Di me diranno, di Luca Benassi.

Il libretto di Luca Benassi, Di me diranno – Edizioni CFR, 2011 – fu, a suo tempo, una sorpresa natalizia bene annunciata nell’introduzione del compianto Gianmario Lucini, allora direttore della “Collana Turoldo di poesia dell’Essere”. L’incrocio tra fede e poesia, pace e solidarietà; la lontananza dalla storicità del Natale, innescata da secoli di iconografia edificante e astratta; la nostalgia dell’innocenza, contrapposta al realismo a volte crudo della vicenda autentica; e ancora: la fisicità, intrisa di dolore; la demistificazione, contrapposta a una teologia che annulla la verità del corpo, ossia il luogo dove si gioca la salvezza, sono solo alcuni degli elementi che rendono questa silloge un punto di rottura rispetto all’agiografia ripetitiva fino all’insignificanza e insieme di sutura con una realtà più rispondente allo spessore religioso dell’evento. Luca Benassi, scrive Lucini, vuol fare emergere un senso nascosto del Natale, che reca in sé già i segni della morte violenta sul Calvario. I protagonisti di un’epopea sfrondata da ghirlande retoriche e addobbi consumistici, sono quelli noti del contesto natalizio: l’asino, il bue, la stella; ma anche quelli assunti, come s’è detto, da uno sviluppo implicito in queste immagini innocue solo in apparenza: il fico (maledetto), il gallo, la croce, il lago della pesca post resurrectionem.
Il senso di questa operazione potrebbe racchiudersi nelle “parole” del bue, testimone di un parto inedito, spartiacque decisivo della storia:
“Più del mio fiato fu l’animo della vergine a scaldare l’incavo umido della pietra, l’asma dell’aria sibilare fra gli alveoli, la ferocia del suono, la lama dei denti, un sudore rabbioso pieno di luce, il coraggio di partorire Dio”.
Nel “dialogo” tra il fico e Gesù, c’è invece il mistero del male, una morte innocente in attesa perenne di risurrezione:
“Rabbi, quest’anno non ho frutto per il passo degli uomini”./ Ma Lui non mi intese. Venne vicino, frugando tra le foglie./ “Rabbi, non ho colpa” dissi ancora, sussurrando l’ aria del mattino./ “Rabbi” dissi/ ed ebbi freddo/ e paura.
Ogni testimonianza è come scolpita sulle pareti del cuore di chi legge, come quella della croce: “Io sola conobbi il sapore del sangue, la memoria del Dio impressa nel legno come il seme dello Spirito”.
Benassi ci ha restituito, in questa silloge, un Natale “vero”, la traccia viva di una festa sempre in bilico tra bigottismo e mercificazione. 

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