Alberto Odone intervistato da Guido Michelone su La meccanica del delitto

Quando, nell’agosto scorso, La meccanica del delitto è uscito nelle edicole vercellesi, dopo pochissimi giorni era già esaurito. Il motivo c’è: il n° 28 della serie Oro è scritto da un vercellese doc, ovvero Alberto Odone, che tutti conoscono quale trascinatore dei corsi di scrittura creativa all’Università Popolare e come autore di numerosi racconti insigniti di prestigiosi premi letterari. Ora, con La meccanica del delitto, l’attenzione verso Odone si sposta sul terreno del genere noir, benché il libro vada anche oltre le categorie o gli incasellamenti, come ci spiega lo stesso Autore in quest’intervista inedita.

Alberto, il tuo nuovo libro è uscito, l’agosto scorso, per il Giallo Mondadori: a Vercelli è andato subito a ruba. Che riscontri hai poi avuto dalla nostra città?

Il romanzo è stato molto cercato nelle edicole locali e ha catalizzato un buon livello di attenzione nella manifestazione “Vercelli In Bionda”. Non avendo fatto presentazioni, al momento non ho altri riscontri.  

Al di là di Vercelli, il libro ha riscosso un buon successo, anche data l’enorme popolarità della collana. Ma avresti preferito un altro tipo di edizioni?

Sono onoratissimo di esser uscito su una collana prestigiosa come “Il Giallo Mondadori” (lo avevo già fatto in precedenza ma con opere più brevi), che garantisce con il proprio solo marchio un’ottima dote di lettori. Il suo solo limite è di essere un prodotto effimero, che resta disponibile in cartaceo solo per due mesi in edicola (in e-book invece “La meccanica del delitto” è ancora e sempre disponibile). Ma è previsto un passaggio dell’opera nella collana Oscar Mondadori, altra vetrina di grande prestigio, in tempi che, per dinamiche editoriali, non sono ancora definibili.

Leggendolo, mi sembra un testo importante che vada oltre gli schemi (o schematismi) del giallo. Ma lo hai scritto pensando alle regole del genere o piuttosto a cambiarle o trasgredirle?

Si tratta di una storia di investigazione e il metodo investigativo viene riprodotto con meccanismi il più possibile realistici e fedeli. La mia idea di giallo non è tuttavia quella del romanzo a enigma tipico degli autori dell’epoca d’oro (Christie, Dickson Carr o, per citare un bravissimo autore contemporaneo, Enrico Luceri), ma piuttosto quella di un contenitore, di una nervatura di base attorno la quale inserire la mia storia. Con ritmi che non sono quelli del giallo classico, ma piuttosto quelli più rapidi e convulsi del thriller. C’è poi un discorso relativo al linguaggio che mi è molto caro: a chi mi legge è evidente che il tipo di stile che ricerco non è di nuovo quello del giallo classico, ma uno stile molto più espressionista, ricco di metafore, di costruzioni sintattiche complesse, di un lessico che non appartiene al linguaggio ordinario e non teme di adoperare termini fuori dall’uso comune.

Per molti versi La meccanica del delitto, mi sembra un romanzo storico, anche se il titolo indirizza fin da subito il lettore a pensarlo in termini di giallo, noir, poliziesco o detective story. È una giusta riflessione?

Il giallo storico è un sottogenere che mi appassiona, per lo sforzo di recuperare e restituire al lettore un’epoca ormai scomparsa, con la sua temperie, i suoi modi di vivere, di pensare, i suoi romanzi e la sua arte. E soprattutto, nel caso di questo romanzo, del suo cinema. E’ costruire un mondo, e poche sfide possono essere più affascinanti per uno scrittore.

Il protagonista Meingast mi sembra un omaggio letterario all’hard boiled school, in particolare al Philip Marlowe, che simbolicamente rappresenta l’anti-eroe proletario che lotta contro il potere capitalista. Ti sembra un accostamento plausibile?

Per certi versi sì, tuttavia Meingast non è un vero e proprio eroe proletario: oltre che poliziotto è un ex ufficiale – anche se bavarese ha una mentalità “prussiana” – è educato al rispetto delle regole e della gerarchia e animato da un forte senso di giustizia. Solo si sta accorgendo che il rispetto del complesso di regole che gli è stato insegnato e il perseguimento della Giustizia spesso non vanno di pari passo. Si tratta di un uomo che sta mettendo in discussione il proprio mondo e che non ha nessun riguardo dei potenti in un contesto storico in cui è il Potere che stabilisce cosa è giusto.

Per la trama hai studiato o scoperto qualche caso vero su cui variare per raccontare la situazione della Germania prenazista?

No, di fatto la storia e il protagonista sono interamente frutto di invenzione. Ho cercato invece di essere più possibile rigoroso nella ricostruzione storica. Ed è studiando quel periodo che mi sono accorto quanto ci fosse di arbitrio e di violenza in quel mondo. Un contesto ideale per l’ambientazione di un thriller.

Sempre a proposito Meingast, lo hai descritto altresì come il combattente idealista, ma ormai stanco e avvilito, però al contempo ancora pronto alle sfide in nome della giustizia sociale?

Il senso stesso della vita di Meingast è la lotta per la Giustizia. È un uomo che ha perso tutto, agire per un ideale superiore è tutto ciò che gli resta. Ma è anche un uomo che ama il bello, l’arte: è appassionato di cinema, legge Heine e Trakl, Mann, Goethe e Feuchtwangler. Insomma è un uomo che ama il pensiero raffinato. E questo si riflette anche nel suo modo di investigare.

Si tratta altresì di un romanzo corale, dove l’intreccio sovente risulta di proposito complesso, dove i nomi in tedesco forse non facilitano la lettura; o no?

Mi rendo conto che avere a che fare con nomi tedeschi, sia di persone che di luoghi, può essere un problema. Ma quell’ambientazione e quel frangente della Storia sono così interessanti che vale la pena di correre il rischio. È un piccolo surplus di attenzione da chiedere al lettore in cambio di un surplus di valore estetico.

Alla fine La meccanica del delitto è una lettura che può prestarsi a molteplici interpretazioni o a diverse chiavi di lettura come direbbero i semiologi?

Il romanzo è una macchina per generare interpretazioni. Quali siano lo lascio scoprire ai lettori, ma discutendo con alcuni di loro ho appreso possibili chiavi di lettura che nemmeno avevo pensato. Ed è uno delle più grandi soddisfazioni per uno scrittore.  

Si nota, in conclusione, un riferimento costante alla Storia del cinema in due opposte direzioni: da un lato citi gli snuff movies, dall’altro è palese il richiamo al Caligari di Wiene: è come la letteratura, un discorso di rappresentazione della realtà?

Certamente. E la mia scelta stilistica e di ricerca delle immagini per tutto il romanzo ha mirato a riprodurre le atmosfere dell’espressionismo tedesco, in modo che le emozioni dell’immagine e quelle della parola si potessero fondere amplificandosi a vicenda.

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