“Il giro dell’oca”, di Erri De Luca

Recensione di Francesco Improta

Erri De Luca, Il giro dell’oca, Feltrinelli 2018

Con Il giro dell’oca (Feltrinelli, 13 euro) Erri De Luca, dopo alcune incertezze palesate recentemente, ritrova il passo sicuro del narratore, oserei dire dell’affabulatore, per la straordinaria fascinazione che esercita sui suoi lettori – se le sue storie, come egli stesso confessa, non provenissero dalla realtà di cui è stato, a seconda dei casi, protagonista o testimone. In questo libro, confrontandosi con la sua realtà più intima e ripescando da quel crepaccio che è la sua memoria alcuni ricordi familiari, parla della sua mancata paternità.

Mentre rilegge il Pinocchio di Collodi, in cui Mastro Geppetto, per il piacere di sentirsi chiamare babbo (Collodi era, infatti, toscano) ricava un figlio da un pezzo di legno, Erri riesce a fare altrettanto evocando dinanzi alla fiamma di un caminetto, tramite le parole – il materiale di cui è solito servirsi trattandosi di uno scrittore e non di un falegname – quel figlio che aveva concepito in gioventù e del quale, però, la sua compagna, esercitando un suo legittimo diritto, aveva voluto disfarsi, abortendo, in un periodo storico in cui per molti il pubblico sormontava e oscurava il privato. Il figlio che lui intravede nella luce incerta della candela non è un bambino, bugiardo, svogliato e birichino come Pinocchio, ma un adulto, che non solo soddisfa nell’hic et nunc, cioè in uno spazio e in un tempo delimitato, il suo desiderio di paternità, ma gli offre la possibilità di raccontare episodi della sua vita trascorsa. A un certo punto, il figlio che fino ad allora è stato un kofon prosopon, una presenza muta, acquista la parola, e il monologo diventa un dialogo, che consente a Erri De Luca di mettere a fuoco idee, esperienze e aspirazioni e al figlio di costituire talvolta un controcanto, ma più spesso un valido contraddittorio, incarnando in questo modo i dubbi, le titubanze e le cocenti delusioni dell’autore.

Nel corso di questo colloquio immaginario, De Luca ripercorre le tappe più significative della sua vita di uomo e di scrittore, donandoci, con quella grazia che è una specifica peculiarità della sua scrittura, riflessioni e memorie, ora gioiose ed emozionanti – il primo bacio, le passeggiate al Vesuvio con il padre, le scalate in montagna –, ora amare e dolorose – la scomparsa di entrambi i genitori, le disavventure con la giustizia e i tre infarti che ne hanno infiacchito il corpo, e neppure tanto, ma non lo spirito.

Altri ricordi sono legati alle sue esperienze politiche, quando a diciott’anni (siamo nel ’68) dopo aver conseguito la maturità classica, si allontana da casa per militare nella sinistra extraparlamentare, e più precisamente in Lotta Continua. Respira la con­testazione che in quegli anni impregna l’aria e finisce con l’essere risucchiato dalla folla come fiume in piena che diventa schiera, classe, popolo. Da quell’esperienza, nel giro di qualche anno, si passa a un livello ulteriore, la lotta armata; la repressione si fa più violenta ed Erri si defila, conservando però nel suo intimo quel sentimento anarchico che lo porta a rifiutare qualsiasi potere, a rivendicare la propria volontà d’impotenza e ad abbracciare, dopo essersi allontanato dalla storia in punta di piedi ed aver esercitato i mestieri più umili e faticosi, la vita di campagna. Scelta dettata anche da quel gusto selvatico che si manifesta in lui fin dall’adolescenza quando, marinando la scuola, si recava allo zoo, in quel recinto degli odori, fieno, escrementi e carni guaste che dava sollievo alla sua rinite cronica non diversamente da quel miscuglio di nafte, corde, vele, pesci e ferri arrugginiti che si respira nei porti. In campagna, con la sola compagnia della madre, accanita lettrice, De Luca ascolta la voce degli alberi, il soffio del vento, lo zirlo dei tordi, il gracchiare delle cornacchie, il crepitio dei ciocchi nel camino, e mangia in maniera frugale. Non è un caso che esclami:

Voglio bene a chi ama pane e olio. // Profumano di fresco. Ci annuso il maestrale.”

Non mancano, in questo discorso ondivago, in questo fluttuare di immagini, alcune affettuose carezze alla sua città d’origine, Napoli, in grado di perdonare i vizi ma non i difetti, e il cui dialetto (idioma?) viene guardato con tanto affetto e simpatia, non diversamente dalla superstizione, da lui difesa in quanto serve a prevenire e a scongiurare un guaio. Napoli, la città più ricca e più densa di caratteri, dove ognuno è se stesso e dove i disturbi della personalità non sono sintomi di una malattia da curare, ma pregi da difendere e custodire gelosamente.

In uno slancio di sincerità, rivolgendosi al figlio, gli confessa che non avrebbe potuto crescerlo, in quanto bastava appena a se stesso e passava da un lavoro duro a uno ancora più faticoso.

Sono, però, le considerazioni sulla scrittura e sul mestiere di scrittore a catturare la nostra attenzione. Dopo aver “sparato” sulle grandi firme del ‘900 letterario (Proust; Joyce; Becket; Musil; Brecht e Sartre) e dopo aver risparmiato Sarajlić, suo fratello spirituale, compagno di lotte, di bevute e di racconti al tempo della guerra in Bosnia, afferma di aver letto non diversamente da come si naviga, passando al largo di certi promontori, e che, a suo avviso, l’unico scrittore veramente imprescindibile è Borges. Del resto, per lui, che ritiene di non aver creato nulla ma di aver assemblato le storie trovate nella realtà circostante, o ascoltate, dal momento che per uno scrittore, abituato fin da piccolo nella sua casa di Napoli a Montedidio a orecchiare attraverso la porosità del tufo i rumori, i suoni, le voci della strada, l’udito conta molto più della vista. E allo stesso modo, talvolta, è più importante il personaggio uscito dalla penna di uno scrittore che l’autore stesso: Achab più di Melville e Santiago più di He­mingway. Inoltre egli confessa di non scrivere per i posteri, ma per i suoi contempo­ranei, in quanto i lettori del futuro avranno i loro scrittori, perché il bisogno di raccontare storie non verrà mai meno, anche se quelle storie saranno legate a generazioni diverse, con una cultura e una sensibilità differenti, che tirano dritte, senza chinarsi, che guardano con sospetto alle rivoluzioni e ai cambiamenti, prede di una eccessiva prudenza. Il lungo colloquio, appena prima che il figlio da lui stesso emanato venga riassorbito o introiettato, come suggerirebbe la psicanalisi, trattandosi di un’analisi, di uno scandaglio interiore, si conclude con un’appassionata dichiarazione di entusiasmo e di gratitudine verso le parole, alle quali attribuisce un potere quasi epifanico:

Le parole, figlio, non inventano la realtà, che esiste comunque. Danno alla realtà la lucidità improvvisa, che le toglie la sua naturale opacità. Le parole sono lo strumento della rivelazione.”

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