Ornithology 16. Leopardi (a dodici anni)

1810 disegno leopardi

L’Ucello

Favola

Entro dipinta gabbia
fra l’ozio ed il diletto
educavasi un tenero
amabile augelletto.
A lui dentro i tersissimi
bicchieri s’infondea
fresc’acqua, e il biondo miglio
pronto a sue voglie avea.
Pur de la gabbia l’uscio
avendo un giorno aperto,
spiegò fuor d’essa un languido
volo non bene esperto.
Ma quando a lui s’offersero
gli arbori verdeggianti
e i prati erbosi e i limpidi
ruscelli tremolanti,
de l’abbondanza immemore
e de l’usato albergo,
l’ali scotendo, volsegli,
lieto e giocondo, il tergo.
Di libertà l’amore
regna in un giovin cuore.

*

La favola in versi dell’Ucello (sic), datata al 1810, si deve a un Leopardi dodicenne[1]. Ugualmente datato al 1810, di mano di un Leopardi poco più che bambino, è il disegno dell’uccello riprodotto in apertura, tratto dalla copertina di:

entro dipinta gabbia

Giacomo LEOPARDI
Entro dipinta gabbia. Tutti gli scritti inediti, rari e editi. 1809-1810
a cura di Maria Corti
Bompiani, Milano, 1972

*

[1] Di vent’anni successiva (1829-1830) è la stesura del celeberrimo Passero solitario, compreso nei Canti leopardiani pubblicati nel 1835.

Il passero solitario

D’in su la vetta della torre antica,
Passero solitario, alla campagna
Cantando vai finché non more il giorno;
Ed erra l’armonia per questa valle.
Primavera dintorno
Brilla nell’aria, e per li campi esulta,
Sì ch’a mirarla intenerisce il core.
Odi greggi belar, muggire armenti;
Gli altri augelli contenti, a gara insieme
Per lo libero ciel fan mille giri,
Pur festeggiando il lor tempo migliore:
Tu pensoso in disparte il tutto miri;
Non compagni, non voli,
Non ti cal d’allegria, schivi gli spassi;
Canti, e così trapassi
Dell’anno e di tua vita il più bel fiore.
Oimè, quanto somiglia
Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,
Della novella età dolce famiglia,
E te german di giovinezza, amore,
Sospiro acerbo de’ provetti giorni
Non curo, io non so come; anzi da loro
Quasi fuggo lontano;
Quasi romito, e strano
Al mio loco natio,
Passo del viver mio la primavera.
Questo giorno ch’omai cede alla sera,
Festeggiar si costuma al nostro borgo.
Odi per lo sereno un suon di squilla,
Odi spesso un tonar di ferree canne,
Che rimbomba lontan di villa in villa.
Tutta vestita a festa
La gioventù del loco
Lascia le case, e per le vie si spande;
E mira ed è mirata, e in cor s’allegra.
Io solitario in questa
Rimota parte alla campagna uscendo,
Ogni diletto e gioco
Indugio in altro tempo: e intanto il guardo
Steso nell’aria aprica
Mi fere il Sol che tra lontani monti,
Dopo il giorno sereno,
Cadendo si dilegua, e par che dica
Che la beata gioventù vien meno.
Tu, solingo augellin, venuto a sera
Del viver che daranno a te le stelle,
Certo del tuo costume
Non ti dorrai; che di natura è frutto
Ogni vostra vaghezza.
A me, se di vecchiezza
La detestata soglia
Evitar non impetro,
Quando muti questi occhi all’altrui core,
E lor fia voto il mondo, e il dì futuro
Del dì presente più noioso e tetro,
Che parrà di tal voglia?
Che di quest’anni miei? che di me stesso?
Ahi pentirommi, e spesso,
Ma sconsolato, volgerommi indietro.

3 pensieri su “Ornithology 16. Leopardi (a dodici anni)

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