere, non per fare della natura un totem intoccabile, ma per salvaguardare la nostra stessa sopravvivenza, che sta alla base di ogni progresso.

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